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La vita e La morte del Che
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Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Attualità , società , storia, cultura
Autore Messaggio
CalimeRa
Ospite








MessaggioInviato: Dom 11/Dic/2005 10:17    Oggetto: La vita e La morte del Che Rispondi citando

1928 - Il 14 giugno nasce a Rosario, in Argentina, da Celia de la Serna ed Ernesto Guevara Lynch. Trascorre i primi due anni a Puerto Caraguatay, nella provincia di Misiones, sulle rive dell'Alto Paranà, ai margini della selva paraguaiana. 1930 - A due anni contrae l'asma in forma cronica e la famiglia è costretta a trasferirsi in un clima asciutto. Viene scelta la cittadina di Alta Gracia, sulla Sierra di Còrdoba. 1945-50 - Termina il liceo e si trasferisce con la famiglia a Buenos Aires. Trova un lavoro come impiegato municipale e si iscrive alla facoltà di medicina. Da paziente si trasforma in collaboratore nel laboratorio di un celebre allergologo, il dottor Pisani. 1951-52 - Viaggia in motocicletta con l'amico Alberto Granado. L'obiettivo è la visita dei più celebri lebbrosari latinoamericani, ma il viaggio si rivela una fonte inesauribile di avventure ed esperienze. Si conclude a Miami nell'agosto del 1952, da dove il Che ritorna in aereo. 1953 - Supera in pochi mesi i quindici esami residui e si laurea in medicina, con una tesi in allergologia. Riparte per un viaggio in America Latina. Gli interessi originariamente archeologici si trasformano man mano in politici. A La Paz, in Bolivia, assiste a un momento di crescita impetuosa del movimento operaio e contadino, sotto il governo di Paz Estenssoro. Per scelta politica decide di andare a conoscere un movimento analogo in Guatemala. 1954 - In Guatemala da gennaio ad agosto. Partecipa attivamente al movimento sorto sotto il governo di Jacobo Arbenz, collaborando nel servizio sanitario e arruolandosi nelle brigate giovanili. Si avvicina agli ambienti del Pgt (il partito comunista) e comincia a darsi una formazione marxista. Lo aiuta una giovane artista di sinistra, la peruviana Hilda Gadea, della quale si innamora. La sposerà in Messico due anni dopo, avendone la figlia Hildita. Un'aggressione di mercenari, organizzati in Honduras dalla Cia e guidati dal colonnello Castillo Armas, pone termine al movimento in Guatemala. Arbenz abdica senza reagire e Guevara deve rifugiarsi nell'ambasciata argentina. 1955-56 - Ripara a Città del Messico, dove sopravvive alla meno peggio facendo il fotografo ambulante e il venditore di libri, finchè ottiene un posto nel reparto di allergia dell'ospedale generale. Termina alcune pubblicazioni scientifiche e riprende con vigore gli studi di marxismo. Conosce il gruppo degli esiliati cubani e si arruola come medico nella spedizione che preparano sotto la guida di Fidel Castro, l'eroe del Moncada. Partecipa ai corsi all'accampamento cubano e all'addestramento militare sotto la guida di un fuoriuscito della guerra civile spagnola, il gen. Bayo. L'accampamento viene scoperto e il Che arrestato con gli altri cubani. Per la loro scarcerazione compie uno sciopero della fame in prigione. Vi resta più a lungo degli altri (57 giorni). Liberato salpa col "Granma" da Tuxpàn, il 25 novembre, e sbarca a la Playa de las Coloradas, il 2 dicembre. 1957-58 - Sono gli anni della guerra rivoluzionaria. Costruisce la seconda colonna, che si forma a partire da quella diretta da Fidel. Sulla Sierra Maestra organizza il "territorio libero" di El Hombrito. Dirige, nella fase finale, una delle due colonne che devono realizzare l'invasione dalla Sierra all'Avana: campagna di Las Villas e vittoria nella battaglia di Santa Clara. 1959 - Membro dei governo rivoluzionario, diventa cittadino cubano. A giugno sposa Aleida March, dalla quale avrà quattro figli: Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto. Tra giugno e settembre dirige una delegazione economica all'estero, in Egitto, India, Giappone, Indonesia, Sri Lanka, Pakistan, Jugoslavia, Marocco. Al ritorno è nominato capo del Dipartimento di industrializzazione dell'lnra (Istituto per la Riforma agraria). A novembre è nominato Presidente della Banca nazionale. 1960 - A ottobre-novembre compie una visita ufficiale in Cecoslovacchia, Urss, Cina, Corea, Rdt. 1961-64 - Dirige per quattro anni il Ministero dell'industria. E' la sua attività principale, insieme a corsi di formazione (per se stesso, nelle materie necessarie al Ministero), viaggi diplomatici all'estero e una ricca produzione teorica in vari campi. Nel 1963-64 darà il via e animerà il celebre "Dibattito economico" - su la legge del valore, i criteri della pianificazione, i rapporti tra economia di mercato e socialismo. Ne uscirà sconfitto, ma dopo aver dato prova di notevoli capacità teoriche e profonda ispirazione democratico-rivoluzionaria. Ad agosto del 1961 dirige la delegazione cubana alla Conferenza del Cies a Punta del Este, in Uruguay. Durante la Crisi dei missili, dell'ottobre 1962, gli viene affidato il comando della difesa sul fronte occidentale (Pinar del Río). A luglio del 1963 compie un'importante visita nell'Algeria di Ben Bella. A marzo-aprile del 1964 dirige la delegazione cubana alla Conferenza di commercio e sviluppo convocata dall'Onu a Ginevra. A novembre del 1964 è a capo della delegazione cubana che a Mosca partecipa ai festeggiamenti per il 47' anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. E' il suo terzo ed ultimo viaggio in Urss. Il 9 dicembre pronuncia un discorso a New York, all'Assemblea dell'Onu e pochi giorni dopo compare nella televisione americana, dove proclama apertamente le proprie posizioni rivoluzionarie sull'America latina. Senza tornare a Cuba, parte per un lungo viaggio in vari paesi africani. Il primo è l'Algeria. 1965 - Tra gennaio e marzo visita il Mali, il Congo Brazzaville, la Guinca, il Ghana, il Dahorney, la Cina, la Tanzania. Il 24 febbraio interviene al Secondo seminario economico di solidarietà afroasiatica di Algeri, dove denuncia lo sfruttamento mondiale dell'imperialismo, ma anche il profitto che i paesi "socialisti" ricavano dai meccanismi dello scambio ineguale. Si reca poi in Egitto dove pronuncia, accanto a Nasser, il suo ultimo intervento pubblico. Il 14 marzo rientra all'Avana, accolto dai massimi dirigenti. E' l'ultima volta che compare in pubblico. Nel periodo della "scomparsa" si reca come consulente militare in Congo e in Tanzania. A Cuba prepara la spedizione boliviana. 1966 - Ai primi di novembre compare in Bolivia, sotto falso nome e sembianze irriconoscibili. Raggiunge la zona di operazioni della guerriglia e comincia a tenere un diario. 1967 - Il 17 aprile viene reso pubblico il testo del "Messaggio alla Tricontinentale". Le agenzie di stampa cominciano a parlare della presenza del Che in Bolivia. Il 7 giugno il governo boliviano di Barrientos dichiara lo stadio di assedio. Il 24 giugno viene repressa nel sangue la rivolta dei minatori di Catavi e Huanuni. La guerriglia riporta qualche successo militare. Ma si divide in due gruppi che non riusciranno più a ricongiungersi. Il 31 agosto, a Vado del Yeso, viene distrutto il gruppo di Joaquin, di cui fa parte anche "Tania la guerrigliera". Il 26 settembre, nella zona di Valle Grande, il gruppo del Che cade in un'imboscata. L'8 ottobre, alla Quebrada del Yuro, il gruppo è accerchiato e il Che, ferito alle gambe viene catturato. Trasferito nella scuola del villaggio di Higueras, viene interrogato e poi lasciato per una notte senza cure. Al mattino del 9 ottobre viene ucciso con un colpo di pistola, per decisione ufficiale del governo. Il suo cadavere viene trasportato in elicottero a Valle Grande e successivamente sepolto in un luogo segreto nei pressi di quella stessa città. Il mondo incredulo, attende la conferma della morte, che viene data da Fidel Castro, il 15 ottobre. Verso le sette e mezzo di sera, Ernesto Guevara entrò per la seconda volta in vita sua, questa volta sconfitto, nel villaggio di La Higuera, un misero agglomerato di non più di trenta case di mattoni e cinquecento abitanti, che doveva il proprio nome al fatto che un tempo vi abbondavano i fichi, ormai scomparsi; un villaggio isolato, a cui si accede soltanto per una mulattiera non carreggiabile. La Higuera, un luogo in cui, secondo la credenza contadina, solo le pietre sono eterne. Fuori dal paese si sono raggruppati alcuni abitanti intimoriti. Una donna anziana, vent'anni dopo, racconterà che vide passare il Che al centro di una processione davanti a casa sua a La Híguera, e che poi se lo portarono via in cielo... con un elicottero, dirà alla fine, quasi accettando la spiegazione che le hanno dato tante volte e che le sembra inconciliabile col fatto che se ne andò via in cielo. Lo stanno aspettando il maggiore dei ranger Ayoroa e il colonnello Selich, arrivato in elicottero. I prigionieri e i morti della guerriglia sono condotti alla scuola, un edificio di mattoni crudi e tegole di altezza irregolare, con soli due locali separati da un tramezzo a cui si accede direttamente dall'esterno, pareti scrostate e porte di legno fuori squadra abbondano nella costruzione di mattoni e calce. In uno dei locali rinchiudono Simón con i cadaveri di Olo e René, nell'altro il Che, a cui danno un'aspirina per alleviare il dolore della ferita. Il Cinese, Juan Pablo Chang, ferito al volto, raggiungerà i detenuti. stato arrestato nello stesso momento o in un secondo tempo? Le versioni sono contraddittorie. I Gary Prado invia lo stesso messaggio che ha ripetuto per tutto il pomeriggio, questa volta al telegrafo. Sono le otto e trenta di sera: "Papà ferito". Poi, insieme al maggiore Ayoroa e al colonnello Selích, esamina il misero contenuto dello zaino del Che: dodici rullini fotografici, due dozzine di carte geografiche corrette dal Che con matite colorate, una radio portatile, due libretti di codici, due taccuini con copie dei messaggi ricevuti e inviati, un quaderno verde di poesie e un paio di quaderni (diari?) zeppi di appunti scritti con la fitta e frettolosa calligrafia del Che. Alle nove Selich chiede telefonicamente istruzioni al comando dell'VIII divisione. Dieci minuti dopo gli rispondono: "Prigionieri di guerra devono restare vivi fino a nuovi ordini comando superiore".Un'ora più tardi arriva un nuovo messaggio da Vallegrande: "Tenga vivo Fernando fino a mio arrivo domattina presto in elicottero. Colonnello Zenteno". Intanto, a La Higuera, i tre ufficiali superiori cercano di interrogare il Che. Non ottengono nulla, rifiuta di parlare con loro. Prado racconta che Selich gli disse, "Che ne direbbe di raderlo, prima?", mentre tentava di strappargli la barba, e che il Che lo colpisce con una manata. Secondo il telegrafista di La Higuera, Selich va anche oltre; di fronte al rifiuto del Che di fornirgli qualsiasi informazione, lo minaccia di morte e gli toglie due pipe e l'orologio. Il villaggio è in stato d'allerta, ci si aspetta da un momento all'altro l'attacco dei guerriglieri superstiti. Intorno alla scuola, sono state disposte una serie di sentinelle in due cerchi concentrici e una vedetta. Alle ventidue e dieci "Saturno" (Zenteno), dall'VIII divisione a Vallegrande, telegrafava al comandante in capo dell'esercito a La Paz (generale Lafuente) una proposta di chiave per trattare lo spinoso argomento della cattura del Che: "Fernando (il Che) 500. Vivo: 600, per telegrafo solo questo per il momento, il resto per radio, morto: 700. Buonasera. Ultima comunicazione conferma trovarsi nostro potere 500, pregasi dare istruzioni concrete se 600 o 700". Il comandante in capo rispondeva: "Deve restare 600. Massima riservatezza, ci sono infiltrazioni". I vertici dell'esercito boliviano si erano riuniti a La Paz per decidere il da farsi. Il messaggio iniziale era stato ricevuto dai generali Lafuente Soto (comandante dell'esercito) e Vázquez Sempertegui (capo di stato maggiore dell'esercito) e dal tenente colonnello Arana Serrudo (dei servizi segreti militari). Jorge Gaflardo ha lasciato una descrizione poco simpatica dei tre: Lafuente, tracagnotto, con una faccia da orangutan, barba folta, lo chiamano Chkampu (faccia pelosa in quichua); Vázquez, tarchiato, sorriso cinico, responsabile dei massacri dei minatori; Arana deforme, con un collo taurino che contrasta con il corpo molto scuro. Si recano dal generale Alfredo Ovando, Ministro della guerra, nel piccolo ufficio della cittadella militare di Miraflores; questi, quando riceve i tre ufficiali, fa chiamare il generale Juan José Torres, capo di stato maggiore delle Forze Armate, che occupa l'ufficio di fronte alla sala riunioni adiacente all'ufficio di Ovando. P- in questa sala che i cinque militari si riuniscono. Non è escluso che siano stati consultati altri pezzi grossi delle Forze Armate, come il comandante della Forza aerea León Kolle Cueto, che per un caso curioso è il fratello del dirigente del Pc, Jorge Kolle. Non ci è giunta alcuna testimonianza di ciò che si disse in quella sala, soltanto della decisione finale. Una volta raggiunto un accordo, i generali lo comunicano al presidente René Barrientos, che dà il suo benestare. Alle ventitré e trenta, il Comando delle forze armate invia al colonnello Zenteno a Vallegrande questo messaggio telegrafico: "Ordine presidente Fernando 700". E Che Guevara è stato condannato a morte. Tanto per il biografo più distaccato, quanto per quello più partecipe, quelle diciotto ore a La Higuera sono disperanti. Ernesto Guevara è vissuto lasciandosi dietro una scia di carte che registrano le sue impressioni, le sue versioni, a volte anche le sue emozioni più intime; diari, lettere, articoli, interviste, discorsi, atti. E’ vissuto circondato di narratori, testimoni, voci amiche che raccontano e lo raccontano. Per la prima volta, lo storico può ricorrere solo a testimoni ostili, molto spesso interessati a distorcere i fatti, a creare una versione fraudolenta. Quello che oggi sappiamo è emerso con il contagocce nel corso di ventotto anni, frutto della caparbietà dei giornalisti, di ricordi tardivi al fine di costruirsi alibi. La Higuera è una terra di parole in cui c'è posto solo per gli interrogativi. Sa che lo uccideranno? Cosa pensa adesso di Simón Cuba, che tante volte ha rinnegato nel suo diario? Fa un bilancio dei compagni vivi, dei pri onieri e dei morti? Rimangono Pacho e Pombo con Inti, Dariel, Dario, il Nato e Tamayo; Huanca e il medico De la Pedraja sono fuggiti con i feriti. Uavranno visto cadere nelle mani dei soldati? Tenteranno qualcosa? Trascorre quelle ore pensando ad Aleida e ai bambini, al piccolo Ernesto che praticamente non ha mai visto? Ai morti? Gli altri morti che hanno costellato la sua strada, Pamos Latour e Geonel, il Patojo, Camdo e Masetti; San Luis, Manuel, Vdo e Tania... e la lista è interminabile. Sono i suoi morti, sono morti perché credevano in lui. Soffre per la ferita? Lui non ha mai abbandonato un prigioniero privo di cure, gli hanno dato un'aspirina per curare una ferita d'arma da fuoco. Ripensa alla sconfitta? Ultimo anello di una catena che si aggiunga, il gruppo di Puerto Mìldonado, di Salta, adesso la sua, la guerriglia del Che. Cosa lo aspetta? Cinquant'anni di carcere? Una pallottola nella nuca? Non è questa la prima sconfitta, chissà se sarà l'ultima. Il suo diario si trova nella casa del telegrafista, a pochi metri da dove lo tengono prigioniero. Ci sono state altre sconfitte, ma per la prima volta in vita sua Ernesto Guevara è un uomo senza carta né penna. Un uomo disarmato, perché non può raccontare quello che sta vivendo. A La Higuera c'è stato il cambio della guardia. li Che è sdraiato a terra, la ferita ha smesso di sanguinare. Uno dei soldati di sentinella nella stanza racconterà anni dopo: "Una delle cose che vidi, e che mi sembrò un oltraggio per il guerrigliero, fu che Carlos Pérez Gutiérrez entra, lo afferra per i capelli e gli sputa in faccia, e il Che non si trattiene e gli sputa a sua volta, inoltre gli dà un calcio che gli fa fare un ruzzolone, non so dove l'abbia preso il calcio, ma vidi Carlos Pérez Gutiérrez a terra e Eduardo Huerta con un altro ufficiale che lo immobilizzano". Poco dopo un infermiere dell'esercito gli lava la gamba con del disinfettante; le cure non si spingono oltre. Ninfa Arteaga, la moglie del telegrafista, si offre di portare da mangiare ai prigionieri; il sottoufficiale di guardia rifiuta. Lei risponde: "Se non mi lasciate dare da mangiare a lui, non lo do a nessuno". Sua figlia Elida porta un piatto al guerrigliero cieco (il Cinese Chang?) in un'altra stanza. Ultimo pasto del Che sarà un piatto di minestra di arachidi. Il sottotenente Toti Aguilera entra nella stanza. "Signor Guevara, è sotto la mia custodia." E Che gli chiede una sigaretta. Aguilera gli domanda se è medico, il Che conferma e aggiunge che è anche dentista, che ha cavato dei denti. Il tenente si aggira per la stanza cercando di trovare uno spunto di conversazione. Alla fine fugge, non c'è possibilità di comunicazione con quel personaggio chiuso che esce dal mito, ferito; non riesce ad annullare quella distanza che il Che ha sempre imposto anche ai suoi, per non parlare degli estranei e, a maggior ragione, dei nemici. Diversi soldati entrano in seguito nella stanza. Parlano di tutto, a frammenti, controvoglia. C'è religione a Cuba? 2 vero che lo vogliono scambiare con dei trattori? Lei ha ammazzato il mio amico? Lo insultano. Dicono che un sottoufficiale, vedendolo rannicchiato in un angolo della stanza, gli abbia chiesto: "Sta pensando all'immortalità dell'asino?". Guevara, al quale gli asini sono sempre stati molto cari, sorride e risponde: "No, tenente, sto pensando all'immortalità della rivoluzione che tanto temono coloro che voi servite". Verso le undici e mezzo un paio di soldati rimangono soli con il Che, senza sottoufficiali né ufficiali. Il Che parla con loro, chiede di dove sono. Sono entrambi originari dei distretti minerari, uno è figlio di un minatore. Parlano. I due soldati pensano che magari possono fuggire con lui. Uno di essi esce dalla scuola per vedere com'è la situazione fuori. Il villaggio è sempre in stato d'allerta. Ci sono tre anelli di guardie, il terzo è formato da uomini di un altro reggimento. Lo comunicano al Che. Raccontano che disse: Non vi preoccupate, sono sicuro che non rimarrò prigioniero per molto tempo, perché molti paesi protesteranno per me, quindi non c'è bisogno, non vi preoccupate tanto, non credo che mi succeda nient'altro. Uno dei due gruppi di guerrigliero superstiti è riuscito a sfuggire all'accerchiamento dell'esercito. Inti Peredo racconta: "In quella notte di tensione e d'angoscia ignoravamo completamente cosa era successo e ci chiedevamo a voce bassa se non fosse morto un altro compagno oltre ad Aniceto". All'alba scendono di nuovo nella gola e dopo una breve attesa si spostano verso il secondo punto d'incontro, a qualche chilometro da La Fhguera. Alarcón aggiunge: "Ci dirigemmo verso il secondo punto d'incontro, vicino al Río el Naranjal. Dovevamo tornare un’altra volta in direzione di La Higuera e l'alba ci sorprese vicino al villaggio". E l'alba del 9 ottobre. Dall'ambasciata degli Stati Uniti a La Paz partono cablogrammi diretti a Washington. L’ambasciatore Henderson comunica al Dipartimento di stato che il Che si trova "tra gli uomini catturati, malato gravemente o ferito"; i consiglieri di Lyndon Johnson esperti di questioni latinoamericane, basandosi su fonti della CIA, riferiscono che Barrientos afferma di avere il Che e di voler verificare l'identità dell'uomo che è stato catturato mediante le impronte digitali. A La Higuera sta sorgendo il giorno, i prigionieri sentono il rumore di un elicottero, le sentinelle sono rilevate. Un apparecchio trasporta il colonnello Zenteno, venuto da Vallegrande accompagnato dall'agente della CIA Félix Rodríguez. I due si dirigono verso la casa del telegrafista, in cui si trovano i documenti rinvenuti nello zaino del Che. Agli ordini del maggiore Ayoroa, i ranger rastrellano i canaloni alla ricerca dei superstiti. E capitano Gary Prado fornisce la versione ufficiale: "Un’operazione ha inizio la mattina del 9 ottobre, perlustrando palmo a palmo i canaloni. La compagnia A trova le grotte 'm cui si erano rifugiati il Cinese e Pacho che mentre gli intimavano di arrendersi sparano e uccidono un soldato, provocando la rapida reazione dei ranger, che con mitragliatrici e bombe a mano li riducono al silenzio". E curioso che in un altro punto della sua versione dica che i soldati gli riferirono della "presenza di un guerrigliero", non di due. Perché se c'erano due uomini nella gola i superstiti non li videro la notte prima? Perché non c'è nessuna annotazione sul diario di Pacho in data 8 ottobre? A La Higuera, il colonnello e l'agente della CIA entrano dove è rinchiuso il Che. Anni dopo, un soldato racconterà: "Uno dei comandanti ebbe una discussione piuttosto violenta con il Che e aveva accanto una persona, sarà stato un giornalista, che registrava con una specie di registratore molto grande appeso sul petto". Nella versione di Rodríguez, le cose si svolgono in modo più civile. Fanno uscire il Che dalla scuola e gli chiedono il permesso di fargli una foto. Félix si mette accanto al guerrigliero. Verso le dieci del mattino il maggiore Nino de Guzmán, pilota dell'elicottero, fa scattare la Pentax dell'agente della CIA. La foto è giunta fino a noi: il Che è un arruffio di capelli, sul volto una certa amara desolazione, la barba sporca, gli occhi semichiusi per la stanchezza e il sonno, le mani unite come se fossero legate. Ci saranno un altro paio di fotografie quella mattina, scattate da soldati, molto simili alla prima: in entrambe, il comandante Guevara, sconfitto, rifiuta di guardare l'obiettivo, Zenteno si dirige verso il Churo per supervisionare il rastrellamento in corso. Intanto Rodríguez, con la sua Rs48 portatile, invia un messaggio cifrato. Selich, che lo osserva, è molto preciso: "Aveva un potente radiotrasmettitore che installò immediatamente e con cui trasmise un messaggio cifrato in chiave di sessantacinque gruppi circa. Subito dopo installò su un tavolo al sole una macchina fotografica montata su un dispositivo con quattro gambe telescopiche e cominciò a scattare fotografìe". Gli interessano in particolare i diari del Che, il libro con le chiavi e l'agenda con indirizzi di tutto il mondo. I militari e l'agente della CIA si trovano nel patio davanti alla casa del telegrafista. Fotografando il libro di chiavi, Rodríguez commenta: "Ne esistono solo due esemplari al mondo, uno ce l'ha Fidel Castro e l'altro è qui". Selich ritorna a Vaflegrande in elicottero con i due soldati feriti. Alle undici e trenta Zenteno ritorna a La Higuera accompagnato da una scorta e dal maggiore Ayoroa e trova l'agente della CIA impegnato nell'operazione di fotografia. I militari lo guardano fare. Zenteno si limita a un breve commento e Rodríguez gli assicura che copie delle foto gli saranno consegnate a La Paz. "Nessuno obiettò alle fotografie, nessuno si oppose" dirà più tardi il maggiore Ayoroa. Nella solitudine della stanza in cui è rinchiuso, il Che chiede ai suoi guardiani di lasciarlo parlare con la maestra della scuola, Julía Cortez; secondo la sua testimonianza, il Che le disse: "Ah, lei è la maestra. Lo sa che sulla o di "so"non ci vuole l'accento nella frase "Adesso so leggere"? Indica la lavagna. "Certo, a Cuba non ci sono scuole come questa. Per noi questa sarebbe una prigione. Come fanno a studiare qui i figli dei contadiní? E’ antipedagogico". "Il nostro è un paese povero." "I funzionari del governo e i generali, però, girano in Mercedes e hanno un mucchio di altre cose... vero? E’ questo quello che noi combattiamo." "Lei è venuto da molto lontano a combattere in Bolivía." "Sono un rivoluzionario e sono stato in molti posti." "Lei è venuto a uccidere i nostri soldati." "Guardi, in guerra o si vince o si perde." In quale momento il colonnello Zenteno trasmise ad Ayoroa l'ordine presidenziale di assassinare il Che? Félìx Rodríguez cercò forse dì convincerlo a non ucciderlo, visto che il Che in quel momento poteva essere più utile vivo e sconfitto che morto? Almeno così afferma l'agente della CIA nelle sue memorie; Zenteno, nelle successive dichiarazioni, non ne fa menzione. Rodríguez racconta che parlò con il Che per un'ora e mezza, e che il comandante gli chiese anche di trasmettere a Fidel il messaggio che la rivoluzione latinoamericana avrebbe trionfato e di dire a sua moglie di risposarsi ed essere felice. Ma quell'ora e mezza non fu in realtà che un quarto d'ora, e altre fonti militari sono concordi nell'affermare che il Che disse a Rodríguez che era un "verme" al servizio della CIA, che lo chiamò mercenario e che si limitarono a scambiarsi insulti. Alle undici e quarantacinque, Zenteno prende il diario e la carabina del Che e insieme a Rodríguez parte con l'elicottero appena ritornato. A mezzogiorno il Che chiede di poter parlare di nuovo con la maestra. Lei non vuole, ha paura. Intanto, a cinque-seicento metri dal villaggio, i guerriglieri sopravvissuti stanno aspettando che faccia notte per muoversi. Alarcón racconta: "Lì venimmo a sapere che il Che era prigioniero ( ) Sentivamo le notizie da una radiolina che avevamo e che disponeva di un auricolare ( ) Credevamo che si trattasse di una falsa informazione messa in giro dall'esercito. Però verso le dieci del mattino dicevano già che il Che era morto e ( ) parlavano di una foto che lui portava in tasca, con sua moglie e i suoi figli. Quando noi cubani sentimmo questo, ci guardammo fissi mentre le lacrime cominciavano a scenderci in silenzio ( ) Quel particolare ci dimostrava che il Che era morto in combattimento, senza che ci passasse per la mente che era ancora vivo e a poco più di cinquecento metri da noi". A metà mattina Ayoroa chiese un volontario tra i ranger per fare il boia. Il sottoufficiale Mario Terán chiese che gli lasciassero ammazzare il Che. Un soldato ricorda: "Sosteneva che nella compagnia B erano morti tre Mario e in loro onore dovevano dargli il diritto di ammazzare il Che". Era mezzo ubriaco. Il sergente Bernardino Huanca si offri di assassinare i compagni del Che. Passata l'una, Terán, basso, tracagnotto - non sarà stato alto più di 1,60 per sessantacinque chili di peso - entrò nella stanzetta della scuola in cui si trovava il Che con un M-2 in mano che gli aveva prestato il sottouffíciale Pérez. Nella stanza accanto, Huanca crivellava di pallottole il Cinese e Simón. Il Che era seduto su una panca, con i polsi legati, le spalle al muro. Terán esita, dice qualcosa. Il Che risponde: "Perché disturbarsi? Sei venuto a uccidermi". Terán fa un movimento come per andarsene e spara la prima raffica rispondendo alla frase che quasi trent'anni dopo dicono abbia pronunciato il Che: Spara, vigliacco, che stai per uccidere un uomo. "Quando arrivai il Che era seduto sulla panca. Quando mi vide disse: Lei è venuto a uccidermi. Io non osavo sparare, e allora lui mi disse: Stia tranquillo, lei sta per uccidere un uomo. Allora feci un passo indietro, verso la porta, chiusi gli occhi e sparai la prima raffica. Il Che cadde a terra con le gambe maciullate, contorcendosi e perdendo moltissimo sangue. lo ripresi coraggio e sparai la seconda raffica, che lo colpì a un braccio, a una spalla e al cuore". Poco dopo il sottoufficiale Carlos Pérez entra nella stanza e spara un colpo sul cadavere. Non sarà l'unico: anche il soldato Cabrero, per vendicare la morte del suo amico Manuel Morales, spara contro il Che. I diversi testimoni sembrano concordare sull'ora della morte di Ernesto Che Guevara: verso la una e dieci del pomeriggio di domenica 9 ottobre 1967. La maestra grida contro gli assassini. Un sacerdote domenicano di una vicina parrocchia ha cercato di arrivare in tempo per parlare con Ernesto Guevara. Padre Roger Schiller racconta: "Quando seppi che il Che era prigioniero a La Higuera trovai un cavallo e mi diressi laggiù.- Volevo confessarlo. Sapevo che aveva detto Sono fritto. lo volevo dirgli: "Lei non è fritto. Dio continua a credere in lei". Per strada incontrai un contadino: "Non si affretti, padre" mi disse. "L’hanno già liquidato"". Verso le quattro del pomeriggio il capitano Gary Prado ritorna al villaggio dopo l'ultima incursione dei ranger nelle gole vicine. All'ingresso del paese il maggiore Ayoroa lo informa che hanno giustiziato il Che; Prado ha un moto di sdegno. Lui l'ha catturato vivo. Si preparano a portare via il corpo in elicottero. Prado gli lega la mandibola con un fazzoletto perché il volto non si scomponga. Un fotografo ambulante ritrae i soldati che circondano il cadavere adagiato su una barella. Sono foto domenicali, di paese, mancano solo í sorrisi. Una foto immortala Prado, padre Schdler e donna Ninfa accanto al corpo. Il sacerdote entra nella scuola, non sa cosa fare, raccoglie i bossoli e li mette via, poi si mette a lavare le macchie di sangue. Vuole cancellare parte del terribile peccato: aver ucciso un uomo in una scuola. A Mario Terán hanno promesso un orologio e un viaggio a West Point per frequentare un corso per sottoufficiali. La promessa non sarà mantenuta. L’elicottero si alza in volo, con il cadavere del Che Guevara legato, ai pattini.

Ultima modifica di CalimeRa il Dom 11/Dic/2005 15:56, modificato 2 volte in totale
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Igi



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MessaggioInviato: Dom 11/Dic/2005 13:05    Oggetto: Rispondi citando

ehm...il Che non è nato veramente il 14 giugno, ma bensì un mese prima, il 14 maggio. Il suo certificato di nascita è stato falsificato da un medico amico dei genitori, cosi da evitare lo scandalo, visto che quando i due si sposarono, Celia era già incinta di tre mesi.

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gneppetina



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MessaggioInviato: Mar 27/Dic/2005 21:28    Oggetto: Rispondi citando

igi giuramelo!!!!!non ci credo neanache se vedo il certificato no ma dai mi è crollato un mito....
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CalimeRa
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MessaggioInviato: Mar 27/Dic/2005 21:35    Oggetto: Rispondi citando

gneppetina ha scritto: igi giuramelo!!!!!non ci credo neanache se vedo il certificato no ma dai mi è crollato un mito.... no è vera la storia del certificato medico modificato anche se la magior parte delle biografie portano la data del 14 giugno
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MaRyBlonDy





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MessaggioInviato: Gio 05/Gen/2006 12:06    Oggetto: Rispondi citando

accidenti che lavoro certosino 002 bello conoscevo poco la grandezza del chè
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Penny




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MessaggioInviato: Gio 05/Gen/2006 16:04    Oggetto: Rispondi citando

E' Bello che a noi che tocca poco , il che abbia dato la posssibilità di trovare un posto nel cuore come la base di parekkie ideali, ogni tanto ci penso sapete? 002


OT: Mary pekke quella faccia triste nella foto d'avatar? ??019
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MessaggioInviato: Ven 06/Gen/2006 22:08    Oggetto: Rispondi citando

ciò che più amo del che è l'uso che faceva delle parole...non parlava mai a sproposito ciò ceh diceva era sempre pesato ed era sacrosanto...ho un quaderno dove ho trascritto tutte le sue fasi e i suoi pensieri che ho raccolto dalle varie biografie che ho di tanto in tanto le rileggo e le trovo sempre attuali come se fosse ancora qui e sapesse cos aaffligge il mondo hasta siempre comandate
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Penny




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MessaggioInviato: Ven 06/Gen/2006 23:46    Oggetto: Rispondi citando

Hasta Siempre Comandante Che Guevara!

sai è una cosa che ho notato anch io, e con le sue frasi però, anche se sono poste e formulabili non in una situazione specifica, non diventano vaghe dispersive o quant'altro... a meno che chi lo citi non sia in grado di farlo ^_^
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MessaggioInviato: Mer 18/Gen/2006 14:37    Oggetto: Rispondi citando

Discorso pronunziato dal Comandante Fidel Castro Ruz durante la veglia funebre in memoria del Comandante Ernesto Che Guevara La Habana, Piazza della Rivoluzione, 18 ottobre 1967 Fu in un giorno di luglio o di agosto del 1955 che conobbi il Che. E quella notte - come racconta egli stesso - diventò un membro della futura spedizione del Granma. Tuttavia, in quel periodo la spedizione non aveva ancora né imbarcazione, né armi, né truppa. Così, insieme con Raúl, il Che fu semplicemente uno dei primi due della lista del Granma. Da allora sono passati dodici anni, dodici anni carichi di lotte e di storia. Anni durante i quali la morte ha falciato molte vite valorose e insostituibili. Ma anche anni in cui abbiamo visto sorgere persone straordinarie - gli anni di questa nostra Rivoluzione. Anni in cui si sono forgiati gli uomini della Rivoluzione, e tra questi uomini e il popolo si sono creati legami di affetto e legami di amicizia che vanno oltre ogni possibilità di espressione. Eppure stasera siamo qui riuniti, voi e io, per cercare di esprimere in qualche modo questi sentimenti verso chi è stato uno dei più noti, dei più ammirati, dei più amati e, senza alcun dubbio, il più straordinario dei nostri compagni di Rivoluzione. Per esprimere questi sentimenti a lui e agli eroi che con lui hanno combattuto e con lui sono caduti, al suo piccolo esercito internazionalista che ha scritto una pagina gloriosa e incancellabile della storia. Il Che era una di quelle persone a cui tutti si affezionavano immediatamente, per la sua semplicità, per il suo carattere, per la sua naturalezza, per il suo cameratismo, per la sua personalità, per la sua originalità, ancor quando non si conoscessero di lui le altre singolari virtù che lo contraddistinsero. All'inizio era soltanto il medico della nostra truppa, ma a poco a poco fra di noi si crearono legami più stretti, sorsero reciproci sentimenti. Egli mostrava un profondo odio e disprezzo per l'imperialismo, non solo perché la sua formazione politica era arrivata già allora a un notevole grado di sviluppo, ma perché egli aveva potuto assistere recentemente, in Guatemala, al criminale intervento dell'imperialismo che, per l'interposta persona dei mercenari, aveva mandato all'aria la rivoluzione in quel paese. Per uno come lui non erano necessari molti argomenti. Gli bastava sapere che anche Cuba si trovava in una situazione simile. Gli bastava sapere che c'erano uomini decisi a combattere con le armi in pugno questa situazione. Gli bastava sapere che quegli uomini si ispiravano a sentimenti genuinamente rivoluzionari e patriottici. Era più che sufficiente, per lui. E fu così che un giorno, alla fine di novembre 1956, intraprese con noi il viaggio verso Cuba. Ricordo che per lui quella traversata fu durissima, dato che le circostanze in cui dovemmo organizzare la spedizione gli avevano impedito di procurarsi le medicine che gli erano indispensabili, e passò tutto il tempo della navigazione scosso da un tremendo attacco d'asma, senza nessuna possibilità di sollievo, ma anche senza un lamento. Sbarcammo, incominciammo i primi spostamenti a piedi, subimmo il primo rovescio e, in capo ad alcune settimane, tornammo a riunirci - come sapete - i pochi che eravamo rimasti della spedizione del Granma. E il Che continuava a farci da medico. Ma venne il primo combattimento vittorioso e il Che diventò anche lui soldato, pur restando sempre il nostro medico. Ci fu il secondo combattimento vittorioso e in quello scontro il Che non fu più solamente un soldato, ma il più bravo dei soldati e compì per la prima volta una di quelle singolari prodezze che lo contraddistinguevano in tutte le sue azioni. Poi la nostra forza crebbe e ci trovammo a dover affrontare un combattimento che in quel momento aveva per noi una straordinaria importanza. La situazione era difficile. Le informazioni di cui disponevamo erano, per molti aspetti, erronee. Dovevamo attaccare alle prime ore del mattino, in piena luce, una posizione fortemente difesa, sulla riva del mare, ben armata, mentre la nostra retroguardia era minacciata a non molta distanza da truppe nemiche. In quella confusa situazione fu necessario chiedere agli uomini uno sforzo supremo. Il compagno Juan Almeida dovette assumersi una missione difficilissima e uno dei fianchi del nostro schieramento rimaneva completamente scoperto, del tutto privo di forza d'attacco, con il pericolo di mettere a rischio tutta l'operazione. E allora il Che, che in fondo era ancora solamente il medico del nostro piccolo esercito, chiese tre o quattro uomini, di cui uno con fucile mitragliatore e, in pochi secondi, si buttò senza esitare a sostenere l'attacco da quella parte. In quella occasione, non fu soltanto un combattente coraggioso, ma anche un valoroso medico. Prestò assistenza ai compagni feriti e, ove fu necessario, persino ai soldati nemici. E quando fummo costretti ad abbandonare la posizione - non prima di avere fatto razzia di tutte le armi - e a intraprendere una lunga marcia, incalzati da varie forze nemiche, fu necessario che qualcuno rimanesse con i feriti: rimase il Che. Appoggiato da un piccolo gruppo armato dei nostri, si prodigò nelle cure ai feriti. Salvò a tutti la vita e più tardi si riunì con loro alla colonna. Da quel momento si distinse come capo valoroso e capace, di quel tipo di uomini che, quando c'è da compiere una missione difficile, non stanno ad aspettare che gli venga chiesto. Così si comportò nello scontro dell'Uvero. Ma si comportò forse diversamente in un'altra occasione, sempre nei primissimi tempi, e di cui finora non si è mai parlato, quando cioè, per un tradimento, il nostro piccolo esercito fu attaccato di sorpresa da numerosi aerei? Ci stavamo ritirando sotto il bombardamento, e avevamo già percorso un bel pezzo di strada, quando mi ricordai di certi fucili che erano rimasti in custodia ai contadini che avevano combattuto con noi nelle prime azioni e poi avevano chiesto il permesso di potere andare a trovare i loro familiari: nel nostro incipiente esercito non c'era ancora molta disciplina. In quel momento, pensai che quei fucili erano irrimediabilmente perduti. E invece, ricordo, non si era neanche fatto in tempo a porre il problema, che subito il Che si offrì di andarli a recuperare. E mentre continuava il bombardamento, si mise velocemente in cammino, senza alcun indugio. Era appunto questa una sua caratteristica essenziale: la disposizione immediata, istantanea a offrirsi per realizzare la missione più pericolosa. E ciò, naturalmente, suscitava l'ammirazione, anzi una doppia ammirazione, perché era un compagno che combatteva con noi pur non essendo della nostra terra, e perché era un uomo profondo, un uomo nella cui mente fervevano sogni di lotta in altre parti del continente, e dava, tuttavia, mostra continua d'altruismo, di disinteresse. Era disposto sempre a fare le cose più difficili, a rischiare in ogni momento la vita. Così si guadagnò i gradi di combattente e di capo della Seconda Colonna che si organizzò nella Sierra Maestra. Così il suo prestigio cominciò a crescere, e lui ad acquistare quella fama di magnifico combattente che doveva portarlo, nel corso della guerra, ai gradi più alti. Il Che era un soldato insuperabile. Il Che era un capo insuperabile. Il Che era, dal punto di vista militare, un uomo straordinariamente capace, straordinariamente valoroso, straordinariamente combattivo. Se come guerrigliero aveva un tallone d'Achille, questo tallone d'Achille era proprio la sua eccessiva combattività, il suo assoluto sprezzo del pericolo. I nemici pretendono di trarre conclusioni dalla sua morte. Ma il Che era un maestro della guerra! Il Che era un artista della guerriglia! E lo ha dimostrato un'infinità di volte. Soprattutto lo ha dimostrato in due straordinarie prodezze: una, quando percorse tutta l'isola alla testa di una colonna incalzata e contrastata da migliaia di soldati, attraversando un territorio completamente pianeggiante e che non conosceva, realizzando insieme a Camilo Cienfuegos una formidabile impresa militare; l'altra, nella fulminea campagna nella provincia di Las Villas e, in particolare, nell'audace attacco alla città di Santa Clara quando, guidando una colonna di appena trecento uomini, penetrò in una città difesa dai carri armati, dall'artiglieria e da varie migliaia di soldati di fanteria. Sono queste le due imprese che lo hanno consacrato un capo fuori del comune, un maestro, un'artista della guerra rivoluzionaria. E c'è chi, sfruttando il fatto della sua morte eroica e gloriosa, pretende di negare la verità o la validità delle sue concezioni o delle sue idee sulla guerriglia! Potrà morire l'artista, soprattutto quando è l'artista di un'arte così pericolosa come la lotta rivoluzionaria, ma quel che non morirà in nessun modo è l'arte a cui egli ha consacrato la sua vita e la sua intelligenza. Che cosa c'è di strano che questo artista muoia in un combattimento? Caso mai, ben più straordinario è che non fosse morto prima, in una delle innumerevoli occasioni in cui rischiò la pelle durante la nostra Rivoluzione. E quante volte gli si dovette impedire di buttare via la vita in scaramucce di nessuna importanza! Ma ecco, in un combattimento, in uno dei tanti combattimenti da lui sostenuti, ecco, ha perso la vita. Non possediamo sufficienti elementi di giudizio per potere dedurre quali circostanze abbiano preceduto il suo ultimo fatto d'armi e per sapere fino a che punto egli si sia comportato con eccessiva combattività, con troppo sprezzo del pericolo. E' qui, caso mai, che io non riesco a essere d'accordo con lui: perché per me la sua vita, la sua esperienza, la sua capacità di capo agguerrito, il suo prestigio e tutto ciò che egli significava da vivo, contavano molto di più, incomparabilmente di più, della valutazione che spesso egli dava di se stesso. Ma chissà che non abbia influito profondamente sulla sua condotta l'idea che gli uomini hanno un valore relativo nella storia, l'idea che le cause non sono sconfitte quando cadono gli uomini che le rappresentano, e che l'inarrestabile marcia della vittoria non si arresta, né si arresterà, perché cadono i capi. E' una verità: chi ne può dubitare? E lo dimostra la sua fede negli uomini, la sua fede nelle idee, la sua fede nell'esempio. Eppure, come ho già detto qualche giorno fa, quanto avremmo desiderato che fosse lui stesso a forgiare la vittoria, vederlo costruire la vittoria sotto il suo comando, sotto la sua direzione, perché sono così poco comuni gli uomini della sua esperienza, del suo calibro, della sua capacità davvero singolare. Tuttavia, sappiamo come apprezzare il suo esempio e nutriamo la più assoluta convinzione che questo esempio diventerà un modello da emulare, servirà a far scaturire dal seno dei popoli uomini simili a lui. Non è facile riunire in una persona tutte le virtù che erano riunite in lui. Non è facile che un uomo sappia spontaneamente dare sviluppo a una personalità come la sua. Io direi che egli era di quel tipo di uomini difficili da eguagliare e praticamente impossibili da superare. Ma dirò anche che uomini come lui sono capaci, con il loro esempio, di suscitare altri uomini dello stesso tipo. Perché nel Che ammiriamo non solo il guerriero, l'uomo capace di grandi prodezze. E quello che egli stava facendo, il fatto stesso di misurarsi da solo, con un pugno di uomini, contro tutto un esercito oligarchico istruito dai consiglieri inviati dall'imperialismo yankee e sostenuto dalle oligarchie di tutti i paesi vicini, costituisce già da sé una prodezza straordinaria. Se si cerca nelle pagine della storia, forse non si troverà nessun caso in cui qualcuno sia sceso in campo con un numero tanto ridotto di uomini contro forze così considerevoli. E' una prova di fiducia in se stesso, una prova di fiducia nei popoli, questa dimostrazione di fede nella capacità degli uomini di combattere, che non ha eguali nella storia! I nemici credono di aver sconfitto le sue idee, di aver sconfitto la sua concezione guerrigliera, di aver sconfitto le sue opinioni sulla lotta rivoluzionaria armata. Ma sono riusciti soltanto, aiutati da un colpo di fortuna, a eliminare la sua vita fisica. Altro non hanno potuto ottenere che gli accidentali vantaggi che in guerra possono capitare a un nemico. E non sappiamo fino a che punto questo colpo di fortuna sia stato aiutato proprio da quell'eccesso di combattività del Che cui poco fa mi riferivo. Del resto è accaduto tante volte anche nella nostra guerra di indipendenza! In uno scontro a Dos Ríos uccisero l'apostolo della nostra indipendenza, Martí. In una scaramuccia a Punta Brava uccisero Antonio Maceo, veterano di cento battaglie. In fatti d'arme del genere sono morti un'infinità di capi, un'infinità di patrioti della nostra guerra di indipendenza, eppure ciò non ha significato la sconfitta della causa cubana. La morte del Che - come ho detto qualche giorno fa - è un duro colpo, un colpo tremendo per il movimento rivoluzionario, in quanto lo priva, non c'è dubbio, del suo capo più affidabile ed esperto. Ma si sbagliano coloro che cantano vittoria. Si sbagliano quelli che credono che la sua morte significhi la sconfitta delle sue idee, la sconfitta delle sue concezioni tattiche, la sconfitta delle sue teorie guerrigliere, la sconfitta delle sue tesi. Perché l'uomo che è caduto come uomo mortale, come uomo che si esponeva tante volte alle pallottole, è stato un militare, è stato un capo mille volte più abile di coloro che un colpo di fortuna lo hanno ucciso. E tuttavia, come debbono affrontare questo colpo avverso i rivoluzionari? Come debbono affrontare questa perdita? Quale sarebbe l'opinione del Che se dovesse esprimere il proprio giudizio su questo punto? Lo ha detto egli stesso con grande chiarezza nel suo messaggio alla Conferenza di Solidarietà Latino-Americana: che se in qualunque parte del mondo lo avesse sorpreso la morte, fosse la benvenuta purché potesse giungere il suo grido di guerra a un orecchio ricettivo, e un'altra mano si tendesse a impugnare l'arma. Quel suo grido giungerà non a un solo orecchio ricettivo, ma a milioni di orecchi pronti a riceverlo! E non una mano, ma milioni di mani, ispirandosi al suo esempio si tenderanno per impugnare le armi! Nuovi capi sorgeranno. E gli uomini, gli orecchi ricettivi e le mani protese, avranno bisogno di capi ed essi sorgeranno dalle fila del popolo, come sono sorti i capi in tutte le rivoluzioni. Non potranno contare, è vero, su un capo dotato dell'esperienza straordinaria e dell'enorme capacità del Che. Ma i nuovi capi si formeranno nel vivo della lotta, i nuovi capi sorgeranno proprio dai milioni di orecchi ricettivi, dai milioni di mani che prima o poi si tenderanno a impugnare le armi. Non vogliamo dire con questo che, nell'ordine pratico della lotta rivoluzionaria, la sua morte debba o possa avere una ripercussione immediata, ma neppure il Che, quando tornò a imbracciare le armi, pensava a una vittoria immediata, a un successo rapido contro le forze delle oligarchie e dell'imperialismo. La sua mente di combattente sperimentato era preparata a una lotta lunga, di cinque, di dieci, di quindici, di venti anni, se fosse stato necessario. Ed è in questa prospettiva temporale che la sua morte, il suo esempio - diciamolo - avranno una terribile ripercussione e una forza invincibile. La sua capacità di capo e la sua esperienza, invano cercano di negarla coloro che si aggrappano al colpo di fortuna. Il Che era un capo militare straordinariamente capace. Ma quando noi ricordiamo il Che, quando io penso al Che, non penso fondamentalmente alle sue virtù militari. No. La guerra è un mezzo non un fine, la guerra è uno strumento dei rivoluzionari. L'importante è la Rivoluzione, l'importante è la causa rivoluzionaria, le idee rivoluzionarie, gli obiettivi rivoluzionari, i sentimenti rivoluzionari, le virtù rivoluzionarie! Ed è appunto in questo campo, nel campo delle idee, nel campo dei sentimenti, nel campo delle virtù rivoluzionarie, nel campo dell'intelligenza, a parte le sue virtù militari, che noi sentiamo che perdita terribile abbia significato la morte del Che per il movimento rivoluzionario. Il Che riuniva, infatti, nella sua straordinaria personalità, virtù che di rado si mostrano insieme. Si era rivelato un imbattibile uomo d'azione, ma non era soltanto un grande uomo d'azione. Il Che era un uomo di pensiero profondo, di intelligenza lungimirante, un uomo di ampia cultura. Nella sua persona riuniva, insomma, l'uomo di idee e l'uomo di azione. Ma questa è ancora una definizione restrittiva. Perché il Che riuniva in sé virtù che si possono definire la perfetta espressione delle virtù di un rivoluzionario: uomo integro nella sua totalità, uomo di lealtà suprema, di sincerità assoluta, uomo di vita stoica e spartana, uomo nella cui condotta non si può praticamente trovare macchia. Si usa, nell'ora della morte di un uomo, pronunciare discorsi ed esaltare virtù, ma poche volte come in questa occasione si può più giustamente e con più esattezza dire di un uomo quel che qui diciamo del Che: che costituì un vero esempio di virtù rivoluzionarie, un vero modello di rivoluzionario. Ma aveva anche un'altra qualità, che non è una qualità dell'intelletto, che non è una qualità della volontà, che non è una qualità derivata dalle esperienze di lotta, ma una qualità del cuore: era un uomo straordinariamente umano, straordinariamente sensibile. Per questo, quando penso alla sua vita, quando penso alla sua condotta, dico che il Che ha costituito il caso singolare di un uomo rarissimo, capace di coniugare nella sua personalità non soltanto le caratteristiche dell'uomo di azione ma anche quelle dell'uomo di pensiero, dell'uomo di immacolate virtù rivoluzionarie e di straordinaria sensibilità umana, unite a un carattere di ferro, a una volontà d'acciaio, a una tenacia indomita. Alle generazioni future egli ha lasciato in eredità non solo la sua esperienza, non solo le sue conoscenze di soldato eccezionale, ma anche le opere della sua intelligenza. Scriveva con il virtuosismo di un classico. Le sue narrazioni della guerra sono insuperabili. La profondità del suo pensiero è impressionante. Non scrisse mai di alcunché, se non con straordinaria serietà, con straordinaria profondità. E certi suoi scritti io non ho dubbi che passeranno ai posteri come classici del pensiero rivoluzionario. Frutto di questa intelligenza vigorosa e profonda sono un'infinità di ricordi, un'infinità di narrazioni lasciateci da lui sopra tanti avvenimenti e fatti che senza la sua fatica, forse, sarebbero potuti cadere nell'oblio per sempre. Lavoratore infaticabile, negli anni che fu al servizio della nostra patria non conobbe un solo giorno di riposo. Molte furono le responsabilità che ebbe assegnate: Presidente della Banca Nazionale, Direttore della Giunta di Pianificazione, Ministro dell'Industria, Comandante di Regioni Militari, capo di delegazioni politiche, economiche, amichevoli. La sua intelligenza multiforme era capace di affrontare con la massima sicurezza qualsiasi compito in ogni campo e in ogni senso. Rappresentò brillantemente la nostra patria in numerose conferenze internazionali con la stessa affascinante incisività con cui sapeva rivolgersi ai soldati sotto il fuoco del combattimento, con la stessa assiduità con cui fu un modello di lavoratore alla testa di qualsiasi organismo gli venisse affidato. Non esistevano per lui giorni di riposo, né ore di sosta. Se passando guardavo alle finestre dei suoi uffici, vedevo accese le luci fino a notte inoltrata: studiava, o meglio lavorava e studiava insieme. Perché era un uomo a cui piaceva studiarli tutti, i problemi. Era un lettore infaticabile. La sua sete di abbracciare conoscenze umane era praticamente insaziabile, e le ore che rubava al sonno le dedicava allo studio, e i giorni regolamentari di riposo li dedicava al lavoro volontario. Fu l'ispiratore e il massimo sostenitore del lavoro volontario, che oggi è attività di centinaia di migliaia di persone in tutto il paese. Fu lui a dare impulso a questa attività che di giorno in giorno acquista maggior forza tra il nostro popolo. E come rivoluzionario comunista, veramente comunista, aveva una fede infinita nei valori morali, aveva una fede infinita nella coscienza degli uomini. Sì, va detto: vide con assoluta chiarezza che le risorse morali sono la leva fondamentale della costruzione del comunismo nella società umana. Molto pensò, elaborò, scrisse. In un giorno come questo una cosa dobbiamo dire: gli scritti del Che, il pensiero politico e rivoluzionario del Che avranno un valore permanente nella storia della Rivoluzione cubana e nella storia rivoluzionaria dell'America Latina. Non c'è dubbio che il valore delle sue idee, sia delle idee che formulò come uomo d'azione che di quelle che in lui nascevano dall'uomo di pensiero, dall'uomo di candidissime virtù morali, dall'uomo di insuperabile virtù umana, dall'uomo di condotta immacolata, hanno e avranno un valore universale. Gli imperialisti cantano inni di trionfo sulla morte in combattimento del guerrigliero Che. Gli imperialisti cantano vittoria per il colpo di fortuna che li ha messi in grado di eliminare fisicamente un uomo d'azione tanto temibile. Ma forse gli imperialisti ignorano, o fingono di ignorare, che l'uomo d'azione era solo una delle tante facce della personalità di questo combattente. E se parliamo di dolore, ci addolora non solo di aver perso con lui l'uomo d'azione, ma di aver perso l'uomo virtuoso, di aver perso l'uomo di squisita sensibilità umana: ci addolora l'intelligenza perduta. Sì, è questa intelligenza perduta che ci addolora. Ci addolora pensare che aveva soltanto trentanove anni al momento della morte, ci addolora pensare quanti e quali frutti di quell'intelligenza, di quell'esperienza in continua crescita ed espansione non potremo mai più raccogliere. Conosco bene l'entità della perdita per il movimento rivoluzionario, ma so anche che proprio qui sta il lato debole del nemico imperialista: credere di avere liquidato con la persona fisica il suo pensiero, credere di avere liquidato con la persona fisica le sue idee, le sue virtù, il suo esempio. E lo credono con tanta impudenza che non esitano a pubblicare, come fosse la cosa più naturale del mondo, in che modo lo finirono dopo averlo gravemente ferito in combattimento. Non si sono trattenuti neanche di fronte a ciò che di ripugnante c'era in questo modo di procedere, non hanno esitato neppure di fronte alla spudoratezza di ammetterlo pubblicamente. Come se fosse diritto degli sbirri, come se fosse diritto degli oligarchi e dei mercenari sparare contro un combattente rivoluzionario gravemente ferito. E il peggio è che ci vengano anche a spiegare perché lo hanno fatto, sostenendo che sarebbe stato un processo troppo clamoroso quello in cui avessero dovuto portare in giudizio il Che e che sarebbe stato impossibile costringere un simile rivoluzionario a sedere sul banco degli accusati. Non solo: non hanno esitato neppure a fare scomparire i suoi resti. Sia vero o falso, è proprio il fatto che annunciano di avere incenerito il suo cadavere che dimostra la loro paura, che dimostra che non sono convinti di avere, liquidando la vita fisica del combattente, liquidato anche le sue idee e il suo esempio. Il Che non è caduto difendendo altri interessi, altra causa che la causa degli sfruttati e degli oppressi di questo continente: la causa che il Che è morto difendendo è la causa degli umili di questa terra. E il disinteresse, il modo esemplare con cui ha difeso questa causa non osano metterli in discussione neppure i suoi nemici più accaniti. Di fronte alla storia, gli uomini che si comportano come lui, gli uomini che danno tutto se stessi per la causa degli umili, ingigantiscono ogni giorno che passa, radicano sempre più profondamente nel cuore dei popoli: già cominciano ad accorgersene i nemici imperialisti. Non passerà molto tempo e capiranno che la sua morte sarà stata alla lunga come il seme da cui sorgeranno molti uomini decisi a emularlo, molti uomini decisi a seguire il suo esempio. Io sono assolutamente convinto che la causa rivoluzionaria in questo continente si riprenderà dal colpo che le è stato inferto. Che la causa della rivoluzione nell'America Latina non sarà sconfitta da questa avversità. Dal punto di vista rivoluzionario, dal punto di vista del nostro popolo come dobbiamo guardare, noi, all'esempio del Che? Pensiamo forse di averlo perso? Certo, non torneremo a leggere nuovi scritti suoi. Non torneremo mai più ad ascoltare la sua voce. Ma un patrimonio il Che ha lasciato al mondo, un grande patrimonio, e di quel patrimonio noi, che l'abbiamo conosciuto tanto da vicino, possiamo essere i suoi eredi più favoriti. Ci ha lasciato il suo pensiero rivoluzionario, ci ha lasciato le sue virtù rivoluzionarie, ci ha lasciato il suo carattere, la sua volontà, la sua tenacia, la sua laboriosità. In una parola, ci ha lasciato il suo esempio, e l'esempio del Che dev'essere un modello per il nostro popolo, il modello ideale! Se dobbiamo dire come vorremmo che fossero i nostri combattenti rivoluzionari, i nostri militanti, i nostri uomini, diremo senza alcuna esitazione: siano come il Che! Se vogliamo esprimere come vorremmo che siano gli uomini delle future generazioni, diciamo: come il Che! Se vogliamo dire come desideriamo che siano educati i nostri figli, dobbiamo dire senza tentennamenti: vogliamo che si educhino nello spirito del Che! Se vogliamo un modello d'uomo, un modello d'uomo che non appartenga a questo tempo ma al futuro, in verità vi dico che questo modello senza macchia nella condotta e nell'atteggiamento, nella maniera di agire, questo modello è il Che! E con tutto il nostro cuore di veementi rivoluzionari, auguriamoci che i nostri figli siano come il Che! Il Che è diventato un modello di uomo non solo per il nostro popolo, ma per qualsiasi popolo dell'America Latina. Il Che ha portato alla sua più alta espressione lo stoicismo rivoluzionario, lo spirito di sacrificio, la combattività, la laboriosità del rivoluzionario. Ha portato le idee del marxismo-leninismo alla loro espressione più fresca, più pura, più rivoluzionaria. Nessuno come lui in questi tempi ha portato a un livello più alto lo spirito internazionalista proletario! Quando si parla di internazionalismo proletario, quando si cerca un esempio di internazionalista proletario, più di ogni altro questo esempio è il Che. Nella sua mente e nel suo cuore erano sparite bandiere, pregiudizi, sciovinismi, egoismi: il suo sangue generoso egli era disposto a versarlo per la sorte di qualsiasi popolo, per la causa di qualsiasi popolo, spontaneamente, senza esitare. E sangue suo fu versato su questa terra cubana quando fu ferito in combattimento, sangue suo per la redenzione degli sfruttati e degli oppressi, degli umili e dei poveri, fu sparso in Bolivia, sangue suo fu versato per tutti gli sfruttati, per tutti gli oppressi, fu versato per tutti i popoli d'America, fu versato per il Viet Nam, perché combattendo contro le oligarchie in Bolivia, il Che sapeva bene di offrire al Viet Nam la più alta espressione della sua solidarietà. E' per questo, compagni e compagne della Rivoluzione, che dobbiamo guardare con fermezza all'avvenire e con decisione e ottimismo. Sempre cercheremo nell'esempio del Che l'ispirazione: l'ispirazione alla lotta, l'ispirazione alla tenacia, l'ispirazione all'intransigenza di fronte al nemico e l'ispirazione al sentimento internazionalista! E' per questo che noi oggi, in questa notte, al termine di questa manifestazione impressionante, di questa incredibile, per vastità, disciplina, devozione, moltitudinaria dimostrazione di riconoscenza, prova di quanto il nostro sia un popolo sensibile, grato, un popolo che sa onorare la memoria dei valorosi caduti nella lotta, prova che questo popolo sa essere riconoscente a chi gli è utile, che questo popolo è solidale con la lotta rivoluzionaria, prova di come questo popolo tiene e terrà sempre alte, sempre più alte, le bandiere della Rivoluzione, i principi della Rivoluzione, oggi, in questi memori istanti eleviamo il nostro pensiero al Che e con ottimismo assoluto nella vittoria definitiva dei popoli, diciamo a lui e agli eroi che hanno combattuto e sono caduti al suo fianco: "Hasta la victoria, siempre!"
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MessaggioInviato: Gio 19/Gen/2006 1:19    Oggetto: Rispondi citando

stupendo sto discorso. ci son rimasto
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MessaggioInviato: Gio 19/Gen/2006 10:12    Oggetto: Rispondi citando

Penny ha scritto: stupendo sto discorso. ci son rimasto eh! lo so io lo rileggo sempre e sapevo che avresti apprezzato : ciao compagnero pennyno
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MessaggioInviato: Lun 09/Ott/2006 20:13    Oggetto: Rispondi citando

"Siate sempre capaci d sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia,commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo.é la qualità più bella di un buon rivoluzionario"HaStA La ViCtOrIa SieMpRe cmPaGnO ChE GuEvaRa!
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e ricordiamolo oggi nell anniversario della sua morte!!!

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Interessi: musica..musica e erba!!e un po d politica!

MessaggioInviato: Mar 10/Ott/2006 15:01    Oggetto: Rispondi citando

Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.

e se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione

Lasciate che lo dica
mai l rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono “compañeros de revolucion�.

Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.
Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d’America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che� Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo
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Enrica



Sesso: Sesso:Femmina
Età: 98
Messaggi: 759
Località: Sarda sono
Impiego: Non son più precaria!
Interessi: Danza orientale, sagat, musica, birra, cibo e viaggi CSP (Come Se Piovesse)

MessaggioInviato: Sab 02/Dic/2006 11:43    Oggetto: Foto del Che Rispondi citando

Visto oggi sto thread!! 011
per fortuna avevo salvato tra i preferiti STO LINK che secondo me è favoloso!!! 015
BUONA VISIONE!! 017
_________________

Si te hieren las piedras del camino , sonríe ... porque caminas !!
(Malinowski)
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Robby*



Sesso: Sesso:Femmina
Età: 17
Messaggi: 31
Località: diciamo Sassuolo
Impiego: Studentessa (x modo di dire!)
Interessi: sn troppi!!!Musica...ecc.ecc.

MessaggioInviato: Ven 29/Dic/2006 13:42    Oggetto: Rispondi citando

Io l'avevo portato all'esame di 3^ media!! 004 ero avanti... 006
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It's better to be hated for what you are, than to be loved for what you're not... -Kurt Cobain-
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piche



Sesso: Sesso:Maschio
Età: 18
Messaggi: 36
Località: crema

Interessi: percussioni

MessaggioInviato: Dom 14/Gen/2007 20:10    Oggetto: Rispondi citando

il che è un mito, non c'è dubbio... anche i fascisti lo stimao....
_________________
chi lotta può perdere....
ma chi non lotta ha già perso
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elenajas



Sesso: Sesso:Femmina
Età: 25
Messaggi: 74
Località: trieste
Impiego: studente
Interessi: storia,musica,visitare il mondo,sport(in particolare lo snow)

MessaggioInviato: Mar 23/Gen/2007 21:43    Oggetto: Rispondi citando

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