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L'isola del giorno prima - parte 2 Un luogo dove il pensiero corre libero e ribelle
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dess Sciamano


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Inviato: Ven 18/Mag/2007 20:03 Oggetto: Calabresi |
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Omicidio Calabresi
L'omicidio Calabresi è un noto fatto di cronaca politica degli anni settanta riguardante Luigi Calabresi, commissario di polizia e vice-responsabile della squadra politica della questura di Milano, che fu assassinato davanti alla sua abitazione a colpi di arma da fuoco. La lunga vicenda giudiziaria che ne è seguita ha portato al riconoscimento della colpevolezza di Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, ma è stata alquanto controversa e ha diviso l'opinione pubblica italiana
Il contesto
Il periodo storico è quello della contestazione, della strategia della tensione e degli anni di piombo.
* Il 12 dicembre 1969 la strage di piazza Fontana: un attentato terroristico nel quale una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana nel centro di Milano, provocando la morte di sedici persone ed il ferimento di altre ottantotto.
* Nel corso delle indagini seguite all'attentato, un giovane esponente dei movimenti anarchici milanesi, il ferroviere Giuseppe Pinelli, fu convocato in questura, per accertamenti. Trattenuto per tre giorni consecutivi di interrogatorio, oltre il termine legale, il 15 dicembre 1969, precipitò dalla finestra dell'ufficio del commissario Luigi Calabresi, incaricato delle indagini sul caso, e morì sul colpo.
* L'inchiesta della magistratura sulla morte di Pinelli, condotta da Gerardo D'Ambrosio, definì il fatto come morte accidentale (Pinelli, secondo l'inchiesta, sarebbe caduto dalla finestra in seguito ad un malore), e accertò che il commissario Calabresi non si trovava nella stanza al momento del fatto. La sentenza dell'inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli fu emessa nell'ottobre 1975. Il dr. Onorevole d'Ambrosio scrisse nella sentenza : "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli".
Le minacce
* Ne seguirono tuttavia molte polemiche e in particolare il movimento extraparlamentare di sinistra Lotta Continua condusse una violenta campagna di stampa contro il commissario Calabresi. Ne seguirono querele che portarono alla condanna di alcuni esponenti di Lotta Continua. Accanto a Lotta Continua anche molti altri giornali si unirono alla campagna diffamatoria.
Il commissario subì forti pressioni e intimidazioni e minacce che durarono fino alla sua morte. Osservò che lo pedinavano e lo annotò, ma non gli venne data alcuna scorta[citazione necessaria].
Possedeva una pistola, una Beretta 6,35, e gli fu consigliato di portarla come era normale per un poliziotto. Rispose che se avessero deciso di sparargli lo avrebbero fatto alle spalle ed in tal caso la pistola non gli sarebbe servita. E come prevedeva i killer gli spararono alle spalle. Andò stoicamente incontro al suo destino.
La violenta campagna di stampa, le minacce lo isolarono, fu alla fine facile colpirlo.
L'omicidio
Il 17 maggio 1972, alle ore 9:15, Luigi Calabresi fu assassinato davanti alla sua abitazione in Largo Cherubini, a Milano, da un commando di due uomini, che lo uccisero con un colpo alla testa e un colpo alla schiena, mentre stava raggiungendo la sua auto, una Fiat 500 rossa. Secondo alcune testimonianze il killer era un uomo giovane alto a volto scoperto, che dopo aver sparato riattraversò la strada e salì su una Fiat 125 blu che si dileguò nel traffico, ed uno dei testimoni prese la targa.
Il 18 maggio 1972 il giornale Lotta Continua titolò: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli». Nell'articolo era possibile leggere come l'omicidio Calabresi fosse esaltato quale «atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia»[1].
Le indagini
Le indagini seguite all'omicidio non produssero riscontri immediati. Intervennero forti pressioni e depistaggi e il caso divenne uno dei misteri d'Italia, svelato solo anni dopo da uno degli autori, pentìtosi.
Le Brigate Rosse condussero anch'esse un'indagine, trovata nel loro covo di Robbiano di Mediglia.
Il pentito
Sedici anni dopo i fatti, nel 1988, Leonardo Marino, nel 1972 militante di Lotta Continua, confessò davanti ai giudici di essere stato uno dei due membri del commando che aveva ucciso il commissario. Marino disse di aver guidato l'auto usata per l'omicidio, e che a sparare al commissario sarebbe stato Ovidio Bompressi; aggiunse che i due avrebbero ricevuto l'ordine di compiere l'omicidio da Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, allora leader del movimento.
Marino descrisse i particolari dell'attentato, il delitto fu accuratamente preparato, le armi furono prelevate da un deposito il giorno 14 maggio, la macchina fu rubata nella notte del 15 maggio, il delitto fu eseguito il 17 maggio.
Tuttavia vi furono anche dei riscontri alle sue parole nelle intercettazioni telefoniche allegate agli atti del processo. Pertanto, dopo una lunga vicenda giudiziaria, la magistratura ritenne attendibile la testimonianza di Marino (di fatto la prova principale) e condannò Bompressi, Sofri e Pietrostefani a 22 anni di carcere con sentenza definitiva. Marino fu inizialmente condannato ad una pena ridotta di 11 anni, in quanto collaboratore di giustizia, e questa riduzione di pena nel 1995 gli garantirà la prescrizione del reato, come da sentenza della corte d'Assise d'Appello.
Innocentisti
La confessione di Marino e l'attendibilità che gli fu attribuita furono oggetto di critiche sia da parte della difesa di Bompressi, Pietrostefani e Sofri, sia da parte di un ampio movimento di opinione che contava fra i propri esponenti anche il Premio Nobel per la letteratura Dario Fo. Questo movimento di opinione in parte coincise con gli autori della campagna di stampa precedente l'assassinio, e esponenti del Soccorso Rosso. Secondo queste critiche, il pentito cadde in alcune contraddizioni e durante il processo corresse diverse volte la propria testimonianza nelle parti che riguardavano la partecipazione di Sofri e Pietrostefani (alcune delle sue affermazioni sui loro incontri nelle prime testimonianze infatti si rivelarono false).
Il processo
Furono celebrati complessivamente sette processi.
* 1 processo: il 2 maggio 1990 la corte d'assise di Milano condannò a 22 anni di reclusione Sofri, Pietrostefani e Bompressi e a 11 anni Leonardo Marino (pena ridotta rispetto agli altri perché beneficiario di attenuanti come collaboratore di giustizia).
* 2 processo: il 12 luglio 1991 la corte d'assise d'appello confermò le condanne.
* 3 processo: il 23 ottobre 1992 la Corte di Cassazione annullò la sentenza con rinvio alla corte d'appello.
* 4 processo: il 21 dicembre 1993 si concluse il nuovo processo d'appello: tutti assolti.
* 5 processo: il 27 ottobre 1994 la Cassazione annullò nuovamente la sentenza con rinvio.
* 6 processo: il 11 novembre 1995 vennero confermate le condanne del primo processo, eccetto per Leonardo Marino, per il quale il reato venne dichiarato prescritto (il tempo passato tra il primo processo, in cui era stato condannato a 11 anni di reclusione, e l'ultimo processo, fece raggiungere i tempi della prescrizione).
* 7 processo: il 22 gennaio 1997 la Cassazione confermò in via definitiva la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani - ad oggi unico dei tre ad essere latitante - a 22 anni di reclusione. Sofri e Bompressi sono stati incarcerati a Pisa.
Ulteriori appelli
Furono condotti ulteriori appelli
* 18 marzo 1998: la corte d'appello di Milano respinse la richiesta di revisione del processo basata su nuove prove.
* 6 ottobre 1998: la Cassazione annullò l'ordinanza della Corte d'appello di Milano rinviando alla corte d'appello di Brescia la decisione sulla revisione.
* 1 marzo 1999: la corte d'appello di Brescia respinse la richiesta di revisione del processo basata su nuove prove.
* 27 maggio 1999: la Cassazione annullò l'ordinanza delle corte d'appello di Brescia rinviando alla Corte d'appello di Venezia la decisione sulla revisione.
* 24 agosto 1999: la corte d'appello di Venezia accolse la richiesta di revisione.
* 24 gennaio 2000: la corte d'appello di Venezia respinse la richiesta di revisione e confermò le condanne.
* 21 luglio 1997: venne presentato ricorso alla Commissione europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo.
* 4 marzo 2003: alla Corte di Strasburgo si tenne l'udienza sull'accoglibilità del ricorso di Sofri, Pietrostefani e Bompressi.
* 10 giugno 2003: la Corte di Strasburgo dichiarò irricevibile la richiesta degli imputati.
La grazia a Bompressi Pietrostefani e Sofri
Un rilevante movimento innocentista di opinione pubblica, politicamente trasversale anche se principalmente di sinistra, si è nel tempo radunato intorno al caso Sofri. Indipendentemente dalla colpevolezza di Sofri, ormai sanzionata in modo definitivo dalla magistratura, è stata al centro del dibattito politico e pubblico l'opportunità di concedere o meno la grazia a Bompressi, Pietrostefani e Sofri.
Già nel 1997, appena concluso il tormentato iter giudiziario, fu richiesta la grazia al presidente Oscar Luigi Scalfaro per i Bompressi, Pietrostefani e Sofri che, attraverso una lettera ai presidenti delle camere, la rifiutò con le seguenti motivazioni:
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«Qualsiasi provvedimento di grazia destinato a più persone sulla base di criteri predeterminati, costituirebbe di fatto un indulto improprio, invadendo illecitamente la competenza che la costituzione riserva al parlamento. [...] La grazia, qualora applicata a breve distanza dalla sentenza definitiva di condanna, assumerebbe oggettivamente il significato di una valutazione di merito opposta a quella del magistrato, configurando un ulteriore grado di giudizio che non esiste nell'ordinamento e determinando un evidente pericolo di conflitto di fatto tra poteri. [...] Dunque la via per superare queste dolorose e sofferte vicende della nostra storia può essere trovata, ma certo richiede una visione unitaria di quella realtà, una volontà politica determinata e capace di raccogliere il consenso indispensabile.»
L'ultima frase fu interpretata come un invito a esaminare il tema dell'indulto.[citazione necessaria]
Il 31 maggio 2006 il neoeletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firmò il decreto di concessione della grazia a Ovidio Bompressi, su proposta e parere favorevole del ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Il provvedimento di clemenza s'innestava su un'istruttoria iniziata col predecessore di Napolitano, l'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, il quale, già favorevole alla concessione della grazia, era stato bloccato dal Guardasigilli Roberto Castelli. Ciampi promosse allora il giudizio sul conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato presso la Corte Costituzionale. La Consulta, pochi giorni prima della scadenza del mandato di Ciampi, si espresse attribuendo il potere di grazia alla esclusiva discrezione del Presidente della Repubblica, a prescindere da un eventuale parere negativo del Ministro della Giustizia competente.
http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_Calabresi
ancora oggi, nel commemorare il defunto commissario, nemmeno una parola spesa per Giuseppe Pinelli e l'ingiusta detenzione di Valpreda.
Anche questo "illuminato" Governo nasconde la testa come gli struzzi, e come questi animali, lascia il all'aria, ad uso e consumo dei perbenisti , a quando piazza Pinelli, Valpreda, uno spazio agli anarchici ed ai compagni caduti?
Ultima modifica di dess il Ven 18/Mag/2007 20:20, modificato 3 volte in totale |
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dess Sciamano


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Inviato: Ven 18/Mag/2007 20:16 Oggetto: Giuseppe Pinelli |
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Giuseppe Pinelli (Milano, 21 ottobre 1928 - 15 dicembre 1969) è stato un ferroviere ed un anarchico, animatore del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Morí a Milano in circostanze misteriose il 15 dicembre 1969. Nel mese di novembre del 1966 già militante anarchico, diede appoggio a Gennaro De Miranda, Umberto Tiboni, Gunilla Hunger, Tella e altri ragazzi del giro dei cosiddetti capelloni per stampare le prime copie della rivista Mondo Beat nella sezione anarchica "Sacco e Vanzetti" di via Murilio.
Le circostanze della sua morte, ufficialmente attribuita ad un malore, hanno destato sospetto a causa di alcune circostanze legate ai momenti del tutto eccezionali vissuti nel capoluogo lombardo a seguito della strage
di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Una parte dell'opinione pubblica ha avanzato il sospetto che Pinelli sia stato assassinato e che le indagini siano state condotte con metodi poco ortodossi ed in modo non imparziale. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.
Il caso ha suscitato una polemica politica intrisa di vibrante animosità tanto da parte di coloro che sostengono la tesi dell'omicidio, quanto da parte delle autorità, ed è peraltro assai arduo isolare la polemica riguardante questo caso da quelle relative, fra l'altro, alla strage di piazza Fontana, alla cosiddetta strategia della tensione, al cosiddetto stragismo di stato, alla repressione dei circoli anarchici italiani ed all'assassinio del commissario Calabresi.
I fatti
La notte successiva alla strage la polizia fermò 84 anarchici, tra cui Pinelli. Tre giorni dopo, mentre veniva arrestato il suo presunto complice Pietro Valpreda, Pinelli si trovava nel palazzo della questura, sottoposto ad interrogatorio da parte di Marcello Guida e del commissario Luigi Calabresi oltre che da alcuni sottufficiali. Secondo la versione ufficiale, Pinelli si lanciò dalla finestra al quarto piano e morì. Motivo di questo gesto sarebbero state le contestazioni (infondate) mosse a suo carico che avrebbero dimostrato il suo coinvolgimento nella strage; la sua morte venne archiviata come suicidio. Il fermo di Pinelli era illegale perché egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 (la data della sua morte) egli avrebbe dovuto essere libero oppure in prigione ma non in questura, infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni.
Secondo alcune versioni della polizia, mai confermate, Pinelli precipitando avrebbe gridato l'ormai celebre frase "È la fine dell'anarchia!".
Il contesto
Il 1969 fu l'anno italiano della contestazione giovanile che seguì il Maggio francese, poi ricordato come il Sessantotto. Soprattutto nel nord Italia entrarono in fibrillazione numerose organizzazioni politiche dei più disparati orientamenti, spesso contrapposte tra loro e ostili verso i governi e i partiti di governo e di opposizione.
Dallo scontro dialettico si passò sovente allo scontro fisico, a scontri di piazza con le forze dell'ordine, che sfociarono a volte nella guerriglia urbana. Notevoli furono gli scontri di Valle Giulia a Roma: gli studenti universitari per la prima volta caricarono le forze dell'ordine.
Le forze dell'ordine venivano viste con sospetto dai contestatori per il ruolo svolto negli scontri di piazza ed erano considerate un simbolo dell'ingiustizia del potere contro cui i contestatori lottavano. Non mancavano tuttavia le posizioni opposte, come quella di Pier Paolo Pasolini che sottolineava la vera e autentica condizione proletaria di molti poliziotti e carabinieri.
In questo clima arroventato, sul finire del 1969, il 12 dicembre, nei locali della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano, lo scoppio di una bomba uccise numerose persone.
Le indagini sulla morte
Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì un'inchiesta. Il commissario Calabresi sostenne di non essere stato presente al momento della caduta, versione confermata dall'inchiesta della magistratura, condotta da erardo d'Ambriìosio, e da da tre agenti, ma contestata da un anarchico presente in Questura e trattenuto in una stanza vicina. La Questura di Milano affermò che Pinelli si suicidò perché era stato dimostrato il coinvolgimento nella strage, versione, questa, destituita di ogni fondamento. La sentenza dell'inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli fu emessa nell'ottobre 1975. Il dr. Onorevole d'Ambrosio scrisse nella sentenza : "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli". Il commissario verrà tuttavia fatto segno di una violenta campagna di stampa e verrà assassinato nel maggio 1972. La sentenza D'ambrosio passò alla storia soprattutto per la causa della morte di Pinelli: non suicidio, non omicidio, ma "malore attivo". Un malore che avrebbe provocato un involontario balzo dalla finestra della Questura del Pinelli.
La tesi dell'omicidio
I fatti strani legati alla morte di Pinelli indussero molti a parlare, sempre più apertamente, di omicidio: Pinelli sarebbe stato gettato dalla finestra.
I sospetti
Le motivazioni
La prima ragione per credere nell'omicidio sarebbe l'incoerenza dell'intenzione suicidaria con il carattere di Pinelli: chi lo conosceva sostenne che fosse da escludere una sua eventuale decisione di suicidarsi. Secondo queste fonti, Pinelli non avrebbe preso in considerazione l'ipotesi del suicidio, neppure di fronte al pericolo di una condanna all'ergastolo per strage. Al momento della morte non si profilava comunque una condanna, data la mancanza di prove e indizi nei suoi confronti.
I dubbi sulla versione ufficiale
La versione ufficiale viene considerata inoltre, secondo le stesse fonti, contraddittoria ed incongruente: l'ambulanza sarebbe stata chiamata alcuni minuti prima della caduta, Pinelli non avrebbe urlato durante la caduta, avvenuta quasi in verticale (quindi probabilmente senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato), pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi (anche istintivi) di proteggersi dalla caduta, gli agenti presenti forniranno nel tempo versioni leggermente contrastanti sull'accaduto (in una di queste sostennero di essere riusciti ad afferrarlo, ma di non essere riusciti a trattenerlo, motivando quindi la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio) e infine le dimensioni della stanza, la disposizione dei mobili e delle sedie per l'interrogatorio avrebbero reso difficile gettarsi dalla finestra in presenza di poliziotti. Secondo una delle diverse versioni date dalla Questura, nel tentativo di trattenere Pinelli per impedire la caduta dalla finestra, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere, che sarebbe quindi una prova del fatto che i tentativi di trattenerlo erano avvenuti, ma in realtà quando il ferroviere fu raccolto sul selciato indossava ancora entrambe le scarpe.
Le illazioni sulle persone coinvolte
Uno degli argomenti addotti su cui vengono fatte molte illazioni è la qualità dei soggetti coinvolti, cioè di coloro che erano nella stanza con Pinelli.
Marcello Guida era stato, secondo queste fonti, un uomo importante durante il regime fascista, direttore del confino di Ventotene e dell'ergastolo di Santo Stefano (l'isoletta viciniore): un uomo così compromesso con la dittatura che quando il presidente Pertini visitò la Questura di Milano si sarebbe rifiutato di stringergli la mano in quanto egli stesso era stato deportato a Ventotene. Nei minuti successivi alla morte di Pinelli ipotizzò che questi avesse deciso per il suicidio in quanto era crollato il suo alibi per il giorno della strage e i media ripresero queste affermazioni come indizi della colpevolezza dell'anarchico, ma questa versione venne successivamente smentita (e l'alibi confermato).
Luigi Calabresi era noto per il suo lavoro di contrasto politico alle formazioni di estrema sinistra (fra cui Lotta Continua): viene considerata, dalle stesse fonti, inspiegabile la sostituzione con Calabresi di un altro commissario che invece seguiva, nelle indagini sulla strage, la pista degli estremisti di destra.
In un primo momento vennero indicati come sospetti gli avanzamenti di grado di alcuni ufficiali ritenuti anch'essi coinvolti nella misteriosa morte, anche se si accertò poi che si trattava semplicemente di ordinari avanzamenti per anzianità.
La seconda autopsia
In seguito alle polemiche, nel 1975, la salma di Pinelli venne riesumata e analizzata. Alcuni organi di stampa sostennero che la salma presentasse una lesione bulbare compatibile con quelle che può provocare un colpo di karate. In realtà, in nessuna parte della perizia necroscopica si parlava di una lesione bulbare, ma piuttosto di "un'area grossolanamente ovolare" conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio. Peraltro, una lesione bulbare avrebbe provocato la morte immediata di Pinelli, il quale è invece deceduto due ore dopo la caduta dalla finestra.
Il caso venne quindi chiuso attribuendo la morte di Pinelli ad un malore attivo, secondo la sentenza del giudice Gerardo D'Ambrosio: lo stress degli interrogatori, le troppe sigarette a stomaco vuoto unito al freddo che proveniva dalla finestra aperta avrebbero causato un malore e Pinelli, invece di accasciarsi, avrebbe spiccato un balzo in avanti, causando la caduta.
Il ricordo di Pinelli
La figura di Pinelli è stata presa, in ambienti anarchici, a simbolo dell'opposizione al potere costituito in genere ed in particolare al potere poliziesco.
Cinema
Nei mesi successivi alla morte di Pinelli il "Comitato cineasti contro la repressione" raccolse numerosi materiali per la realizzazione di un lungometraggio sulla vicenda di Giuseppe Pinelli; due gruppi di lavoro, coordinati da Elio Petri e Nelo Risi, portarono a termine l'opera. Il film, Documenti su Giuseppe Pinelli, uscì nel 1970 e circolò attraverso i canali politici del PCI e del Movimento Studentesco.
Musica
Sono state composte diverse canzoni su Pinelli, come La ballata del Pinelli, scritta da G. Barozzi, F. Lazzarini, U. Zavanella (giovani anarchici mantovani) la sera stessa dei funerali e successivamente rielaborata, ampliata e musicata da Joe Fallisi nel 1969.
Nel febbraio 1970, il cantastorie Franco Trincale compose un Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli, che divenne molto popolare e fu inciso in diversi album di questo artista.
È il 1970, sono anni caldi, l'anarchico Giuseppe Pinelli muore in circostanze misteriose, Riccardo Mannerini scrive su questo tema il testo di un brano musicale, "Ballata per un ferroviere".
Teatro
Alla vicenda di Pinelli si ispirò anche un'opera teatrale di Dario Fo: Morte accidentale di un anarchico (ma in realtà il riferimento quasi esplicito che viene fatto è per Andrea Salsedo).
Pittura
L'opera pittorica di Enrico Baj, che doveva essere esposta a Milano lo stesso giorno dell'omicidio Calabresi, intitolata I Funerali di Pinelli, si ispira anch'essa a questi eventi.
Letteratura e giornalismo
Della vicenda Pinelli si occupò lungamente Camilla Cederna, giornalista di fama, che pubblicò la sua testimonianza in un libro intitolato Pinelli. La finestra sulla strage, edito nel 1971 e ripubblicato nel 2004.
Il poeta anarchico genovese Riccardo Mannerini scrive "Il Ferroviere".
Ogni anno, a Milano si organizzano diverse manifestazioni per non dimenticare Pinelli e la strage di piazza Fontana dove è stata apposta una lapide che recita: A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della questura di Milano; 16/12/1969.
Recentemente il Comune di Milano, come il sindaco Gabriele Albertini aveva promesso di fare prima della fine del proprio mandato, ha cercato di placare le polemiche sulla presenza della lapide (che di fatto ufficializza la versione secondo cui Pinelli sarebbe stato assassinato), sostituendola con una lapide simile in cui il testo è stato cambiato per renderlo meno accusatoria: la nuova lapide recita "innocente morto tragicamente" al posto di "ucciso innocente". La sostituzione è avvenuta di notte e non è stata precedentemente annunciata, ufficialmente per evitare possibili incidenti.
La decisione ha trovato l'opposizione degli ambienti anarchici. La sostituzione della targa è stata considerata da alcuni esponenti del mondo anarchico e della sinistra come un'operazione elettorale dovuta alle imminenti elezioni politiche e elezioni amministrative per il sindaco.
Il 23 marzo 2006, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa hanno ricollocato in piazza Fontana la loro targa, completa della dicitura originale. Pertanto ora in quel luogo vi sono due targhe che commemorano Giuseppe Pinelli. L'allora sindaco Albertini affermò che avrebbe chiesto alla giustizia civile di far rimuovere nuovamente la targa degli anarchici, sostenendo che per decenni è stata tollerata una targa che occupava abusivamente il suolo pubblico. La neo eletta sindaco Letizia Moratti non si è ancora espressa ufficialmente sulla questione.
http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pinelli
curioso come un uomo della statura di Pinelli, sia caduto dalla finestra del commissariato di Milano, un nuovo tipo di malore inventato giudizialmente, malore al salto la scienza medica esamina ancora il caso, tipico levarsi una scarpa prima, è infatti noto che durante un interrogatorio ci si scalza
Vecchia targa
Nuova Targa
Nemmeno da morto, la pace ha trovato per lui uno spazio, chiudo il mio intervento con la commemorazione musicale, qui interpretata da Claudio Lolli, una delle canzoni più note del periodo
http://www.youtube.com/watch?v=i-ib0ROoCkg |
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dess Sciamano


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Inviato: Dom 20/Mag/2007 0:45 Oggetto: |
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le indagini su Pinelli e la sua morte..affidate alla squadra di Calabresi, dirette da Calabresi e quando i compagni, l'opinione pubblica tutta si è rivoltata..hanno inventato lo svenimento al salto  |
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