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L'isola del giorno prima - parte 2 Un luogo dove il pensiero corre libero e ribelle
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dess Grande capo


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Inviato: Mer 16/Mag/2007 20:50 Oggetto: 12 maggio (vanuatu) |
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12 maggio: Trent'anni fa l'omicidio di Giorgiana MasiIl 12 maggio 1977, nell'anniversario della vittoria referendaria sul divorzio, i radicali decidono di tenere un sit-in in piazza Navona, nonostante l'assoluto divieto di manifestare in vigore a Roma dopo la morte, il 21 aprile, dell'agente Passamonti nel corso di scontri di piazza. Il movimento e i gruppi della nuova sinistra aderiscono all'iniziativa, per protestare contro il restringimento degli spazi di agibilità politica e il pesante clima repressivo, favorito dall'appoggio esterno del PCI al cosiddetto "governo delle astensioni", il monocolore democristiano guidato da Andreotti.
Per far rispettare, a qualsiasi costo, il divieto, il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga schiera migliaia di poliziotti e carabinieri in assetto di guerra, affiancati da agenti in borghese delle squadre speciali, in alcuni casi travestiti da "autonomi". Fin dal primo pomeriggio la tensione è molto alta. A quanti difendono il diritto di manifestare con brevi cortei e fortunose barricate, le forze di polizia rispondono sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Anche numerosi fotografi, giornalisti, passanti e il deputato Mimmo Pinto sono picchiati e maltrattati. Con il passare delle ore la resistenza della piazza si fa più decisa, e vengono lanciate le prime molotov.
Mentre nelle strade sono in corso gli scontri, i parlamentari radicali protestano alla Camera contro le aggressioni e le violenze della polizia, fra gli insulti di quasi tutte le forze politiche. Mancano pochi minuti alle 20 quando, durante una carica, due ragazze sono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti e carabinieri. Elena Ascione rimane ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa del liceo Pasteur, viene centrata alla schiena. Muore durante il trasporto in ospedale.
Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell'Interno, porteranno il governo a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Cossiga, dopo aver elogiato il 13 maggio in Parlamento "il grande senso di prudenza e moderazione" delle forze dell'ordine, modificherà più volte la propria versione dei fatti. Costretto dall'evidenza ad ammettere la presenza delle squadre speciali - tra gli uomini in borghese armati furono riconosciuti il commissario Gianni Carnevale e l'agente della squadra mobile Giovanni Santone - continuerà però a negare che la polizia abbia sparato, pur se smentito da vari testimoni e dalle inequivocabili immagini di foto e filmati.
L'inchiesta per l'omicidio si concluse nel 1981 con una sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D'Angelo "per essere rimasti ignoti i responsabili del reato". Successive indagini hanno tentato, senza risultati significativi, di individuare gli autori dello sparo mortale in un "autonomo" deceduto da tempo, oppure nel latitante Andrea Ghira, uno dei tre fascisti condannati per il massacro del Circeo.
Giorgiana Masi da Wikipedia
12 maggio 2007 | 08:00:00 |
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dess Grande capo


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Inviato: Mer 16/Mag/2007 20:50 Oggetto: |
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al TG hanno dedicato poche parole a questa morte...  |
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dess Grande capo


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Inviato: Mer 16/Mag/2007 20:52 Oggetto: vanuatu |
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di Salvatore Quartullo
Io non li ho cavalcati, quegli “anni di piombo”, anche perché nel 1977 avevo dieci anni, e non ero ancora in grado di salire nemmeno su una bici. I miei piccoli passi a malapena reggevano l’andatura disinvolta di mio nonno, al quale i miei genitori mi “mollavano” spesso e volentieri, perchè mi portasse a spasso per le vie e i giardini di Roma.
L’unica, importante raccomandazione da parte dei miei era quella di evitare le piazze e soprattutto le zone del Centro Storico, perché “è pericoloso girare di questi tempi”. Già, era il 1977, l’anno durante il quale le P38 nelle strade tuonavano insieme alla contestazione generale.
Non ricordo se quel maledetto 12 maggio fossi a casa convalescente o su di un prato a divorare il solito cartoccio di lupini, quando Giorgiana Masi fu “raggiunta” alle spalle da un proiettile nei pressi di Trastevere, a Ponte Garibaldi, dove io passavo sempre con il nonno per andare a Villa Pamphili.
Ricordo però il viso di Giorgiana, catturato in una foto-documento, e mi domandavo cosa fosse successo, perché tutto quel fumo e la gente che correva, narrati dal bianco e nero dei telegiornali, ...
... sentivo questa scatola luminosa che parlava di “morte”, di “polizia”, ma non capivo. Per fortuna c’era papà che mi spiegava, “la donna in fotografia mentre era per strada a strillare era morta, le avevano sparato”.
Nella mia ingenuità e nei tanti ricorrenti “perchè” non capivo come mai ad una “donna che urla”, così bella, bisognasse sparare. E da adulto lo stesso interrogativo si ripresentava, vent’anni dopo, con l’uccisione di Marta Russo all’interno dell’Università di Roma, nel tragico gioco di un cecchino in abiti da promettente criminologo alla ricerca del delitto perfetto. Di quel periodo non ricordo molto oltre alla confusione, oltre al disagio familiare e ai loro sguardi angosciati durante i telegiornali.
Ritroverò, più tardi negli anni, altre storie di “donne che urlano”, donne che furono duramente contestate anche dai…contestatori appartenenti a Lotta Continua come avvenne a Cinecittà, donne che venivano picchiate anche quando cadevano a terra, come l’8 marzo a Bologna, durante un corteo di femministe in quel maledetto 1977. E scoprirò che prim’ancora, sempre nel 1975, altre due ragazze urlarono per un crimine subìto: i loro nomi erano Donatella Colasanti, che sopravvisse alle torture e all’esecuzione fingendosi morta, e la povera Rosaria Lopez, protagoniste loro malgrado di quello che è meglio conosciuto come il “massacro del Circeo”, che vedrà per la prima volta il movimento femminile costituirsi parte civile nel processo contro i “mostri” Izzo, Guido e Ghira, figli della “Romabene”.
Sono solo episodi, segnali, ma significativi, se pensiamo all’emarginazione femminile di allora e al triste destino che accompagnava quelle donne, “vittime” anche del Codice Rocco che le racchiudeva in quella magica trinità patriarcale dove ci si doveva identificare in vergini, streghe o puttane. Nulla di più.
A distanza di tanti anni, oggi le tranquille passeggiate romantiche e le luci romane sul Tevere, mi riportano alla memoria Giorgiana, quel maledetto 1977 e la pallottola “in borghese” che ha cancellato i suoi 19 anni, e penso a come si può morire semplicemente urlando il proprio disappunto o la propria diversità, come può una società cosiddetta “civile” imporre la diversità femminile, arrivando ad espropriarle un diritto come quello dell’aborto, e a restituirglielo in forma di senso di colpa.
C’è sempre stato in me il “perché” di quella morte; perché anche io ho avuto le mie preoccupazioni, ai miei inizi, quando i calci nella schiena facevano veramente male; li consideravo esagerati per un semplice diciassettenne e soprattutto assurdi se ad assestarmeli era un padre di famiglia in abiti da lavoro delle Forze dell’Ordine, durante un pacifico sit-in davanti l’Ambasciata Usa.
E, come Giorgiana, avevo manifestato solo con la mia presenza e basta, senza ausilio di pistole o molotov. Ero un bambino, nel 1977 e, no, non volevo credere che Giorgiana fosse morta, perché l’ho trovata anni dopo, nelle piazze, a difendere la sua colpa, l’essere diversa, di appartenere a questa società che stava cambiando repentinamente, con tutte le sue nuove contraddizioni, l’ho rivista, difendersi, dietro un foulard, armata di una mano nella mano con altre compagne o con il proprio fidanzato, in un contesto sicuramente più tranquillo ma non meno vissuto come quello dei “ragazzi dell’ 85”. Giorgiana non era una partigiana, né una terrorista, né una “zia rossa”: era solo una eroina suo malgrado.
Ma Giorgiana è viva. La possiamo trovare in un amore perduto, in una madre, negli occhi di tutte quelle donne che hanno creduto di vivere una nuova avventura, in un nuovo libro, in una nuova storia, dove il lieto fine è il risultato di lotte anche cruente, anche con un finale così tragico.
Salvatore Quartullo (HAVEADREAM) |
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dess Grande capo


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Inviato: Mer 21/Nov/2007 15:05 Oggetto: |
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scorrevo i titoli di questa sezione, e avendo tempo, son andato a cercare sulla "casualità" delle date, 12 maggio, family day...nemmeno una parola dei c.d. compagni su questi fatti.
Ore 17/17.30
Tutte le entrate di piazza Navona continuano ad essere bloccate da polizia e carabinieri. Così molti giovani, provenienti da Trastevere e da via Arenula, e già dispersi e brevemente inseguiti, si rifugiano in piazza Campo de' Fiori, dopo avere invano tentato di attraversare Corso Vittorio, completamente invaso dal fumo dei candelotti lacrimogeni. All'inizio sono una cinquantina. Molti appartengono a Lotta Continua. Pochi gli autonomi, pochissimi i radicali, che si sentono un pò spersi nel clima duro e teso della piazza. Nessuno di loro è armato e non si vedono bottiglie molotov in giro.
Schierati con le spalle a piazza Farnese cominciano a gridare slogan e insulti verso gli agenti di polizia nascosti dietro alcune auto sistemate lungo Corso Vittorio e piazza della Cancelleria. Partono i primi candelotti che arrivano fino alle bancarelle dei fiori e vanno a sbattere contro la fontana di Campo de' Fiori. Il gruppo dei giovani si ingrossa con il passare del tempo, mentre il lancio dei candelotti si fa sempre più fitto. L'aria della piazza è irrespirabile: molti cercano di mitigare il bruciore agli occhi con patate e limoni. Ore 17.45
D'improvviso si sentono colpi secchi, ripetuti. Chi è affacciato verso piazza della Cancelleria si tira bruscamente indietro: "Ci sono agenti in borghese, sparano ad altezza d'uomo". In quattro o cinque portano via un ragazzo ferito a una mano. Scene di panico, quasi tutti cercano di scappare verso piazza Farnese o in direzione di via Arenula: alcune strade d'uscita della piazza sono libere e affollate di curiosi e abitanti del quartiere. Poi l'ondata dei giovani rifluisce verso piazza della Cancelleria. Ancora insulti contro i poliziotti, ma nessuno tira fuori un'arma. Qualcuno disselcia un tratto della piazza con una sbranga di ferro, i sanpietrini vengono spaccati in due-tre parti e lanciati contro la polizia. Continua la pioggia dei candelotti: adesso prendono di infilata tutta la piazza con tiri parabolici. I proiettili vanno a sbattere anche contro le finestre delle case. Un giovane riceve un candelotto in pieno viso, sull'occhio sinistro. Un altro è ferito a una gamba.
Ore 18.15
La polizia sembra che stia per caricare: ha occupato anche la parte finale di via dei Baullari e si sta muovendo dietro le autoblindo. Invece avanza fino a un certo punto e poi si ritira: è una scena che si ripete più volte. Evidentemente si vuole tenere lontani i giovani da corso Vittorio e da piazza Navona e non c'è l'intenzione, per ora, di prendere d'assalto Campo de' Fiori. Ma il fuoco di sbarramento dei candelotti è il più massiccio di tutti quelli visti a Roma negli ultimi anni. E poi si continua a sparare con le pistole. I giovani rispondono con sassate e rilanciano contro la polizia, prima che questi esplodano e affumichino la piazza, i candelotti. Qualcuno riesce a forzare un auto, a spingerla per quindici metri lungo via dei Baullari, presa di infilata da decine di candelotti, e a girarla di traverso, bloccando la strada.
Ora nella piazza compaiono le prime molotov (due o tre al massimo). Ma sono in molti che urlano:"fermi, siete pazzi". La situazione si fa sempre più tesa.
Ore 18.50
A questo punto Renzo Rossellini, dopo aver parlottato con due o tre giovani, si affaccia su via dei Baullari e sventolando un fazzolettone si incammina verso la polizia, facendo segno di non sparare. Ritorna dopo dieci minuti. "Bisogna sgomberare e scioglierci al più presto" dice "c'è l'impegno della polizia a farci ritirare lungo via Giulia" "altrimenti?" chiede qualcuno. "Altrimenti caricano. Sono incazzati, incazzatissimi. Tira un'aria assai brutta. Sono decisi a tutto". "E chi ci garantisce che poi non caricano?" "Emma Bonino, deputato radicale, e numerosi giornalisti faranno da garanti". "Ti fidi della polizia?" "Non mi fido, ma non mi pare che ci sia altro da fare. Ripeto, tira un'aria molto brutta".
Le discussioni durano sette-otto minuti. Infine si decide di improvvisare un'assemblea alla statua di Giordano Bruno. Rossellini ripete la protesta: secondo lui è meglio ritirarsi lungo via Giulia per raggiungere poi alla spicciolata Valle Giulia e lì tenere una grande assemblea con altri compagni: "ci aspettano". Molti non sono d'accordo. "Bisogna resistere qui, a Campo de' Fiori" urlano in due o tre. "Ma come cazzo vuoi resistere, hanno le autoblindo e sparano" rispondono gli altri.
Ore 19.00
La violenze degli scontri sembra diminuire. Un gruppo di dimostranti si riunisce a piazza S. Maria in Trastevere, scandendo slogan, poi comincia a sciogliersi. Dalla zona di Campo de' Fiori altri gruppi raggiungono Trastevere attraverso Ponte Sisto. Carabinieri e polizia insistono a caricarli, in modo da convogliarli verso piazza Belli e piazza Sonnino, all'imbocco di Ponte Garibaldi, su viale Trastevere. Qui vengono fermati degli autobus e alcune auto vengono poste di traverso sul ponte. Si assiste a un curioso andirivieni sul ponte: i dimostranti mettono di traverso qualche macchina, i carabinieri caricano tra rumori di candelotti che esplodono e spari, sgomberano il ponte e poi tornano a ritirarsi sul lato di via Arenula.
Verso le 19 gli scontri riprendono di intensità, anche perchè altri dimostranti affluiscono da Campo de' Fiori. Forse in questa fase l'allievo sotto ufficiale carabiniere Francesco Ruggiero, di 25 anni, viene ferito a un polso. Il fotografo di "Panorama", Rudy Frei, viene malmenato dalla polizia, che lo costringe a consegnare il rullino impressionato.
Ore 19.45
Due grosse motociclette dei vigili urbani arrivano su lungotevere degli Anguillara, all'angolo con piazza Belli. Le montano tre vigili in divisa e un uomo in borghese. Un vigile scende, impugna la pistola e spara ad altezza d'uomo in direzione dei dimostranti in piazza Belli.
Ore 19.55
Parte, improvvisa e preceduta da un fitto lancio di lacrimogeni, una carica da parte dei carabinieri e poliziotti attestati su via Arenula. Giorgiana Masi ed Elena Ascione vengono colpite quasi contemporaneamente: la Masi (le era accanto il suo ragazzo, Gianfranco Papini) mentre fuggiva in viale Trastevere, al centro dell'incrocio di ponte Garibaldi, la Ascione in piazza Belli. Le testimonianze sono concordi: i colpi sono stati sparati da ponte Garibaldi, dove in quel momento, al centro, si trovavano carabinieri e poliziotti appoggiati da due o tre autoblindo. Le vittime vengono accompagnate all'ospedale: Giorgiana arriva già morta.
http://www.tmcrew.org/movime/mov77/maghome.htm
il perbenismo, la perdita di valori, il cashemere che crea allergia alla lotta, ecco a cosa siamo ridotti! a rievocare un passato ed a cercare di capire perchè queste morti siano impunite, perchè nessuno parla di questi avvenimenti
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dess Grande capo


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Inviato: Ven 23/Nov/2007 13:31 Oggetto: scritto da vanuatu |
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12 maggio: Trent'anni fa l'omicidio di Giorgiana MasiIl 12 maggio 1977, nell'anniversario della vittoria referendaria sul divorzio, i radicali decidono di tenere un sit-in in piazza Navona, nonostante l'assoluto divieto di manifestare in vigore a Roma dopo la morte, il 21 aprile, dell'agente Passamonti nel corso di scontri di piazza. Il movimento e i gruppi della nuova sinistra aderiscono all'iniziativa, per protestare contro il restringimento degli spazi di agibilità politica e il pesante clima repressivo, favorito dall'appoggio esterno del PCI al cosiddetto "governo delle astensioni", il monocolore democristiano guidato da Andreotti.
Per far rispettare, a qualsiasi costo, il divieto, il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga schiera migliaia di poliziotti e carabinieri in assetto di guerra, affiancati da agenti in borghese delle squadre speciali, in alcuni casi travestiti da "autonomi". Fin dal primo pomeriggio la tensione è molto alta. A quanti difendono il diritto di manifestare con brevi cortei e fortunose barricate, le forze di polizia rispondono sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Anche numerosi fotografi, giornalisti, passanti e il deputato Mimmo Pinto sono picchiati e maltrattati. Con il passare delle ore la resistenza della piazza si fa più decisa, e vengono lanciate le prime molotov.
Mentre nelle strade sono in corso gli scontri, i parlamentari radicali protestano alla Camera contro le aggressioni e le violenze della polizia, fra gli insulti di quasi tutte le forze politiche. Mancano pochi minuti alle 20 quando, durante una carica, due ragazze sono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti e carabinieri. Elena Ascione rimane ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa del liceo Pasteur, viene centrata alla schiena. Muore durante il trasporto in ospedale.
Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell'Interno, porteranno il governo a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Cossiga, dopo aver elogiato il 13 maggio in Parlamento "il grande senso di prudenza e moderazione" delle forze dell'ordine, modificherà più volte la propria versione dei fatti. Costretto dall'evidenza ad ammettere la presenza delle squadre speciali - tra gli uomini in borghese armati furono riconosciuti il commissario Gianni Carnevale e l'agente della squadra mobile Giovanni Santone - continuerà però a negare che la polizia abbia sparato, pur se smentito da vari testimoni e dalle inequivocabili immagini di foto e filmati.
L'inchiesta per l'omicidio si concluse nel 1981 con una sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D'Angelo "per essere rimasti ignoti i responsabili del reato". Successive indagini hanno tentato, senza risultati significativi, di individuare gli autori dello sparo mortale in un "autonomo" deceduto da tempo, oppure nel latitante Andrea Ghira, uno dei tre fascisti condannati per il massacro del Circeo.
Giorgiana Masi da Wikipedia |
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Inviato: Ven 23/Nov/2007 13:33 Oggetto: |
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Scritto da: vanuatu 12/05/2007 14.33
di Salvatore Quartullo
Io non li ho cavalcati, quegli “anni di piombo”, anche perché nel 1977 avevo dieci anni, e non ero ancora in grado di salire nemmeno su una bici. I miei piccoli passi a malapena reggevano l’andatura disinvolta di mio nonno, al quale i miei genitori mi “mollavano” spesso e volentieri, perchè mi portasse a spasso per le vie e i giardini di Roma.
L’unica, importante raccomandazione da parte dei miei era quella di evitare le piazze e soprattutto le zone del Centro Storico, perché “è pericoloso girare di questi tempi”. Già, era il 1977, l’anno durante il quale le P38 nelle strade tuonavano insieme alla contestazione generale.
Non ricordo se quel maledetto 12 maggio fossi a casa convalescente o su di un prato a divorare il solito cartoccio di lupini, quando Giorgiana Masi fu “raggiunta” alle spalle da un proiettile nei pressi di Trastevere, a Ponte Garibaldi, dove io passavo sempre con il nonno per andare a Villa Pamphili.
Ricordo però il viso di Giorgiana, catturato in una foto-documento, e mi domandavo cosa fosse successo, perché tutto quel fumo e la gente che correva, narrati dal bianco e nero dei telegiornali, ...
... sentivo questa scatola luminosa che parlava di “morte”, di “polizia”, ma non capivo. Per fortuna c’era papà che mi spiegava, “la donna in fotografia mentre era per strada a strillare era morta, le avevano sparato”.
Nella mia ingenuità e nei tanti ricorrenti “perchè” non capivo come mai ad una “donna che urla”, così bella, bisognasse sparare. E da adulto lo stesso interrogativo si ripresentava, vent’anni dopo, con l’uccisione di Marta Russo all’interno dell’Università di Roma, nel tragico gioco di un cecchino in abiti da promettente criminologo alla ricerca del delitto perfetto. Di quel periodo non ricordo molto oltre alla confusione, oltre al disagio familiare e ai loro sguardi angosciati durante i telegiornali.
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Inviato: Lun 12/Mag/2008 9:17 Oggetto: |
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anche quest'anno siamo arrivati al dodici maggio, nessun family day, nessuna festa per i PACS o DICO, nessuna parola per Giorgiana Masi!!, ne parlo a quest'ora, sapendo di vedere sul TG le ricche notizie su veline, difese della Casta, sui capelli di B., sul campionato, e nemmeno una parola su questa povera ragazza uccisa.
La storia dei popoli, è storia di lotta di classe, prima o poi c'è il rischio reale di trovarci di fronte a situazioni pericolose, per le deviazioni politiche ed economiche prese dalla nostra società |
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