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Ognuno si tenga i suoi maiali

 
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MessaggioInviato: Mar 29/Apr/2008 19:59    Oggetto: Ognuno si tenga i suoi maiali Rispondi citando

Arriva l’autarchia. Per forza.

Maurizio Blondet 28 aprile 2008



Michel Barnier, il ministro francese dell’Agricoltura, s’è preso una velenosa reprimenda dal Financial Times: «Vuole consolidare l’autosufficienza alimentare dell’Unione Europea»,
si scandalizza l’organo ufficiale del dogma liberista, «e persino esorta i Paesi in via di sviluppo a fare altrettanto. E’ la lezione sbagliata che trae dalla crisi globale alimentare» (1).

La lezione giusta, per il Financial Times, è ovviamente: abolire tutti i dazi, intensificare il commercio planetario di prodotti agricoli e di allevamento. Aumentare la dipendenza dall’estero, insomma.

La minacciosa lezione può sembrare giunta nel momento sbagliato, ossia quando il greggio ha superato i 120 dollari il barile e, per l’OPEC, può facilmente arrivare a 200, rincarando tutti i trasporti e la stessa produzione agricola alla fonte, dato che rincara anche il costo della manovra dei trattori, quello dei concimi chimici, e persino il calore nelle serre. D’altra parte, la casta sacerdotale del liberismo finge di dimenticare che già oggi l’Europa è il primo importatore mondiale di alimenti, e il suo import è cresciuto del 20% negli ultimi cinque anni.

La metà dei piselli che l’Europa consuma vengono dal Kenia. La Spagna importa limoni dall’Argentina, mentre i limoni che la Spagna produce spesso non vengono raccolti perchè il loro costo «non è competitivo». La Spagna, già grande esportatrice di frutta e primizie dalle sue serre nel sud, di recente è stata spiazzata nei mercati dalle produzioni di Marocco ed Egitto, diventati i massimi fornitori di verdure fresche all’Europa centrale, grazie ai minori costi della manodopera e a trasporti migliorati: anni fa, un pomodoro marocchino ci metteva dieci giorni a raggiungerci, ora quattro.

L’Italia è diventata il più grande fornitore mondiale di kiwi, che esporta in tutto il mondo quando la Nuova Zelanda (in cui il kiwi ha origine) è resa improduttiva dall’inverno attuale; intanto, importa pomodori in scatola persino dalla Cina. La globalizzazione del cibo ha assunto aspetti paranoidi.

L’Inghilterra esporta ogni anno, ci si creda o no, 15 mila tonnellate di cialde dolci (waffles, quella semplice pasticceria che nei Paesi anglofoni si mangia con la melassa), e ne importa altrettanti, delle stesse waffles, da ogni parte del mondo. Le ditte inglesi mandano persino ogni anno 20 tonnellate di acqua minerale in Australia, e comprano ogni anno dall’Australia una pari quantità di acqua in bottiglie.

Il merluzzo pescato in Norvegia viene spedito in Cina per essere eviscerato e ridotto a filetti, e magari salato e asciugato, e torna poi in Norvegia da cui, detratto il consumo locale, viene di nuovo esportato in tutto il mondo. Ciò perchè, sulla carta, lavorare il merluzzo in Norvegia costa 2,70 dollari al chilo, e solo 46 centesimi in Cina.

Ma non sempre la «convenienza» (sfruttamento di manodopera a basso costo) è così evidente. Basta aver osservato per qualche ora il passaggio di frontiera a un valico alpino per accorgersi del viavai, su TIR fumosi e rumorosi, delle stesse merci nelle due direzioni: scendono da noi maiali che compriamo dalla Germania, salgono a nord camion di maiali vivi che la Germania compra da noi. La saggia decisione - ognuno si tenga i suoi maiali, come già facciamo per i politici Question - non sfiora nessuno.


Fino ad ieri, almeno, perchè ora l’eurocrazia di Bruxelles sta pensando di mettere un limite a questo bizzarro e superfluo viavai di carichi nel mondo. Naturalmente, per la ragione sbagliata: ridurre le emissioni.

Bruxelles ha ordinato alla Oxford University uno studio per calcolare a quanto ammonti il «costo ambientale» di portare per nave ed aereo waffles e pomodori, uva fresca e kiwi da una parte all’altra dell’emisfero (2).

I kiwi della ditta italiana Sanifrutta ci mettono 18 giorni per raggiungere gli USA, 28 per il Sudafrica e un mese per la Nuova Zelanda (eh sì, i neozelandesi vogliono mangiare i loro kiwi fuori stagione). Quanto contribuisce questo trasporto all’effetto-serra? Solo il 3%, ha dovuto ammettere Oxford. Ma che diventa di più se si tiene conto delle refrigerazione, grande consumatrice di energia. Poco o molto, non importa. Quando gli eurocrati vedono un problema, la loro decisione di complicarlo è inarrestabile.

Dal 2012 o anche prima - hanno deciso - tutti i voli cargo che portano merci in e dall’Europa al mondo saranno inclusi nel meccanismo dei Protocolli di Kyoto. Il che significa che dovranno comprare, per l’inquinamento che generano, «permessi» dalle ditte o nazioni che hanno «crediti ambientali».

Il sistema di Kyoto è di per sè mostruosamente macchinoso. Gli eurocrati, avendo deciso di accorciare la catena dei rifornimenti per la ragione sbagliata (non l’autosufficienza alimentare in Europa, bensì ridurre l’effetto-serra), lo rendono cervellotico fino all’inapplicabilità.

Come misurare, infatti, il «debito» di emissioni da far pagare? La distanza che una tonnellata di carne o verdure percorre per arrivare sulle nostre tavole non è di per sè, è stato obiettato, in proporzione diretta all’inquinamento.

La frutta prodotta in Kenia e portata in Europa consuma meno energia di quella prodotta localmente, perchè là non c’è bisogno di serre riscaldate. La Nuova Zelanda (così lontana, poveretta, dai mercati) fa notare che per noi è meglio comprare i suoi agnelli e le sue verdure estive quando da noi è inverno, perchè servendoci da loro risparmiamo sulla refrigerazione, cui saremmo obbligati se volessimo conservare per mesi mele e cosciotti nostrani.

Per fortuna, tra le elucubrazioni e i ponzamenti, nelle teste (di legno) eurocratiche è albeggiata anche la soluzione semplice ed autentica. Quale?

Si sono accorti che se conviene portare pomodori dalla Cina in Italia, è perchè i carburanti navali ed aerei per questi trasporti internazionali costano troppo poco. E non è questo un fenomeno naturale. E’ l’effetto di precisi trattati internazionali.

Nel 1944, per sostenere le proprie compagnie aeree, gli Stati Uniti imposero una Convenzione Mondiale sull’Aviazione Civile, firmata a Chicago: in base alla quale il kerosene per i trasporti cargo internazionali (ossia che passano una o più frontiere) sono completamente esenti da tasse, tributi e accise. Ovviamente anche le navi comprano il carburante - a tonnellate - in totale franchigia.

Insomma: i nostri camionisti nazionali pagano il diesel come Chivas Regal, caricato di imposte, balzelli e accise, mentre gli armatori navali globali restano esentasse, e lo pagano come acqua. Un’Europa che ha abolito il duty free negli aeroporti, avida di porre tasse su una stecca di Marlboro, negli stessi aeroporti riempie i serbatoi di enormi Boeing di carburante duty free.

La soluzione sembra a portata di mano: tassare il carburante dei cargos, marittimi e terrestri, e si ridurrebbe il fantomatico effetto-serra e insieme (ma senza intenzione) la «convenienza» di far girare nel mondo freneticamente maiali e kiwi, piselli e merluzzi. Con un incentivo (involontario) alla preferenza nazionale, o europea. Meglio mangiare i prodotti che sono nati vicino a noi.

La semplicità della soluzione però è solo teorica. Bisogna convincere il mondo ad abolire la Convenzione di Chicago, e naturalmente i grandi esportatori emergenti non ci vogliono sentire.


La Commissione s’è imbarcata - è il caso di dirlo - in una trattativa con l’organizzazione armatoriale mondiale, la International Maritime Organization, allo scopo di «studiare insieme varie alternative per ridurre i gas-serra»: messa così, è ovvio che la trattativa può durare secoli, senza che gli armatori si lascino indurre volotariamente a comprare carburante tassato.

La tassa, poi, dovrebbe essere globale, ossia applicata da tutti i paesi... cosa più irrealistica di ogni altra utopia che dalla Rivoluzione del 1789 allo stalinismo abbia mai schiacciato l’Europa. Alla fine, a decidere sarà il puro e semplice rincaro del greggio. A 200 dollari il barile, anche il merluzzo diverrà convenientemente baccalà in Norvegia. A questo punto, l’autarchia sarà imposta dai fatti.

Dovremo tornare a produrre le nostre granaglie e il nostro latte. Ma quando avverrà, bisognerà sottrarre la PAC (Politica Agricola Comunitaria) a questi eurocrati che l’hanno avuta in mano per mezzo secolo a nostro estremo danno.

Le euroteste hanno speso un fiume di miliardi di marchi ed euro per ottenere insieme scopi contraddittori: «salvare» l’agricoltura europea e «modernizzarla» ossia industrializzarla ossia espellere le piccole imprese, aumentare l’interdipendenza intra-europea, ridurre i surplus e mantenere gli agricoltori a curare il «paesaggio», favorire l’Olanda sull’Italia (sempre mal rappresentata a Bruxelles) ed ogni altra lobby con accessi privilegiati (leggi: promuovere gli OGM), fare un po’ di protezionismo ma senza farsene accorgere... tutto questo ha prodotto disastri, e qui bisogna dar ragione al Financial Times.

Basta ricordare gli anni non lontani in cui, dopo aver sussidiato gli agricoltori perchè aumentassero il numero di bovini, la Comunità ha sussidiato gli agricoltori perchè uccidessero i bovini. Nel frattempo, multava l’Italia perchè produceva «troppo» latte, mentre l’Italia importava metà del suo fabbisogno di latte e derivati. Ciò mentre l’Olanda produceva latte a volontà e ne esportava, essendo i suoi costi minori per il seguente motivo: le sue vacche non pascolavano, del resto l’Olanda non ha terreni, ma chiuse in gabbioni davanti ai grandi porti olandesi, venivano ingozzate con panelle di soia appena scaricate dalle navi giunte dall’altro lato del mondo.

Ecco: questa non è l’agricoltura di cui l’Europa ha bisogno per i decenni di crisi e rincari che ci attendono. Essa deve essere guidata da uno scopo strategico, limpido e dichiarato: l’autosufficienza alimentare, come dice il ministro Barnier. Proprio per questo, dovremmo esautorare Bruxelles.


O almeno aggirarla. Come fece il filosofo Vittorio Mathieu - la cui moglie è una allevatrice piemontese - che osò aggiungere una stalla-modello a quella azienda agricola, proprio negli anni in cui altri ricevevano incentivi per l’abbattimento di vacche.

Mathieu proclamò che la sua nuova stalla era stata concepita per produrre letame. «Il latte è solo un sottoprodotto (by-product) del letame», un sottoprodotto accidentale e non voluto (3). Difatti, non pensava di vendere il latte, «il cui prezzo continua a calare», mentre «per il letame i clienti si prenotano mesi prima, telefonano di continuo per sollecitare, vengono di lontano a caricare essi stessi, pagano in anticipo».

Nell’ironia swiftiana, il filosofo-coltivatore aveva colto una verità: i veri agricoltori avevano constatato, e da anni, che coi concimi chimici il terreno s’induriva, e l’aratura richiedeva un maggior consumo di gasolio dei trattori; il letame organico naturale, sottoprodotto delle vacche da latte, era davvero molto richiesto.
Ma questa è un’altra storia.



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1) «Barnier’s barriers», Financial Times, 28 aprile 2008, commento non firmato. «The global food crisis should actually be a good opportunity to reform agriculture by lifting farmers off subsidy and tariff protection and getting global markets to work better. But though some emergency policies are going in the right direction - developing countries cutting food tariffs and the EU dropping its ‘set-aside’ policy of paying farmers not to grow food - many of the longer-term policy responses being mooted would make things worse. Raising tariff walls yet higher is one such. Trade barriers provide a disincentive to developing countries to invest in agricultural production and export capability by removing a potential customer. Access to international markets raises incomes, often by several hundreds of per cent, for poor farmers. Cutting off that source of income reveals the emptiness of France’s conception of itself as a country that truly cares about the developing world. This is not just a bad idea. It is a potentially lethal one. It should be discarded».
2) Elisabeth Rosenthal, «Environmental cost of shipping groceries around the world», New York Times, 26 aprile 2008. «Europe is poised to change that. This year the European Commission in Brussels announced that all freight-carrying flights into and out of the European Union would be included in the trading bloc’s emissions-trading program by 2012, meaning permits will have to be purchased for the pollution they generate».
3) Vittorio Mathieu, «Il letame nella politica internazionale», in «Elzeviri Swiftiani», Spirali, 1986, pagina 41.

http://www.effedieffe.com/content/view/3022/179/
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MessaggioInviato: Mar 29/Apr/2008 20:02    Oggetto: Rispondi citando

Ecco, questo secondo me è un esempio di giornalismo vero, quello che il V-Day 2 ci dovrebbe restituire. Non sono ragionamenti così complicati e soverchianti (anche se portano via un po' più di tempo da leggere del solito gossip sul calciatore o della cronaca nera), ma sui nostri giornali o TG mica si leggono!
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MessaggioInviato: Lun 26/Mag/2008 10:35    Oggetto: Rispondi citando

Ora, tutti un po’ tremontisti. Senza dirlo.

Maurizio Blondet 24 maggio 2008


La Germania prepara una legge, «di sapore protezionista», accusa Le Monde (1), per proteggere le sue aziende-gioiello dai capitali esteri. Il governo si dà un diritto di veto ad ogni acquisizione di più del 25% di un’impresa tedesca, definita «strategica» o di sicurezza nazionale, da parte di investitori stranieri. Oggi solo il settore degli armamenti è soggetto a una simile limitazione.

Il testo, di difficile elaborazione, non è ancora pubblico: ma è evidente che il ministro dell’Economia Peer Steinbrueck non vuole scoraggiare l’afflusso di tutti i capitali («Saremmo pazzi»), bensì tener lontani dai brevetti e dalle tecnologie tedeschi i «fondi sovrani», che non sono privati speculatori (già del resto definiti «avvoltoi» in Germania), ma proprietà di Stato, di quegli Stati che sono strapieni di dollari perchè vendono petrolio a cifre astronomiche o, come la Cina e vari Paesi asiatici, perchè esportano molto.

I fondi sovrani, nel loro insieme, hanno in cassa qualcosa come 3 mila miliardi di dollari (1.920 miliardi di euro): è chiaro che in tempi di recessione, con prezzi azionari calanti, possono fare lo shopping globale con lo sconto.

Questo evento dimostra più di quanto appare: un cambiamento di mentalità economica epocale. E’ il capolinea della dottrina monetarista, elaborata un trentennio fa da Milton Friedman, e imposta dagli USA con la globalizzazione. Presupposto implicito del monetarismo è che i segni monetari e le merci siano perfettamente interscambiabili. Che un brevetto, una ditta, il lavoro umano o un sacco di grano siano equivalenti alle quantità di dollari (o euro) che servono a comprarle; o in altri termini, che tutto è «merce» indifferenziata esprimibile in moneta; è il mero «regno della quantità».

Ora, per la caduta del dollaro e il dubbio sui valori finanziari conseguente allo scoppio delle bolle speculative, questa presunta equivalenza – da cui discende la «libera circolazione di uomini, merci e capitali» – sta cominciando a stingere nelle coscienze. Chi detiene conoscenze rare, brevetti o processi produttivi originali come la Germania, esita a cederli contro dollari a chiunque abbia i segni monetari: sente che ciò che possiede ha una «densità» che non può essere scambiata con «numeri», che la moneta ricevuta (oltretutto di valore fittizio) non compensa la cessione di qualcosa che è molto più che una merce.
Questo sta avvenendo anche altrove. I produttori di riso e grano, dal Vietnam all’Argentina, nella scarsità che s’è instaurata e nonostante i prezzi mondiali in salita, tendono a bloccare le importazioni: prima, occorre nutrire il proprio popolo.

Lo stesso tendono a fare i produttori di petrolio: non aumentano la produzione, perchè vedono nelle riserve (calanti) del greggio qualcosa di più – o meglio di diverso – dal profitto in valuta che possono ricavarne; qualcosa che ha a che fare con il futuro della loro nazione, il patrimonio nazionale.

Insomma: si è riscoperto che nelle «merci» c’è una qualità, che la quantità monetaria non basta a compensare.
Si riafferma un elemento basilare dell’economia reale (che produce cose, «res») che la dittatura della finanza aveva oscurato. Il grano nutre, non il dollaro; il petrolio fa funzionare i motori, non la valuta. I brevetti e i processi originali garantiscono il futuro delle generazioni più delle riserve di Buoni del Tesoro USA.


Lo conferma anche la risposta indiretta dei tedeschi al KIA, il fondo sovrano del Kuweit (che già possiede il 7% delle azioni Daimler), e che ha ha minacciato di rivedere i suoi investimenti in Germania se passa la legge. Berlino ha fatto sapere, in modo anonimo, che «questa legge contro i fondi sovrani ha di mira soprattutto la Russia e la Cina. Il governo teme gli Stati che possono usare i loro investimenti per esercitare un’influenza politica o per appropriarsi di un know-how tecnologico».
Dunque nemmeno tutti i dollari sono uguali, neutri ed equivalenti. Si possono accettare i dollari-numero del piccolo Kuweit; ma quelli che hanno in mano Mosca e Pechino non sono parimenti neutrali. Hanno una diversa qualità, e questa qualità è «politica». E la politica, la potenza, è un valore che non è misurabile in moneta.

Questa intrusione nella mera economia di valutazioni qualitative (irriducibili alla quantità di moneta) è insito nell’economia reale – scambio di cose e conoscenze anzichè di unità di conto – è il principio che domina quella che appunto fu chiamata «economia politica», e che la globalizzazione finanziaria ha preteso di liquidare; è questa visione qualitativa che giustifica tutto ciò che è eresia per il liberismo dogmatico e totale, l’intervento dello Stato in economia, l’autosufficienza e l’autarchia come fine, l’accento messo sullo sviluppo delle capacità creative e produttive della nazione anzichè sul mero scambio commerciale, il successo pensato come funzione nutritrice e civilizzatrice delle generazioni future anzichè misurarlo dall’ultima riga del bilancio, il profitto monetario.

Non vuol dire che esista già limpida una teoria capace di sostituire il dogma liberista. Ma c’è un inizio di resipiscenza: e tra i resipiscenti troviamo Massimo D’Alema, che firma, insieme al reaparecido Jacques Delors, ad Helmut Schmidt, a Lionel Jospin a Rocard, ad Otto von Lambsdorff e ad altri revenants del socialismo o della socialdemocrazia, un proclama apparso su Le Monde, dal titolo significativo: «La finanza folle non ci deve governare» (2).

E il giorno dopo, ancora su Le Monde appare una sorta di manifesto intitolato: «Ventun saggi per una mondializzazione meno selvaggia». E qui si tratta di due premi Nobel liberisti ortodossi e americani (Michael Spence e Robert Solow), vecchi capi di Stato, ministri delle Finanze, governatori di Banche Centrali nonchè il capo di Citigroup, la banca privata più grossa del mondo.

Questa Commissione dei 21 ha esaminato i differenti successi o insuccessi delle economie nazionali negli ultimi 50 anni, «e ne ha tratto conclusioni che smentiscono il Washington Consensus, ossia la teoria adottata dalle istituzioni internazionali a fine anni ’80, e che imponeva la riduzione dei deficit e delle spese pubbliche, l’accelerazione delle privatizzazioni e delle deregulation. Il rapporto è chiaro: la principale delle nostre conclusioni, dice, è che la crescita indispensabile per fare arretrare la povertà e assicurare uno sviluppo durevole richiede uno Stato forte».


Uno Stato forte! Nero su bianco. La domanda è se, dopo un trentennio di liberismo devastatore (fra l’altro) del senso di responsabilità individuale e politica, esista ancora la cultura per riformare uno Stato forte. La risposta tende al no: come esempio di Stato forte, i 21 saggi incensano la Cina. A loro non importa, testualmente, che governi «un partito unico, un pluralismo o una tecnocrazia».

Quanto a D’Alema e ai suoi compagni internazionali, scrivono: «Il libero mercato non può infischiarsene della morale sociale. ... Max Weber ha stabilito il legame tra il duro lavoro e i valori morali da una parte, e l’avanzata del capitalismo dall’altra. Il capitalismo decente (ossia rispettoso della dignità umana, per riprendere Amartya Sen) richiede un intervento pubblico efficace. ... Quando tutto è in vendita, la coesione sociale si rompe e il sistema crolla. La crisi finanziaria attuale riduce la capacità dell’Occidente di ingaggiare un dialogo più costruttivo con il resto del mondo sulla gestione degli effetti della mondializzazione e sul riscaldamento globale (sic) mentre il boom economico dell’Asia pone nuove sfide senza precedenti. .... Gli aumenti spettacolari dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari aggravano gli effetti della crisi finanziaria... E' significativo che i fondi speculativi abbiano contribuito ai rincari delle derrate di base... Rischiamo di trovarci di fronte a una miseria senza precedenti, a una proliferazione di Stati fallimentari, a flussi migratori più imponenti e a più conflitti armati».

Non è molto. Discorsi da scompartimento ferroviario, sulla «crisi». I socialisti europei tornano sulla scena per accettare il capitalismo, solo «meno folle»: un segno meno a fianco del dogma egemone rivela che quelli, un’alternativa culturale, non ce l’hanno. Ma in ogni caso è una resipiscenza. Solo si può chiedere a questi signori dov’erano finiti nell’ultimo ventennio.

Le devastazioni del liberismo finanziario globale erano provedibili e sono state ampiamente previste (persino dal sottoscritto non economista, in «Schiavi delle banche»). A parte D’Alema, quelli che firmano sono i pezzi da novanta dell’establishment europeo: ma non hanno detto una parola sullo smantellamento dello Stato nazionale e dell’economia politica. D’Alema non ha detto bah sulle privatizzazioni condotte da Ciampi e da Draghi, per metà aggiustate sul panfilo Britannia e per metà truffe politico-italiote, con la consegna di monopoli pubblici a imprenditori amici, che non erano nemmeno imprenditori. Anzi, D’Alema ha sprezzantemente deriso Tremonti. Ora è diventato tremontiano, solo «un po’ meno».

Il che conferma: guai a chi ha ragione in anticipo. Oltretutto, si sente fare la lezione da quelli che l’hanno capita - per viltà morale più che intellettuale - in ritardo.

Concludo con una buona notizia, che è anche un esempio di come funziona uno Stato con una sua sovrana economia politica. Pochi si saranno accorti che, mentre i prezzi del grano continuano ad essere altissimi, quelli del riso sono calati.
La speculazione è stata stroncata per questa derrata, ancora più importante del grano per le popolazioni della miseria assoluta.

Chi ha stroncato la speculazione?
Il Giappone (3).


Il 19 maggio il dottor Toshiro Shirashu viceministro dell’Agricoltura, aprendo le immani riserve di riso nazionali (2,6 milioni di tonnellate), ne ha decretato l’immediata consegna alle Filippine di 50 mila tonnellate, e di altre 200 mila tonnellate in aiuti alimentari ai Paesi più poveri, a cominciare dal Bangladesh, che senza il riso importato è alla fame. Immediatamente, alla Borsa Merci di Chicago dove si era scommesso sulla durevole scarsità, il «future» sul riso è crollato del 2%.

E come mai il Giappone ha tante riserve di riso?

La spiegazione è paradossale: esso importa riso benchè non ne abbia bisogno, dato che i suoi agricoltori, aiutati da forti sussidi statali, ne producono a sufficienza per i suoi 127 milioni di abitanti. Ma siccome gli USA hanno da decenni premuto sul Giappone perchè azzerasse i sussidi ai suoi contadini («poco competitivi» secondo la dottrina), e importasse riso americano (più competitivo), l’OMC ha imposto al Giappone di comprare riso sui mercati mondiali. E il Giappone ha comprato tonnellate di riso da USA, Thailandia, Vietnam, persino da Cina e Australia. Senza smettere però di sussidiare
i suoi agricoltori, garanti dell’autarchia alimentare nazionale.

Ma nemmeno un chicco di questo riso importato è finito sulle tavole nipponiche. I giapponesi continuano a consumare il loro riso carissimo e domestico, sostenendo che esso ha un aroma speciale, introvabile nelle varietà straniere (ecco un’altra «qualità» impalpabile: per chi mangia riso bollito, senza sale nè condimenti, non ogni riso è intercambiabile).
Il riso importato, l’ha destinato alla Corea del Nord come aiuto alimentare, usato per fare la birra, e persino, mescolato ad altre granaglie, per ingrassare maiali e polli. Nonostante ciò, al Giappone restano in magazzino quasi un milione di tonnellate di riso comprato dagli USA.

Ora, con una scelta politica sovrana, lo distribuisce per abbassare i prezzi mondiali e stroncare la speculazione finanziaria. Naturalmente la dottrina globalista americana obietta che il Giappone, sussidiando i suoi agricoltori e insieme importando una derrata che non gli serviva, ha «sprecato risorse», ha «male allocato i capitali». L’obiezione ha oggi valore zero, visto come America e Gran Bretagna, primi della classe del liberismo dogmatico, hanno «allocato i capitali» e speso il surplus finanziario: in guerre perdenti, in emolumenti mostruosi a speculatori che hanno rovinato l’economia, in banche insolventi e in bancarotta, in bolle finanziarie che stanno esplodendo e devastando milioni di americani duri lavoratori.

Lo spreco del liberismo selvaggio è senza dubbio infinitamente più alto, e costoso socialmente, dei sussidi ai contadini giappponesi. Questo, lo si deve chiamare piuttosto investimento a lungo termine: che ora si ripaga in sicurezza (autosufficienza) alimentare e in influenza politica in Asia.

Ecco cosa è uno Stato forte. D’Alema coi suoi pezzi da novanta europeisti, e anche Berlusconi, dovrebbero imparare la lezione da chi è in grado di darla.




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1) Marie De Vergès, «L’Allemagne contre les fonds souverains», Le Monde, 20 maggio 2008.
2) Citati da «Tiens, il se passe quelque chose...», del sito Dedefensa, 23 maggio 2008.
3) Kenji Hall, «How Japan helped ease the rice crisis», Business Week, 22 maggio 2008.

http://www.effedieffe.com/content/view/3303/179/
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