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Berlusconi "O si fa Alitalia o si muore"
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Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Attualità, Cronaca, Economia e Finanza
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dess
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MessaggioInviato: Mer 23/Apr/2008 10:15    Oggetto: Rispondi citando

in Italia sulle grosse aziende si parla di capitalismo assistito, solo la piccola e media impresa hanno spina dorsale!
Sostenere questi elefanti mangiasoldi costa alla collettività, quanto al liberismo di B., lui è monopolista, per se e per tutte le cose di suo interesse
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MessaggioInviato: Mer 23/Apr/2008 12:44    Oggetto: Rispondi citando

BERLUSCONI: VERSO DOLOROSE RIDUZIONI DI PERSONALE

"Air France ha detto no in primo luogo per il veto posto dai sindacati". Lo ha detto Silvio Berlusconi a Nuova spazio radio riferendosi alla situazione di Alitalia.
Successivamente, a 'Radio radio' Berlusconi ha ribadito che "I francesi non si sono ritirati perché ci sono state interferenze politiche, come qualcuno vorrebbe far credere". "Air France ha ritirato la sua offerta per il veto dei sindacati e per il no del governo a condizioni inaccettabili che avrebbero portato ad una incorporazione di Alitalia in Air France che avrebbe deciso tutto da Parigi".

CI SARANNO DOLOROSE RIDUZIONI PERSONALE
La gestione di Alitalia da parte dei possibili nuovi acquirenti "passerà attraverso delle dolorose riduzioni del personale, che tuttavia potrà contare sui mezzi che lo Stato ha per una debita assistenza a chi non avesse più il lavoro in Alitalia". Lo afferma Silvio Berlusconi a 'Nuova Spazio Radio' ed a 'Radio Radio', Berlusconi ha definito come "giusta" la preoccupazione per i tagli di personale, "perché una compagnia che perde così tanto e che si trova nelle condizioni di Alitalia non può continuare a perdere e quindi tutti dovranno metterci buon senso per arrivare una ristrutturazione della compagnia che possa salvaguardare il numero maggiore possibile di dipendenti, ma che dovrà operare anche delle scelte. E ci sarà gente che dovrà trovarsi un altro lavoro. Non c'é nessuno, dico nessuno, che possa garantire che il numero dei dipendenti attuale rimanga lo stesso di adesso", ha concluso.

"Per noi - riflette Berlusconi - sarebbe stato meglio lasciare al governo attuale di concludere con Air France. E' una patata bollente che ho tra le mani, ma è interesse nazionale non perdere la compagnia di bandiera. E questo tanto per orgoglio nazionale quanto per interesse economico". Per questo, il Cavaliere non ha "nessun dubbio" sul fatto che ora si darà vita ad una "compagine azionaria" alla quale parteciperanno "molti imprenditori". "Ci sono anche gli ammortizzatori di Stato e quindi non ritengo di avere problemi", ha concluso parlando dei tagli di personale.

IERI

PRODI, OK PRESTITO. DUELLO CON BERLUSCONI SU AF
(di Chiara Scalise)

Romano Prodi dà l'ok al prestito ponte per garantire un po' di ossigeno alla compagnia di bandiera e far gestire la fase di transizione al nuovo governo ma attacca a testa bassa Silvio Berlusconi per il fallimento della trattativa con Air France. Il Cavaliere risponde: "Ora ci penso". E annuncia, in nottata: Ci sono le condizioni per una nuova compagine azionaria formata anche da enti importanti e banche. Le prime parole del premier uscente, ieri sera dopo il cdm, sono state per mettere subito in chiaro un punto: il no di AF è tutta colpa "dell'interferenza eccessiva" della politica, oltre che delle "difficoltà frapposte" dai sindacati. Non solo. La somma che è lievitata da 200 a 300 milioni è la conseguenza di una esplicita richiesta del Cavaliere, dice chiaro e tondo il presidente del Consiglio.

La scelta del governo questa volta, ammette il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, non è improntata al rigore di sempre e in un altro momento, aggiunge il titolare di via XX Settembre, avremmo fatto diversamente. Se oggi i ministri hanno accettato si sborsare una cifra così alta è solo per una sorta di atto di fiducia nelle promesse del futuro Esecutivo Berlusconi. E' "la bontà della proposta migliorativa - afferma non senza un pizzico di sarcasmo Padoa-Schioppa - che giustifica l'atto del decreto e il suo importo". L'importo è dunque stato il nodo intorno al quale ha girato gran parte della giornata. Anche se prima di arrivare alla decisione di procedere con il prestito ponte, si è anche affrontata l'ipotesi del commissariamento. Soluzione auspicata in particolare dalla Lega, ma che avrebbe comportato notevoli problemi sul fronte dell'occupazione. C'é stata una girandola di colloqui in giornata, anche se nessuno, sembra, direttamente con Silvio Berlusconi. Una telefonata Enrico Letta-Giulio Tremonti e poi quelle con l'ambasciatore di sempre, Gianni Letta: con lui ha parlato il nipote Enrico, ma anche il premier Romano Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D'Alema. La linea del Pdl è stata chiara: se prestito deve essere, la soglia minima è di 300 milioni. Altrimenti, pronti a addossare all'esecutivo uscente la responsabilità di voler affondare Alitalia.

Trecento milioni potrebbero far arrivare la compagnia a cavallo dell'estate e la sensazione in ambienti di governo è che in realtà aver chiesto una cifra più alta vuol dire che il progetto per salvare davvero la compagnia aerea è ancora in alto mare. A complicare poi i rapporti fra i due schieramenti, oggi è stata anche la scelta del presidente della Commissione Ue Barroso di assegnare all'Italia il commissario alle Infrastrutture e non più quello alla Giustizia. Il sospetto che ha aleggiato all'interno dell'esecutivo uscente è quello di un 'patto' con il Pdl: niente stop da Bruxelles al prestito, in cambio di quello che viene considerato un declassamento del ruolo del Paese in Europa. Fatto sta che nonostante il decreto sia entrato in Consiglio dei ministri con un finanziamento più basso, fra i 150 e i 200 milioni di euro, alla fine Prodi e il suo governo hanno accettato le condizioni degli avversari. Non senza, però aver prima chiarito che avrebbero detto senza infingimenti da dove arrivava la richiesta di stanziare una cifra di una simile portata. E così il premier, dopo un'ora di riunione, scende in sala stampa e annuncia: "Silvio Berlusconi mi ha chiesto un prestito più sostanzioso di quello che avevamo previsto per avere più tempo per risolvere la vicenda Alitalia. Il nostro è stato un atto di responsabilita". Ora il vettore ha quindi un po' di tempo in più. Questo non vuol dire che siano finite le 'sorprese'. Il nuovo governo si troverà comunque a gestire una delicata situazione di transizione ed è molto probabile che il Cavaliere, in attesa di disegnare l'assetto definitivo della compagnia, pensi anche a nuovi vertici che accompagnino l'azienda in questa fase. Tra i nomi che stanno circolando in queste ore ci sono quelli di Maurizio Basile, ex ad di Aeroporti di Roma (e che nasce come manager Alitalia) e Mario Resca, ex presidente e ad di Mc Dondald Alitalia ed ex commissario straordinario di Cirio-Del Monte. Il presidente del Consiglio in pectore è più che convinto che nuovi "partecipanti" si facciano avanti chiedendo di verificare i conti e per presentare al più presto una proposta impegnativa. "Poi si vedrà - spiega - come potrà essere indivifuato un piano industriale che riporti la compagnia al pareggio e poi all'utile".
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MessaggioInviato: Ven 02/Mag/2008 16:46    Oggetto: Rispondi citando

Dunque ricapitoliamo: ancor prima di sedersi sulla poltrona, il Salame premier ci ha già fatto sprecare 300 milioni di euro, 600 miliardi di vecchie lire, di noi contribuenti. Per Alitalia: azienda che perde 365 milioni di euro l’anno, che ha debiti per 1,1 miliardi (più 17% cento), che da tempo ha smesso di fornire un servizio di qualche utilità e si dedica unicamente al mantenimento dei suoi 18 mila dipendenti, strapagati e assenteisti cronici. Ma non c’è limite al peggio.

Il Salame aveva assicurato che lui, ghe-pensi-mi, avrebbe trovato folle di miliardari privati pronti a comprare il catorcio; il prestito di Stato (che mai sarà restituito) serviva solo per guadagnar tempo, per mettere insieme la famosa «cordata».

La cordata non si manifesta - ovvio - e il Salame adesso dice: Alitalia la faccio comprare allo Stato. Non più privatizzazione, ma statalizzazione completa del catorcio: tutto, non solo in parte, messo a carico dei contribuenti.

E ci ha provato davvero, il Salame: s’è rivolto ad ENI (!), alla Cassa di Depositi e Prestiti - che si sono sottratte, invocando divieti dei loro statuti (meno male). Adesso i pirlocrati di Berlusconi stanno pensando a Sviluppo Italia, ex Cassa del Mezzogiorno o giù di lì.

Il rinnovamento berlusconiano è di tipo, inequivocabilmente, retrogrado: tutti in trionfo verso gli anni ‘50. Poi, la grande pensata: «Se l’Europa continua ad obiettare, faccio comprare Alitalia dalle Ferrovie dello Stato». Ossia ad un’azienda che ha ancora più debiti del catorcio aereo (6,5 miliardi contro 1,1), che perde ancora di più per quanto impossibile sembri (410 miliardi l’anno contro 364), e la cui gestione manageriale è - come sanno gli italiani che viaggiano in treno - ancora più inefficiente e mascalzona, e sopravvive solo perchè è un monopolio.

Se il Salame s’impunta, dovremo - da contribuenti - mantenere Ferritalia, un mostro che perderebbe 800 milioni di euro l’anno, con un debito di 8 miliardi su cui pagare gli interessi (in periodo di restrizione mondiale del credito, quanto pagheremmo? L’8%, il 12%, o il 18%?) e gestito da incompetenti ancora più plateali di quelli Alitalia.

Una dirigenza che non riesce a far pulire i vagoni, nè a sturare i WC, nè a rispettare l’orario, nè ad aggiustare le locomotive che sogliono bloccarsi in aperta campagna, immaginate come gestirebbe i voli aerei: che quando si guastano, non si fermano in aperta campagna, tranquilli fra i papaveri.

Ma poi il Salame s’è accorto, forse, di averla detta troppo grossa: «E’ una minaccia», ha rettificato. Non è una minaccia contro l’Europa, che se ne strafrega, sta a guardare e semmai imporrà una bella multa da miliardi di euro per violazione della concorrenza; è una minaccia contro noi, cittadini e contribuenti, che dovremo pagare tutta questa coglioneria, e anche la multa europea.

Il bello è che il Pirlocrate «di destra» e «imprenditoriale» trova ascolto fra i Pirla di «sinistra»: Raffaele Bonani (CISL) e tale Ugo Braghetta, presunto responsabile trasporti della defunta Rifondazione Comunista, apprezzano questa statalizzazione totale: «E’ un’idea da prendere sul serio». Siamo alle larghe intese della demenza, alla pirlocrazia senza opposizione.

Varrà la pena ricordare che Air France s’è ritirata perchè, parole sue, «con il petrolio a 120 dollari, il 22% in più in due mesi, non c’erano più le condizioni economiche» per la fusione. Tanto più che il management di Alipirla - pagato a miliardi per la sua competenza - non ha provveduto a coperture (con derivati) che stabilizzassero il prezzo del carburante, cosa che fa qualunque altro management dei trasporti, salvo i carrettieri e i mulattieri. Il che è un bel guaio per noi contribuenti, perchè la flotta aerea di Alitalia è così vecchia (mai rinnovata, bisognava pagare i 20 mila fancazzisti) che, su alcune tratte, il consumo di carburante è il triplo di quello dei concorrenti.

Il che significa che c’è solo un dignitoso destino per AliMerda: chiudere, fallire e svendere gli aerei al Congo, che forse se li prende.

Ma Bonanni e Braghetta non badano a spese: paghiamo noi, mica loro. La loro mira è chiara anche se implicita: non far volare alcun aereo (troppo rischio, troppo lavoro) e continuare a stipendiare i piloti, le hostess i loro clienti insomma. Si capisce che persino gli ali-fancazzisti non ci stanno guadagnando.

Air France aveva proposto la riduzione di 2.000 fancazzisti e i sindacati avevano risposto picche; ora anche il Salame dice, se pure comparirà la leggendaria «cordata», che i licenziati saranno 4 mila; e i sindacati annuiscono. Quello che conta è la statalizzazione in sè. E’ l’ideale del servizio pubblico come lo intendono loro, la Casta tutta: prendere tutto il denaro pubblico, senza offrire niente.

Anche le Ferrovie, anche l’INPS anche il Fisco, anche le insigni magistrature puntano - almeno come tendenza - verso questo ideale: aumentare le tariffe, i biglietti, la tassazione, gli emolumenti all’infinito, riducendo invece sempre più le cosiddette prestazioni. L’ideale delle burocrazie è trasformarsi in Buco Nero: quei corpi celesti dalla gravità imnimmaginabile, tanto che risucchiano tutto il materiale stellare circostante, senza emettere nemmeno un raggio di luce. E dentro cui, beninteso, nessuno sa cosa succede.

Ciò è normale in Italia, governata dalla Casta Buco-Nero. Quello che stupisce è che a questa tendenza aderisca immediatamente con cipiglio anche un «Grande imprenditore», per di più «il grande imprenditore lombardo» per eccellenza. Evidentemente, a Mediaset, che fa profitti enormi con l’oligopolio pubblicitario, è abituato a sprecare in veline, concorsi a premio, omaggi alle signore; e trasferisce il suo know-how spendereccio anche allo Stato, che profitti non ne ha, ossia su noi contribuenti già tartassati.

Per noi contribuenti cittadini, è il momento di chiedersi se la differenza tra Visco e il Salame è quella che sta fra la padella e la brace. Gli imprenditori dovrebbero cominciare a vergognarsi di uno così, che trascina nel ridicolo le loro indubbie qualità; ed anche i lombardi. Qui, il Salame sta mettendo in gioco tutte le ambizioni di una classe dirigente di rincalzo, tutto il Nord.

Ci eravamo illusi che noi, gente pratica, che sa fare e sa gestire, potessimo sostituire la Casta con una vera classe dirigente. Invece ci troviamo con un settantenne statalista, accompagnato da un emiplegico che urla con accento lombardo: «O il federalismo, o abbiamo 300 mila martiri pronti a scendere dalle montagne. I fucili sono sempre caldi».

Perchè noi nati nel Nord, quelli che pagano le tasse per tutti, non cominciamo a vergognarci di avere come rappresentanti dei simili pirloni? Volevamo una classe dirigente diversa e più capace, e ci troviamo con le caricature italiote di Mobutu e Idi Amin Dada.

Non ci sfugge il forte lato simbolico del proclama bossiano: un paraplegico che lancia un grido di battaglia a cui nessuno crede e a cui nessuno pensa di obbedire. E’ proprio una immagine della «Cosa Pubblica» italiana. Niente da dire, se fosse un’invenzione del Bagaglino, la sola «cultura» finanziata dal Salame. Ma che vergogna che l’attore sia un lombardo.

Quanto al federalismo, risulta dagli ultimi sondaggi ufficiali che gli italiani, a grande maggioranza, chiedono uno Stato centrale più forte: ed hanno perfettamente ragione, in quanto hanno constatato i disastri e i costi delle «autonomie» e delle regioni. Chiedono il contrario del federalismo, chiedono competenze vere e poteri abbastanza forti da prendere decisioni.

Il Nord ha - o dovrebbe avere - ancora le competenze necessarie, che sono rare nel resto della penisola, per la gestione delle realtà pubbliche. Se ha votato quelli, è stato solo per liberarsi di Visco e Prodi, che strangolavano l’industria e l’impresa; non certo col mandato di statalizzare l’insalvabile Alitalia nè di dare tutti i poteri in Calabria alla ‘Ndrangheta e in Campania alla Camorra, sotto forma di un federalismo dove il Nord straparla di «fucili» di carta, e il sud spara con kalashnikov veri, senza dire una parola.

Ora quelli del Nord si devono tenere la Pirlocrazia; e con questa avanzare nella crisi globale che già è cominciata. Ma ci sarà mai più un’altra classe dirigente, da noi?

http://www.effedieffe.com/content/view/3043/169/
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