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Esodo palestinese in Egitto

 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Attualità, Cronaca, Economia e Finanza
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MessaggioInviato: Sab 26/Gen/2008 13:12    Oggetto: Esodo palestinese in Egitto Rispondi citando

Maurizio Blondet
25/01/2008


GAZA - I giornali fanno quello che possono per mascherare la vergogna d’Israele, la sua insensibilità meschina.
«Forze di Hamas hanno segretamente lavorato per mesi al muro di metallo con lance termiche», ha accusato il Times di Londra.
Le evasioni dai lager tedeschi di eroici soldati inglesi sono state glorificate in infiniti film.
Di colpo, i prigionieri non hanno più il diritto di fuggire dal lager.
Se sono palestinesi, il loro è un complotto deplorevole.
Eh sì, hanno commesso il delitto di segretamente forare il muro di acciaio massiccio, perchè gli esseri umani vogliono essere liberi.
Poi, un bulldozer ha aperto il varco perché potessero passarci le auto.
E 350 mila palestinesi sono usciti in Egitto, hanno svuotato le botteghe di Rafah, alcuni hanno raggiunto in auto El Arish, 45 chilometri più addentro.

«Siamo caduti nella trappola di Hamas», ha dichiarato rabbioso Danny Ayalon, già ambasciatore israeliano a Washington, «e abbiamo perso di nuovo la nostra deterrenza. E’ stato un disastro di pubbliche relazioni» (1).
Gente abituata al male finisce per rivelarsi, nonostante ogni ipocrisia, nelle sue parole.
Ecco come pensano gli israeliani: «deterrenza», «disastro di relazioni pubbliche».

No, mister Ayalon: quello di Israele è un disastro morale.
Persino il mondo complice, che fingeva di non vedere quello che fate ai palestinesi, ha dovuto prenderne atto.
E protestare un po’.
Il «danno d’immagine» se lo sono voluto.

Hanno cominciato nel 2006 ad affamare un milione e mezzo di persone a Gaza, chiudendo tutti i valichi, e l’hanno chiamata ridacchiando «cura dimagrante».
Lo scopo dichiarato era alienare da Hamas la popolazione che l’aveva votato.
Non ci sono riusciti, e giorno dopo giorno hanno indurito la «cura».
Sempre meno cibo, sempre meno merci necessarie.
Incursioni, hanno ammazzato in quest’anno mille «terroristi», di cui 157 bambini.
Hanno ridacchiato anche davanti agli avvertimenti di John Dugard, il responsabile ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, che avvertiva del disastro umanitario imminente e condannava Israele per «la violazione dello stretto divieto di punizione collettiva contenuto nella quarta Convenzione di Ginevra».
Risate.

I media mondiali non hanno riportato una parola di Dugard.
Nemmeno la settimana scorsa, quando l’inviato dell’ONU ha detto: «L’uccisione di quaranta palestinesi a Gaza la settimana scorsa, con l’attacco a un edificio governativo vicino a cui si svolgeva una festa di nozze che rendeva prevedibile la perdita di vite umane di tanti civili, insieme alla chiusura di tutti i valichi, pone seri dubbi sul rispetto di Israele per il diritto internazionale».
Le leggi internazionali vietano la punizione collettiva di un popolo per le azioni dei suoi partigiani? Sai le risate.
Celebrate Marzabotto, quella sì è una punizione collettiva!
Chinate la testa il giorno della Memoria, goym!
Noi, delle punizioni collettive che infliggiamo, ci vantiamo apertamente.

La rappresaglia per i lanci di razzi Kassam avverrà «senza tener conto del costo per i palestinesi», annunciava il 20 gennaio Avi Ditcher, ministro della Sicurezza Interna, la Gestapo israeliana.
Ehud Olmert, a giustificazione del taglio dei rifornimenti del carburante: «Vogliamo segnalare alla popolazione di Gaza che non si deve ritenere esente da responsabilità per la situazione», ossia per il tiro dei razzi.
Il successo della punizione collettiva li ha riempiti di euforia.
«Le riserve alimentari a Gaza finiranno a metà settimana», annunciava trionfante un anonimo ufficiale di Tsahal al Jerusalem Post il 20 gennaio.
«Stiamo incidendo sulla qualità della vita generale a Gaza e distruggendo le infrastrutture terroriste», si vantava Ehud Barak, il ministro della Difesa.

Sono tutte spontanee dichiarazioni di colpa, a valere per una futura Norimberga giudaica: questi si vantano di punire 1,5 milioni di persone per le colpe di qualche lanciatore di Kassam (chi sono? Perché non si trovano mai i colpevoli?), e si congratulano a vicenda dei loro sinistri successi.
Entro la settimana, quelli sono alla fame.
Chutzpah, chutzpah.
O Schadenfreude, fate voi.

Negli ultimi giorni hanno bloccato - risate, chutzpah - anche il petrolio per l’ultima centrale funzionante, petrolio fornito dall’Europa (mai che Israele paghi le spese per i suoi internati, ci pensino i goym), insieme ai pochi generi di estrema necessità (europei) lasciati passare col contagocce.
Nemmeno più quelli.

Di fronte alle (deboli) proteste europee, la ministra degli Esteri Tzpi Livni ritorceva esasperata: «Israele è il solo Stato al mondo che fornisce elettricità a terroristi che in cambio gli lanciano contro dei razzi».
Altra ammissione di colpa, spontanea e involontaria: per la Livni, il milione e mezzo di palestinesi che ha gettato nella fame e nel buio sono collettivamente responsabili; nessuna distinzione tra civili e guerriglieri.
Tutti terroristi, nessuno escluso.
«Achtung Partisanen».
Così finisce per pensare gente incancrenita nella pratica del male, e così finisce per rivelare involontariamente la sua stortura morale.

Si sente fin troppo generosa, la Livni: potremmo sterminarli tutti, anzi dovremmo, e invece «forniamo elettricità», lasciamo passare il carburante europeo…
Decisamente troppo generosi.
Insensibili alla sofferenza che infliggono, hanno finito per essere ciechi di fronte al fatto che il mondo ha aperto un occhio.
Insensibili ai dispacci della AP, che già diramava le frasi del ministro della Sanità di Hamas, il dottor Moaiya Hassanain: «Togliamo prima la corrente al reparto maternità oppure a quello di chirurgia cardiaca? Dobbiamo scegliere».
Insensibili all’allarme lanciato da Michael Bailey, della organizzazione non governativa Oxfam: «Qui ci sono 35 pompe per le fognature in funzione. Se una si rompe, non possiamo ripararla perché mancano i ricambi, e ciò significa che i liquami si spargeranno nelle case e per le strade, con i problemi sanitari conseguenti».
Era già avvenuto a marzo, quando l’argine di terra di un bacino di fogna s’era spaccato, e il fiume di liquami e fango aveva affogato cinque palestinesi.
E pensare che Gaza avrebbe l’autosufficienza energetica.

Nel 2000, la British Gas Group ha scoperto, sotto lo specchio di mare antistante Gaza, riserve di gas naturale per almeno 1,3 milioni di metri cubi, valore stimato 3 miliardi di euro.
Era stato anche fatto un accordo fra la British e una ditta palestinese per lo sfruttamento: ma dopo la vittoria elettorale di Hamas, l’embargo decretato dall’Occidente (servo di Sion) ha bloccato tutto. Non a caso Israele presidia anche quel tratto di mare, sparando persino sui pescherecci che s’avventurano a pescare per sfamare la gente: quel gas è di Eretz Israel, lo vogliono gli eletti, la razza superiore.

Negli ultimi due giorni, l’embargo era perfetto.
Non un camion, nulla.
Niente luce, le notti al buio.
Tutto sigillato.
Si congratulava Olmert: ai palestinesi non sarà concesso di «vivere una vita normale», finchè sparano Kassam.
Poi, Hamas ha aperto la breccia nel muro.
Senza spargere sangue, ha creato il momento della liberazione: centinaia di migliaia sono sciamati gioiosi in Egitto - meglio, nel deserto del Sinai, dopo Rafah non ci sono che centinaia di chilometri di sabbia - per comprare tutto il comprabile, e per poi tornare nel lager - il lager che è la loro terra, la loro nazione.


Un abbraccio forse atteso da tanto, chissà: certo non andrà da Maria de Filippi...

L’egiziano Mubarak, che aveva collaborato a fare di Gaza un lager (con l’Unione Europea: quando Sharon aveva «ritirato i coloni» illegali da Gaza, l’Europa garantì al macellaio che la frontiera egiziana di Gaza sarebbe rimasta sigillata, e che Israele avrebbe avuto l’ultima parola su ogni passaggio), non ha avuto il coraggio di far sparare su quella folla.
«Ho detto loro: venite, mangiate, comprate il cibo e poi tornate».
Ora i ministri israeliani minacciano Mubarak, gli dicono «ora sei tu il responsabile» dell’ordine, noi ce ne laviamo le mani, tagliamo con Gaza.
L’ha detto il viceministro della Difesa giudaica, Matan Vilnai.
«Bisogna capire che siccome Gaza è aperta dall’altra parte, noi non siamo più responsabili» della vita nella zona.
«Tagliamo i collegamenti».
Il che significa: ci pensi l’Egitto a fornire acqua, cibo, elettricità.

Altra violazione della convenzione di Ginevra: Gaza è ancora territorio occupato, e nel diritto internazionale l’occupante ha il carico della vita dei civili.
Ma quando si è educati alla meschinità e alla avarizia insensibile fin da piccoli, si pensa in questo modo, e lo si dice: non paghiamo, noi non paghiamo.
Ma intanto, la gente continua ad andare e venire dalla breccia, con la roba comprata, allegra finalmente.
La sensazione - non si sa quanto falsa - è che l’assedio è spezzato, che il Muro d’acciaio resterà spaccato.

Intanto, vari gruppi nel mondo hanno indetto una Giornata di Azione contro l’Assedio per il 26 gennaio: sono previste manifestazioni a New York, Cleveland, Boston e Filadelfia.
Anche in Israele: i gruppi umanitari ebraici organizzeranno un convoglio di aiuti e di protesta che da Gaza, Haifa, Tel Aviv e Beer Sheva confluirà al confine di Gaza, allo slogan di «Lift the blockade!».
Parleranno Uri Avneri, Shulamit Aloni, Jeff Halper, insieme a molti altri che non vogliono essere volonterosi carnefici del Reich.
Un disastro di pubbliche relazioni.
Una esposizione della vergogna di Israele alla luce del sole, finalmente.
E l’Europa?

Il Parlamento europeo ha celebrato il giorno della Memoria.
E messo in guardia contro l’antisemitismo.
Il vicepresidente della Commissione, il noto Franco Frattini, ha immediatamente dichiarato: le rappresaglie di Israele a Gaza «non costituiscono crimine di guerra» (2).
Anzi Frattini è corso nella sua Israele, sangue del suo sangue, a proclamare che la colpa è degli europei: «Avrebbero dovuto capire prima la preoccupazione di Israele. Troppo a lungo abbiamo (noi europei, a nostro nome parla Frattini) ignorato i legittimi timori di Israele riguardo al terrorismo, al fanatismo e al rifiuto del campo arabo di accettare l’esistenza di Israele, per non dire la sua legittimità. … In ultima analisi, la responsabile delle condizioni in cui vivono quelli di Gaza è Hamas».
Frattini ha visitato il Yad Vashem.
E lì ha annunciato un programma che condurrà tutti gli scolari europei a visitare «i luoghi simbolici della memoria in Europa, come il memoriale dell’olocausto a Berlino e i campi di concentramento come Auschwitz e Dachau. Ciò sarà facilitato da finanziamenti europei».
E’ il suo modo di rammendare il danno d’immagine, il disastro di pubbliche relazioni subito da Israele.

Il loro modo: non guardate quelli nel lager di oggi, guardate a noi!
Guardate come soffriamo noi, non loro!
Siamo noi che soffriamo di più! (E cacciate i soldi, la Memoria è a spese vostre beninteso) (3).
Così pensano.
Basta che aprano bocca, e si rivelano.

Maurizio Blondet

Note
1) Adam Entous, «Hamas exposes Israeli weakness in Gaza», Reuters, 23 gennaio 2008.
2) «Israeli actions in Gaza ‘not war crimes’, says EU official», European Jewish Press, 23 gennaio 2008. Frattini ha parlato all’Interdisciplinari Center di Herziya, una entità di propaganda del Mossad. Ha detto: «Hamas cannot be a viable interlocutor, neither for the international community, nor for the poor Palestinian people who should sooner rather than later realize that Hamas has brought them only disaster».
3) Nel giorno della Memoria, l’associazione «Figli ed orfani dei sopravvissuti all’olocausto in Israele» (YESH) ha annunciato che intraprenderà un’azione legale contro la Germania perché «riconosca le nostre sofferenze». Questi bambini ed orfani, almeno sessantenni, vogliono la pensione di orfani «pari a quella dei figli dei caduti della Wehrmacht». La loro organizzazione esige dalla Germania 7.200 euro per ogni anno passato da orfano. Sono o dicono di essere 250 mila: dunque la Germania dovrebbe pagare 1,8 miliardi di euro per ogni anno in cui questi sono stati orfanelli. Ossia 60 anni di orfanellismo. Il gruppo pretende che lo Stato tedesco paghi loro anche per i danni di salute e le «opportunità di carriere perdute» a causa dello stress di essere orfani di sopravvissuti dell’olocausto.

http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2597&parametro=esteri
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MessaggioInviato: Dom 27/Gen/2008 11:21    Oggetto: Rispondi citando

avranno anche loro un Mosè?
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MessaggioInviato: Ven 22/Feb/2008 15:00    Oggetto: Rispondi citando

L’Europa si vergogna di Gaza

Maurizio Blondet 22 febbraio 2008


Il governo israeliano «sta ricevendo forti segnali che USA ed Europa sono molto irritate dalla mancanza di progressi nei negoziati coi palestinesi».
Lo scrive il quotidiano ebraico Haaretz, che descrive come gli ambasciatori israeliani in Europa abbiamo mandato numerosi telegrammi cifrati segnalando al ministero degli Esteri (Tzipi Livni) come molti Stati europei minaccino di rivedere il loro atteggiamento verso Hamas, in relazione alla situazione umanitaria creata a Gaza dal blocco sionista.

I rapporti cifrati - alcuni dei quali l’inviato di Haaretz dice di aver letto personalmente - si appuntano con allarme sull’ultima riunione del Quartetto per il Medio Oriente, tenuta a Berlino
l’11 febbraio.
C’erano l’americano David Welch (assistente di Condoleezza Rice per il Medio Oriente),
Mark Otte, che è l’inviato della UE per la pace, Robert Serry, l’inviato dell’ONU, e il russo
Sergei Yakovlev, responsabile del Medio Oriente per Mosca.
Il Quartetto dovrebbe monitorare i progressi del «processo di pace» secondo il ruolino di marcia messo a punto ad Annapolis.

In quella riunione, si sono sentite frasi piuttosto lontane dal solito servilismo verso Sion.
Serry, l’europeo, «Ha criticato Israele fin dall’inizio della seduta», riporta Haaretz: «Siamo molto preoccupati della situazione a Gaza, specie sotto il profilo umanitario», ha esordito: «Si deve trovare una soluzione».
E ha denunciato che l’assedio israeliano impedisce persino ai soccorritori dell’ONU di portare aiuto ai palestinesi.

Otte, l’inviato della UE, è stato duro: «Non solo nulla migliora sul terreno, ma il comportamento di Israele diventa sempre peggiore, e sempre più inadempiente verso le obbligazioni della road map» che Olmert ha accettato ad Annapolis.
Otte ha sottolineato che non solo Israele ha chiuso a Gerusalemme Est le istituzioni dell’Autorità Palesinese (il futuro «governo» collaborazionista con cui Sion dovrebbe trattare), ma ha prolungato di sei mesi l’ordine di chiusura, il che non indica né buona volontà né buona fede.
«Per cui, dobbiamo considerare un cambio di politica in tutto ciò che riguarda Gaza», ha concluso Otto.
Il che significa fare qualche apertura ad Hamas, ciò che Israele assolutamente non vuole - essendo riuscita ad imporre l’equazione «Hamas eguale terrorismo islamico» - e che le sue lobby nei vari Stati si prodigano per impedire.

Il russo Yakovlev ha detto, a nome del suo Paese, che bisogna fare in modo che i palestinesi formino un governo di unità nazionale (Autorità e Hamas), altra cosa che Israele non vuole.
Ma senza una riconciliazione tra Hamas e Fatah, ha detto Yakovlev, «la striscia di Gaza diventa una bomba a orologeria che distruggerà il processo di Annapolis».

Persino David Welch ha criticato le azioni israeliane a Gaza, dicendo che gli Stati Uniti le disapprovano, anche se ha ricordato i razzi Kassam che continuano a cadere sul villaggio di Sderot, la scusa con cui Israele si rifiuta di proseguire il negoziato, e a cui risponde con bombardamenti e missili e omicidi mirati con danni collaterali di civili massacrati.
In ogni caso, Welch ha detto anche: il Quartetto deve esigere da Israele a riapertura dei valichi di Gaza.

Evidentemente gli occidentali cominciano a vergognarsi di assistere senza protestare, anzi cooperandovi, al lento sterminio per fame del milione e mezzo di abitanti di Gaza.
Haaretz rivela che solo «grazie ad una massiccia offensiva diplomatica» e lobbyistica Israele è finora riuscita a impedire che da Bruxelles parta una formale dichiarazione di disapprovazione,
da parte della UE, di ciò che gli ebrei fanno a Gaza (probabilmente la campagna della comunità contro «gli antisemiti» in Italia e la famosa lista dei professori lobbyisti definita «una nuova Notte dei Cristalli» fa parte della massiccia offensiva).

Solo forti pressioni israelo-americane sulla Svizzera hanno impedito alla Confederazione Elvetica di indire un vertice internazionale con lo scopo di forzare la riapertura dei valichi di Gaza.
Il ministro della Guerra sionista, Ehud Barak, in visita in Turchia, s’è sentito chiedere da Ankara di consentire ai soccorsi turchi di passare a Gaza, almeno una volta.
Il ministro francese Bernard Kouchner ha chiesto ad Israele, durante la sua visita, di riaprire i maledetti valichi.

Inoltre, «alti responsabili dell’Unione Europea sono stati sentiti mentre denunciavano gli atti di Israele a Gaza, e deplorazioni su questo tema sono state passate in diversi parlamenti europei».
«Tutta questa agitazione», ha scritto Ran Koriel, ambasciatore israeliano alla UE, nel suo rapporto segreto alla Livni, «è collegata alla cultura europea di esibire preoccupazione per le questioni umanitarie» (eh sì, scusateci, abbiamo questa debolezza), sicchè «nonostante la sospensione» dell’iniziativa di una deplorazione formale a Bruxelles del comportamento giudaico (grazie alle accuse di «antisemitismo» sparse a mitraglia), «i giorni sono contati» prima che venga discussa
«la legittimità internale di ciò che avviene a Gaza».
La prospettiva peggiore, per lo stato ebraico, è che - come sta pensando di fare Parigi - ciò porti a una riconsiderazione generale dell’atteggiamento europeo verso Israele, che potrebbe anche finire con un riconoscimento di Hamas.

Non avverrà, non avverrà.
State tranquilli: le vostre lobby e Frattini il Kommissario vegliano contro questo «disagio umanitario», maschera estrema dell’antisemitismo.
Ma è istruttivo sapere che questo disagio c’è e cresce in Europa.
Ed è ancora più istruttivo apprenderlo da un giornale israeliano.
I nostri media, ovvio, non ne hanno dato notizia.

1) Barak Ravid, «Livni: palestinian people have no future under Hamas rule», Haaretz, 21 febbraio 2008.
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MessaggioInviato: Sab 26/Apr/2008 19:02    Oggetto: Rispondi citando

Guardiamoli morire: il Reich lo vuole

Maurizio Blondet 26 aprile 2008

No, non si può dire che Gaza è ridotta a un campo di concentramento. Il nostro ambasciatore per primo – sempre i primi nella viltà – ha interrotto la riunione del Consiglio di sicurezza in cui il delegato libico ha fatto il paragone proibito.

Pierluigi Battista, il sub-direttore del Corriere, applaude. Anzi vi vede «il segnale di un sentimento politico di insofferenza per chi, all’interno e fuori del Palazzo di Vetro, indugia ancora nel paragone tra la situazione di Gaza e quella dei campi di concentramento nazisti, avanzata dal rappresentante della Libia. La reazione stavolta è stata fulminea: non restava che lasciare quell’importante riunione per non accettare in silenzio quell’ennesima ingiuria contro Israele».

Si noti en passant la minaccia implicita: l’insofferenza per chi accusa Israele di genocidio cresce anche verso chi lo dice «fuori del Palazzo di Vetro». Ossia anche contro di noi, che da tempo chiamiamo Israele, con prove e fatti alla mano, Quarto Reich.

Ma non è qui il punto. Il lato sporco e ripugnante di questa uscita del nostro ambasciatore, Spatafora, e del giornalista-Batista è che essa avviene il giorno stesso in cui l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che distribuisce cibo d’emergenza ai più miserabili fra gli assediati di Gaza, ha smesso le distribuzioni perchè Israele non fa arrivare più il carburante.

Un milione di prigionieri, sul milione e mezzo dei rinchiusi a Gaza, non ricevono più questa sussistenza essenziale. Ma non si può dire, non si deve. Cresce l’insofferenza contro chi lo dice. Questo, dopo oltre dieci mesi di quello che gli aguzzini chiamano, ridacchiando, «la cura dimagrante».

«I trasporti pubblici non funzionano più», scrive Le Monde (1), «le università e molte scuole sono chiuse. Le ambulanze, i generatori, le pompe per l’acqua funzionano al rallentatore. Quindici motori diesel per i pozzi sono fermi, privando di acqua 70 mila persone, Dal 15 al 20 per cento della popolazione ha l’acqua solo da tre a cinque ore al giorno», annuncia l’UNRWA. Le riserve degli ospedali sono sotto la soglia critica. La spazzatura non può più essere raccolta . 60 mila metri cubi d’acqua di fogna sono gettate in mare ogni giorno non trattate. «In certi quartieri c’è un odore terribile, certi viali sono sepolti dall’immondizia perchè il municipio non ha più carburante», dice Sarah Hammond, responsabile della Oxfam, agenzia umanitaria britannica.

Il sub-direttore dice che a giudicare Israele non ha diritto la Libia, «in cui il diritto è totalmente inesistente, le carceri rigurgitano di prigionieri politici, la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà politiche e civili cancellate da regimi asfissianti». Ma Sarah Hammond non ha un nome libico, e non pare al soldo di Gheddafi.

E così nemmeno John Ging, il direttore della UNRWA sul campo, ha un nome libico. Eppure ha detto: «Le condizioni di vita nelle prigioni del mondo sono migliori di quelle della vita quotidiana nella striscia di Gaza».

Ha detto questo l’8 aprile, il blocco dei carburanti era cominciato solo da due giorni. Ora, 20 giorni dopo, la somiglianza con Auschwitz è più prossima.

«Sono tre settimane», dice John Ging, «che abbiamo avvertito le autorità israeliane del disastro che minaccia, e nulla è accaduto. Non avremmo dovuto arrivare a tanto. E’ un insulto alla dignità dei palestinesi e una violazione dei diritti dell’uomo e della legislazione internazionale» (2).

Taci, John: in Battista, e nei suoi padroni, cresce l’insofferenza per chi dice la verità. Farai una brutta fine, specie se sei americano. Perchè anche in USA «la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà civili cancellate» dal Patriot Act. La Legge del Patriota ti ingiunge di tacere.

Macchè, lui insiste. Dice a Le Monde: «Gli israeliani dicono di aver abbandonato la striscia di Gaza, ma controllano tutto e fanno praticamente ogni giorno delle incursioni. Dall’inizio dell’anno , sono stati uccisi 53 ragazzi e bambini di meno di 18 anni e 117 sono stati feriti. Tutto questo fa’ parte della responsabilità di Israele. Tutto questo porta solo a più estremismo, più violenza, più odio. Perchè continua la politica del blocco?».

E’ facile rispondere, John: perchè Hamas ha offerto una tregua nei giorni scorsi, purchè Israele levi il nodo scorsoio alla sua popolazione. E perchè il coraggioso presidente Carter è andato a parlare con i responsabili di Hamas in Siria, e ne è tornato dicendo che la pace è possibile.

La risposta isrealiana è stata questa: stringere il nodo scorsoio, accelerare lo strangolamento dei suoi prigionieri.

Quanto a Carter, Nobel per la Pace, è stato sepolto dagli sputi. «Carter è venuto nella regione con mani sporche ed è tornato con le mani sporche di sangue dopo averle strette a Khaled Mashaal, il leader di Hamas», ha ruggito Dan Gillerman, ambasciatore di Sion all’ONU (3).

Lui sì, lui può usare questo tipo di linguaggio, può insultare una degna persona, senza suscitare «insofferenza». Battista si unisce allo sputo.

Kanan Ubaid, viceministro dell’energia di Gaza (Gaza è un lager autogestito e bombardato quasi ogni giorno, una novità rispetto ad Treblinka; la prigionia con spese a carico dei prigionieri) dice a Le Monde: «E’ la condanna collettiva a una lenta morte del popolo e dell’economia. E’ un crimine commesso sotto gli occhi della comunità internazionale che se ne fa’ complice».

E’ la pura e semplice verità. La Comunità europea sa quel che avviene, tanto che ha «esortato» il Reich giudaico a riprendere i rifornimenti; è la stessa Europa che – Italia in prima fila, sempre prima nel calcio al debole oppresso – si alza e interrompe la seduta all’ONU, quando la verità viene detta.

Kanan Ubaid è persino troppo buono: la «comunità occidentale» è direttamente complice dello sterminio al rallentatore, ha contribuito allo strangolamento di Gaza da dieci mesi.

Ma si sa, Kanan Ubaid non è ascoltabile. Bisognerà che stia attento il giornalista di Le Monde, che vede e testimonia la verità: deve capire che cresce l’insofferenza per la verità, che ci saranno conseguenze per chi osa dirla ancora.

La questione è che Pierluigi Battista non maca di carburante nè di cibo. E’ ben pagato al Corriere; forse non tanto quanto Magdi Allam, ma certamente molto, molto. E’ pagato tanto appunto per manifestare la sua minacciosa «insofferenza» verso la verità dei fatti. C’è chi è pagato molto e c’è chi manca di tutto, e viene lasciato morire di fame.

Tutto questo è stato previsto: «...che nessuno potesse vendere nè comprare all’infuori di coloro che portavano il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome».

Sono tempi in cui c’è un ricco mercato per le menzogne e per chi le propaga come vere. Le menzogne fioccano come neve, di questi tempi.

Il 6 settembre 2007 – forse lo ricorderete – caccia israeliani bombardarono un sito in Siria. Il 24 aprile 2008 gli Stati Uniti confermano con «prove» fotografiche l’asserzione di Israele, ossia che quel sito bombardato era un reattore nucleare, in cui la Siria si costruiva una bomba al plutonio con l’aiuto dei nord-coreani.

Otto mesi dopo. Perchè non dirlo subito? Perchè otto mesi dopo?

Persino la BBC esprime dubbi (4). Il fatto ricorda «quel febbraio 2003 quando il segretario di Stato Colin Powell andò alle Nazioni Unite con immagini ed audio che ‘dimostravano’ la presenza di armi di distruzione di massa in Irak. La cosa, a quanto pare il meglio che fossero riuscite a produrre le agenzie di intelligence Usa combinate – risultò sviante, a dir poco. In seguito nessuna arma fu trovata». Sto citando letteralmente la BBC: Battista rivolga a questa la sua insofferenza per la verità.

La prova contro la Siria, continua il network britannico, consiste in un video di 10 minuti. Ma «è composto di immagini ferme che, si sostiene, sarebbero state prese dentro l’installazione durante la costruzione. Ovviamente non c’è modo di verificare quest’asserzione in modo indipendente».

E’ la BBC, Battista, non sono io. Quelli sono giornalisti, Battista.

Le immagini sembrano quelle di «un reattore moderato a grafite raffreddata a gas del tipo del modello nord-coreano a Yongbyon», dice la BBC, «Ma non si vedono segni di altri impianti di un programma di fabbricazione di bombe: un impianto per separare il plutonio, e la fabbrica per assemblare effettivamente un’arma. E se, come dicono gli americani, il reattore era quasi completato, di dove sarebbe venuto il combustibile all’uranio?».

Ma soprattutto, perchè fare un video, composto però di immagini fisse? Come si fa a sapere che sono state riprese proprio in Siria, e non in qualunque altro posto del mondo?

Un «anonimo US official» dice alla AFP: «è una presentazione tipo Powerpoint, non è un video dell’impianto». Dunque una specie di lavoro elaborato per «presentazione». Esattamente come la «presentazione» di Colin Powell del 2003, quando agitò un flaconcino con polverebianca che, giurò, era antrace iracheno.... E un altro, «che chiede di non essere nominato in quanto non autorizzato a discutere temi segretati», dice alla Reuters: «Fra le foto di cui dispone l’intelligence degli Usa c’è un’immagine di ciò che appare essere gente di discendenza coreana» (5).

«People of Korean descent at the facility». Frase cauta e ridicola, anche i servizi si vergognano un po’. Quelli non saranno proprio coreani, ma «di discendenza coreana».

E come si fa ad appurarlo? Dal DNA? Come si distingue, da una immagine, un coreano da un giapponese o da un cinese? Indossa una T-shirt con la scritta «I survived in Pyongyang?».

Infine il Financial Times ci dà la verità ultima: il tizio nella immagine è Chon Chibu, scienziato atomico nordcoreano che lavora a Yongbyong. Naturalmente, nessun riscontro. Questi coreani si somigliano tutti. Bisogna credere sulla parola. A una presidenza americana che è già stata scoperta a mentire decine di volte.

E l’ultima, come abbiamo riportato, accordandosi con Israele in segreto, consentendo a Sion di ampliare gli insediamenti in Cisgiordania, mentre diceva che Israele doveva congelare gli insediamenti.

E’ un gran momento per le menzogne di Stato. E’ il nazismo, ma con l’aiuto della buona stampa liberale. Anche questo previsto, dall’Apocalisse.
Converrà ricordare che nessuna «segnatura» radiattiva venne constatata dopo il bombardamento di otto mesi fa in siria, e questo da geologi occidentali petroliferi, che controllano costantemente la radiattività ambiente.

Il capo della AIEA El Baradei ha deplorato il ritardo nella rivelazione. Palesemente irritato: «L’agenzia tratterà questa affermazione con la serietà che merita e ne investigherà la veracità».

Ma già, El Baradei si chiama Muhammad. Viene da un paese, in cui «il diritto è totalmente inesistente, le carceri rigurgitano di prigionieri rinchiusi senza regolare processo, la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà politiche e civili cancellate da regimi asfissianti»: che non è – come si potrebbe credere dalla descrizione – Israele, ma l’Egitto. «Amico» degli USA, tra l’altro.

Battista eserciti la sua minacciosa insofferenza. Dia il calcio dell’asino alla gente che muore di fame, accrediti come vere le menzogne di cui dubita la BBC. Si guadagni il grosso stipendio.



1) Michel Bole-Richard, «Etranglée par le blocus, Gaza sombre dans la misére et les pénuries», Le Monde, 25 aprile 2008.
2) «A Gaza, l’Onu cesse d e distribuer des vivres en raison d’une pénurie de carburant», Le Monde, 25 aprile.
3) Verena Dobnik, «Israel’s UN ambassador calls Jimmy Carter a bigot», Associated Press, 25 aprile 2008.
4) Jonathan Marcus, «US Syria claims raise wider doubts», BBC, 25 aprile.
5) «US says North Korea gave Syria nuclear assistance», Reuters, 24 aprile. «A U.S. official, who asked not to be named because he was not authorized to discuss classified matters, said that among the intelligence the United States has was an image of what appeared to be people of Korean descent at the facility.

http://www.effedieffe.com/content/view/3001/167/
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