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Indice del forum L'isola del giorno prima - parte 2
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La sinistra che ho conosciuto
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Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Il '900: un secolo di profondi cambiamenti
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:41    Oggetto: Rispondi citando

nella fretta ho dimenticato la cosa più curiosa, ho conosciuto veramente L.C. durante un periodo di ricovero, nella stanza il mio vicino era un iscritto all'organizzazione, proveniva da una famiglia del P.C.I. (ora è ridiventato un D.S. )e, si faceva portare il giornale.
Tra il personale infermieristico c'era fermento, una lotta contro le caposala (quasi tutte religiose), e avanzava l'idea della sinistra alternativa...Tra gli anziani molti D.C., ed i giovani infermieri e portantini durante le pause passavano a prendere copie del giornale per leggerlo quasi di nascosto, era considerato un gesto peggiore dell'acquisto di riviste pornografiche
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:42    Oggetto: Rispondi citando

Come finì Lotta continua

MicroMega, 8/2006



Quando si sciolse Lotta continua, e perché? In che rapporti stavano l’anima extraparlamentare dell’organizzazione e quella che subiva il fascino della lotta armata? Le rapine per l’autofinanziamento erano verità o leggenda? E l’omicidio Calabresi? Un confronto senza perifrasi fra quattro ex militanti su vita e morte di un movimento il cui destino cambiò la loro storia personale, e quella italiana.



Dialogano:

Guido Viale, Giovanni De Luna, Franca Fossati, Erri De Luca





MicroMega: Lotta continua si è sciolta nel ’76, oppure, come alcuni sostengono, e fra questi Crainz e Deaglio, rimase attiva anche dopo quell’anno addirittura fino al rapimento di Aldo Moro?

Guido Viale: Lotta continua si è sciolta nel ’76. Non per una decisione uffi­ciale, congressuale. Si decise di avere rapporti più laschi e di permettere a ciascuno di sperimentare, nel proprio campo d’azione, modalità nuove di fa­re politica, dal momento che quelle a cui eravamo abituati si erano dimostra­te del tutto inefficaci. Ovviamente questa vicenda ha percorsi molto differen­ti per ciascuno. Alcuni sono rimasti uniti per continuare a far politica – per esempio il gruppo redazionale del giornale, a cui probabilmente fanno riferi­mento sia Crainz sia Deaglio. Altri sono rimasti uniti per fare politica nel lo­ro ambiente di lavoro: nelle scuole, negli uffici, in fabbrica. Si sono mantenuti poi dei rapporti amicali di forte solidarietà. Oltre al rapimento Moro, noi abbiamo vissuto la tragedia della incarcerazione di Sofri, Bompressi e Pietro­stefani. Quel processo farsa ha contribuito a tenere vivi dei rapporti fra colo­ro che si sono mobilitati per questa vicenda giudiziaria, anche se molti di co­loro che hanno partecipato a quelle campagne non erano mai stati di Lotta continua, o addirittura non erano ancora nati ai tempi di Lotta continua.

Giovanni De Luna: Sì, è così, tranne che per il riferimento all’88. Lotta continua come organizzazione si scioglie nel ’76; il giornale Lotta continua va avanti e, almeno fino al rapimento Moro, resta il punto di riferimento per una «comunità» molto ampia di vecchi militanti, giovani e giovanissi­mi del movimento del ’77 eccetera. Negli anni Ottanta, però, c’è una cesu­ra, netta, irreversibile. In questo senso, l’arresto di Sofri, Pietrostefani e Bompressi è una data che si inscrive nella dimensione affettiva, mette in gioco problemi di grande spessore etico e politico, ma non è una data che possa appartenere all’«organizzazione» Lotta continua, né tantomeno alla storia del giornale.

Franca Fossati: Anche per me Lotta continua si è sciolta nel ’76 con il Con­gresso di Rimini. Lo scioglimento nel ’76 coincide anche con un mio personale momento biografico. Dopo quel congresso, infatti, andai via da Catania do­ve ero stata mandata da Lotta continua per radicarvi l’organizzazione. Non aveva più senso restare lì a tenere in piedi un’organizzazione che non aveva più un progetto politico collettivo. A Roma, io e mio marito ci unimmo a colo­ro che scelsero di tenere in piedi il giornale. È sul giornale che tutto il dibatti­to sul caso Moro ebbe visibilità. Intorno alla redazione continuarono a ruotare i compagni. Sapevamo che in moltissime sedi, e in moltissime realtà, i compa­gni continuavano a vedersi. Per noi donne, che siamo state decisive nella fase dello scioglimento, era già cominciata un’altra storia: la storia del movimento delle donne. Per cui perlomeno nella mia biografia, e credo in quella di altre donne, si trattò di «sciogliersi» dentro il movimento delle donne.

Erri De Luca: E sì, faccio scopa pure io, è morta nel ’76.



MicroMega: È morta nel ’76, per cui solo Crainz e Deaglio pensano che co­sì non è.

De Luna: Crainz e Deaglio pensano che Lotta continua abbia continuato a esistere nelle forme suggerite da Guido Viale, con il giornale diventato punto di riferimento per una galassia di persone e movimenti frammentata e diso­mogenea. Ma non c’è dubbio che come «organizzazione» (strutture, apparati, gruppi dirigenti eccetera) sia finita a Rimini nel novembre del 1976. Che poi tutte le istituzioni abbiano come una forza d’inerzia che tenda a trascinarle alla de­riva, è un dato di fatto che non si può appiattire sul puro dato cronologico.

Fossati: Si consideri che i dirigenti nazionali di Lotta continua, che stavano a Roma, se ne andarono. Io, ad esempio, andai ad abitare nella casa dove avevano vissuto Rostagno e Chicca Roveri. Anche Sofri lasciò Roma, e questo certo è un dato simbolico. Poi, figuriamoci, sappiamo benissimo che in mol­tissimi posti Lotta continua non si è sciolta, e che durante il movimento del ’77 ci sono stati gruppi di Lotta continua attivi anche a Roma. Ma il proget­to organizzativo e le sue strutture finirono nel ’76.

De Luca: Volevo aggiungere che si scioglie nel 1976, Lotta continua, per uno strano caso. Si scioglie nel momento della sua massima espansione, quando aveva raggiunto il suo maggior numero di militanti e di sedi aperte. A sciogliersi è un’organizzazione rivoluzionaria. Oggi, per quelli venuti trent’anni dopo, questo termine si può confondere con quello di terrorismo, ma insomma a sciogliersi è una organizzazione rivoluzionaria. La portata emotiva di quello scioglimento è catastrofica nella vita di moltissimi militan­ti di quella sinistra rivoluzionaria. Io per esempio ci ho militato dal ’70 al ’76, sono 7 anni di vita a tempo pieno, dentro quelle intemperie politiche di allora, quelle emergenze, in quelle tensione e in quella precarietà continua della quotidiana attività pubblica. Ecco, lo scioglimento, l’interruzione brusca di rapporto di un’organizzazione di migliaia di militanti della sinistra rivoluzio­naria, temprati e temperati dalla più forte stagione di lotte politiche e sociali degli anni Settanta in Italia, beh, lo scioglimento di Lotta continua è un dato di fatto ma è anche una catastrofe umanitaria per quelli che ne sono rimasti travolti.



MicroMega: La seconda questione è: al di là del conflitto con le femministe, quale fu la ragione dello scioglimento di Lotta continua? Sicuramente il pro­blema delle femministe fu la causa deflagrante. E tuttavia, a portare allo scioglimento non fu forse la dicotomia che c’era all’interno di Lotta continua tra l’anima extraparlamentare, ma in fondo paraparlamentare, e l’anima che invece subiva il fascino della lotta armata?

Viale: Intanto vorrei riprendere le cose che diceva De Luca. È vero che allora noi ci definivamo un’organizzazione rivoluzionaria, e in parte anche extrapar­lamentare. Ma, a distanza di trent’anni, questa connotazione rivoluzionaria mi sembra meno rilevante di quanto mi pareva allora. Se rifletto sui cambia­menti di cui ci sarebbe bisogno oggi, vedo che sono molto più radicali e più profondi di quelli a cui pensavo e potevo aspirare allora. Quello che differen­zia radicalmente il clima di quell’epoca da quello di oggi è che allora si svol­geva una vita in comune. Questo fatto caratterizzava tutti i gruppi della sini­stra radicale, rivoluzionaria ed extraparlamentare. E in particolare caratteriz­zava Lotta continua. Da qui si può capire meglio il peso che ha avuto la contraddizione uomo-donna nello scioglimento di Lotta continua. L’esplosione del movimento femminista è stata una contraddizione lacerante, che ha trova­to l’organizzazione assolutamente impreparata. In realtà si stavano esaurendo le condizioni materiali di quella comunità di sentimenti. Si stavano esaurendo le basi materiali su cui essa si fondava: scemava infatti la forza della classe operaia nelle grandi fabbriche e si riducevano le forti contraddizioni che esi­stevano all’interno delle famiglie. Non dimentichiamo che uno degli elementi scatenanti dell’impegno politico di un’intera generazione si trova nella fami­glia repressiva quale essa era prima del Sessantotto. A partire dagli anni Ot­tanta, però, la famiglia cambia molto, come cambia la realtà della fabbrica, degli uffici, dei posti di lavoro, e degli altri vincoli disciplinari e burocratici.



MicroMega: Questa mi sembra una lettura quasi privata dello scioglimento di Lotta continua. Ma mi sembra che in quel momento Lotta continua fosse in una fase espansiva. Perché improvvisamente questo ripiegamento?

De Luna: Dal punto di vista numerico e quantitativo il massimo dell’espan­sione si era avuto al Congresso nazionale del gennaio del 1975, quando toc­cammo la quota di 10 mila iscritti. In ogni caso stavano venendo meno mol­ti degli elementi politici ed esistenziali, molte contraddizioni latenti stavano diventando laceranti: quella uomo-donna era la più vistosa; ma c’era anche un sorta di conflitto generazionale con i giovani – che poi sono stati in parte i protagonisti del movimento del ’77 – che contestavano apertamente l’impo­stazione politica, e anche la mentalità, di compagni più anziani anche solo di cinque o dieci armi. Le donne, affermando la differenziazione sessuale come principio di identità e il primato della contraddizione tra i sessi rispetto a quella tra capitale e lavoro, sgretolarono l’egualitarismo nella sua valenza forte di valore progressivo e liberatorio; i secondi, lasciando emergere il ca­rattere generazionale delle lotte, frantumarono l’ideologia che aveva sempre reso immediatamente politici i conflitti sociali. Ma il nodo più intricato di tutti era quello legato all’esaurimento della forza operaia nelle fabbriche. Ricor­diamoci che nel 1980 ci fu poi la grande sconfitta della classe operaia alla Fiat. Mi ricordo una serie di interviste realizzate «a caldo», davanti ai cancel­li degli stabilimenti di Mirafiori, nei giorni drammatici del rapimento Moro. I silenzi e le reticenze che si rincorrono in quelle testimonianze ci restituiscono oggi i detriti soggettivi di quella che era stata la «centralità operaia». Sem­brava come se in quei giorni una intera classe avesse smarrito i propri codici linguistici, le proprie tradizioni culturali, i propri riferimenti politici: davanti ai microfoni degli intervistatori, la maggioranza tirava diritto lasciandosi alle spalle brandelli di frasi fatte («Non sono un politicante, sono un lavoratore», «Non ho niente da dire, chiedi ai delegati»), di discorsi smozzicati; i nuovi as­sunti facevano affermazioni del tipo «non penso, a me non è dato pensare, se scoprono che penso mi fanno fuori». C’era una caduta netta nella conflit­tualità operaia, a Mirafiori gli spazi della lotta erano stati trasformati in una sorta di terra di nessuno, fuori dalla dimensione del conflitto politico e socia­le dei primi anni Settanta. Fuori dalla dimensione della «lotta continua», per l’operaio-massa si spalancarono allora le porte del ritorno all’atomismo so­ciale, alla solitudine degli interessi, alle strategie per il conseguimento del be­nessere individuale si accompagnarono la disperazione dell’emarginazione, la frantumazione della speranza.

Viale: Sicuramente la nostra organizzazione è stata attraversata da spinte a un passaggio alla lotta armata: tuttavia, essa ha fatto apertamente e pubbli­camente i conti con queste tendenze. Alcuni, un numero anche consistente di militanti di Lotta continua, che non hanno accettato la scelta prevalente all’interno dell’organizzazione, se ne sono andati e sono stati all’origine di una componente non indifferente dell’organizzazione Prima linea. Non credo però che questa sia stata una delle contraddizioni forti che hanno determina­to la fine di Lotta continua. È stata una delle tante contraddizioni che abbiamo vissuto, che però siamo stati più in grado di affrontare, di dominare e di portare poi, tutto sommato, a un esito positivo. Se migliaia di compagni non sono precipitati in quel gorgo, questo si deve anche alle nostre discussioni aperte e pubbliche sull’argomento.

Fossati: Sono d’accordo con Guido Viale. Secondo me la questione della lotta armata e del terrorismo era gia chiusa nel ’76. Per altro, c’era stato anche un congresso, nel ’75, dove il confronto fu serratissimo e doloroso e si con­cluse con una forte scissione di persone che scelsero la clandestinità. Io che vivevo quel periodo dalla prospettiva di una grande provincia del Sud, veri­ficavo ogni giorno quanto il progetto politico di Lotta continua, che era stret­tamente legato alla centralità della classe operaia, fosse irrealistico e ineffica­ce. Mi misuravo, infatti, con fabbriche dove non c’era il sindacato potente del Nord, né operai di avanguardia. Al Sud il sindacato era un grande officio di collocamento. I sindacati si spartivano i lavoratori con il consenso dei lavora­tori stessi. Non si era sviluppata una critica radicale all’organizzazione del la­voro e tanto meno alle sue rappresentanze. Ad essere fuori del mondo erava­mo noi. Ma non ne eravamo consapevoli. Lo intuivamo. Poi ci furono le ele­zioni del ’76. L’organizzazione si presentò alle elezioni con la lista unitaria dell’estrema sinistra, con la prospettiva di una vittoria del Partito comunista. Tuttavia, il doppio binario che Lotta continua scelse, del parlamento e della pratica sociale e politica – un progetto secondo il quale gli eletti dell’estrema sinistra avrebbero dovuto costituire un pungolo e una garanzia condizionan­do il governo del Pci – fu un altro bel fallimento. Le elezioni, infatti, non an­darono nel senso che si prevedeva. La questione delle donne è molto impor­tante. Lotta continua era una realtà totalizzante: non si riduceva solo a una proposta politica e organizzativa. Era una proposta di vita. In questo senso, sono in parte d’accordo con Erri De Luca: Lotta continua era rivoluzionaria, nel senso che era, innanzi tutto, una pratica rivoluzionaria delle nostre vite. E allora, man mano che cresceva la consapevolezza femminile che la nostra vi­ta di donne in realtà non era compresa nella proposta di Lotta continua, cre­sceva anche il nostro disagio. Non andava in crisi un gruppo o un partito, ma la nostra vita. Man mano che ci accorgevamo che la nostra vita di donne era negata, quell’esperienza ci andava sempre più stretta. Fu rivoluzionario per noi contrastare questa negazione, metterla in discussione, metterla in crisi.

De Luca: Per ritornare su quell’aggettivo «rivoluzionario»: non è una consi­derazione, ma era la ragione sociale. Sulla testata del giornale Lotta continua c’era l’immagine della barricata di Parma. C’era un inno che si cantava re­golarmente a tutte le manifestazioni che diceva: «Una lotta dura senza pau­ra per la rivoluzione, lotta di popolo armata, lotta continua sarà», dunque era la ragione sociale della ditta Lotta continua. I motivi dello scioglimento: intanto non sono d’accordo sulla faccenda dell’indebolimento della lotta ope­raia. La lotta operaia in quel periodo era in piena espansione. Sono entrato in fabbrica nel ’78, i rapporti di forza dentro la fabbrica erano ancora molto fa­vorevoli agli operai, con tutte le conquiste guadagnate e stabilite. Se nel ’76 fosse stata debole la lotta operaia in fabbrica, Agnelli non avrebbe aspettato il 1980 per quella grande espulsione dell’autunno, l’avrebbe fatta prima, cioè non avrebbe perduto tutto quel tempo. Anche allora, quella serrata, quel blitz di buttar fuori 20 mila e passa operai da quella fabbrica, era considera­ta dal resto del padronato un atto di avventurismo puro della dirigenza Fiat. Dunque non mi sembra che a sfogliare le cronache di quel tempo c’entri niente l’indebolimento della lotta operaia. C’entra intanto un dato di fatto, Lotta continua punta sulla vittoria del Pci alle elezioni del ’76. C’era già sta­to il sorpasso elettorale nelle amministrative dell’anno precedente. Lotta con­tinua, e tutta la sinistra rivoluzionaria, punta a questo sorpasso. Questo sor­passo viene contrastato nel ’76 dalla più sudamericana delle campagne elet­torali del nostro paese, in cui si è sparacchiato e ammazzato a destra e a sini­stra, abbondantemente, con una quota micidiale di caduti sul campo duran­te quella campagna elettorale, ripeto, sudamericana del ’76. Si punta ad una vittoria del Pci e si punta, sciaguratamente dal mio punto di vista di militan­te di allora, iscrivendosi a delle liste elettorali della sinistra rivoluzionaria, della sinistra extraparlamentare che diventava parlamentare. Si punta su una Cosa che fallisce due volte, prima di tutto perché non c’è il sorpasso del Pci, secondo perché il risultato della sinistra rivoluzionaria è insignificante. Dunque c’è un contraccolpo esterno. E c’è un contraccolpo interno: quel gruppo dirigente fondatore di Lotta continua, anima della vita di Lotta con­tinua di quegli anni e delle sue scelte, dei suoi dibattiti intensi, insomma la guida, il faro di quella organizzazione, si presenta irrevocabilmente dimissio­nario. E una decisione maturata un anno prima. Una organizzazione rivolu­zionaria che si lascia scompaginare dal risultato elettorale, un extraparla­mentare che si lascia scombussolare dal risultato elettorale, è abbastanza ri­dicolo. La perdita di unità e di coesione detta da Viale sta tutta dentro la lo­ro discussione, dentro la loro scelta di vita.

Allora si presentano dimissionari, tant’e che nessuno del gruppo dirigente, tranne due, due elementi, di cui ricordo solamente Clemente Manenti, l’otti­mo Manenti, partecipa poi formalmente della segreteria eletta dopo quel Congresso. Tutti gli altri, come ricordava Franca, ognuno andava a casa sua, per le sue piste, verso il suo seguito personale. Allora la questione è questa, quel gruppo dirigente ha dato le dimissioni. Ora, in un partito rivoluzionario, in un gruppo rivoluzionario, le dimissioni del gruppo dirigente avvengono per carcere, per esilio o per morte violenta, non ci stanno altre forme di con­gedo, perché non si tratta di un partito come tutti gli altri, non è un rinnovo delle cariche del partito repubblicano. E dunque quella mancanza di guida, dichiarata e prolungata, ha poi sbandato le truppe successivamente.



MicroMega: Perché tutto il gruppo dirigente aveva questa volontà di dimis­sioni, quale era la motivazione?

De Luca: Questo si potrebbe chiedere a loro, se ne hanno voglia. Io so che è andata così.

Fossati: Credo che il gruppo dirigente fosse consapevole di un’inadeguatez­za della sua politica, di un mutamento oggettivo della situazione sociale. Cre­do che ci fosse la coscienza del logoramento dei nostri slogan e dei nostri obiettivi. Non so quanto fosse chiaro il limite ideologico e teorico, però, del nostro modo di pensare. Tra l’altro, anche l’espansione numerica di quegli anni era il frutto del «marchio» Lotta continua, che era diventato importan­te e simbolico. Arrivava nella periferia e significava qualcosa per le genera­zioni successive alla nostra. Il suo fascino era fortissimo.

De Luca: Perché dici fascino e non linea politica?

Fossati: Perché secondo me la linea politica non c’era più o non funzionava più. Tra l’altro, il modo di essere di Lotta continua in quel periodo tendeva sempre di più ad assomigliare a quello a cui non avremmo mai voluto asso­migliare: a un partito. Penso all’elezione delle segreterie, dei comitati, e di tutto un apparato che snaturava il carattere del movimento. Sono d’accordo con Erri sul fatto che la ragione sociale di Lotta continua era rivoluzionaria. Non poteva essere mimetica delle grandi rivoluzioni, russa o cinese. Ma la rottura rivoluzionaria era l’orizzonte ideologico che ci accomunava – anche se rimaneva molto confuso, perché tutti sapevamo che non c’era una presa del Palazzo d’Inverno alle porte. Per quanto riguarda le lotte operaie, certa­mente, sull’onda lunga delle lotte degli anni precedenti, era rimasta in piedi la forza contrattuale degli operai. Ma i contenuti erano cambiati. Non c’era più il contenuto rivoluzionario, l’egualitarismo, la contestazione radicale dell’organizzazione del lavoro, ma un’esigenza contrattuale che si esercitava su obiettivi «sindacali» ben distanti dall’esperienza degli anni precedenti. Sì, i dirigenti credo che fossero consapevoli che quell’esperienza era arrivata al capolinea. Io sono grata a loro per non aver tenuto in piedi una burocrazia che avrebbe potuto trascinarsi ancora per qualche anno e morire peggio.

De Luna: Lo scioglimento l’ho ritenuto allora, e lo ritengo adesso, un atto di grande onestà intellettuale. Nella storia del movimento operaio molte volte le organizzazioni si sono aggrappate alla conservazione della loro esistenza ba­rattando i sogni della rivoluzione con sgabelli più prosaici nelle amministra­zioni comunali. Allora, invece, ci fu una scelta drastica e dal grande significa­to pedagogico. Un’organizzazione è legata alle condizioni storiche in cui na­sce. Le formazioni politiche come Lotta continua o come Potere operaio sono legate ai tempi in cui sono nate. Non hanno niente della monoliticità del Par­tito comunista, e niente di certi personaggi che passano attraverso lo stalini­smo, il poststalinismo, il compromesso storico, rimanendo comunque sempre uguali a se stessi. La spinta propulsiva di Lotta continua era finita. Nel gen­naio del ’75 ci siamo contati con uno pseudotesseramento, e abbiamo scoper­to che al momento della massima esposizione, eravamo appena in 10 mila iscritti in tutta Italia – una cifra esigua. Anche la tipologia del corpo di Lotta continua era cambiato. Gli operai che sono entrati in Lotta continua nel ’73-74 avevano già un’esperienza del Con­siglio dei delegati, si erano fatti le ossa nelle piccole fabbriche di Borgo San Paolo, e non nella grande concentrazione operaia di Mirafiori. Anche loro avevano assunto un atteggiamento legalitario, che era quello che ci portò poi alle elezioni. Altrimenti quella scelta elettorale sarebbe stata del tutto incon­grua. Ma nel ’78-79 arrivano quelli che Minucci chiamò il «fondo del barile»: l’operaio Joe, con le scarpe da tennis e l’orecchino, totalmente indifferente a tutte le tematiche precedenti. La comunità di Mirafiori cambia natura. Lo descrive bene Marco Ravelli: ci sono traffici illegali, si gioca a carte, uno spa­zio conquistato nelle lotte precedenti adesso viene gestito all’insegna di un progetto che è andato in frantumi. L’organizzazione era in crisi profonda, perché avevamo assunto la forma di partito tradizionale che era la negazione della radice più spontanea e più genuina della nostra storia. Rivolgo però adesso una domanda a Erri. La campagna del ’76 non me la ricordo suda­mericana. Mi ricordo sudamericana la campagna elettorale del ’72, che era cominciata con l’assassinio del pensionato Tavecchio ed era finito con il tra­gico assassinio di Franco Serantini, passando attraverso la morte di Feltrinel­li. Nel ’76 mi ricordo invece le piazze piene. Mi ricordo una spinta molto for­te verso una svolta a sinistra. Come era successo il 18 aprile del ’48, si pen­sava di vincere clamorosamente le elezioni. La sconfitta contribuì molto a ri­dimensionare le nostre aspettative.

De Luca: De Luna, tu sei uno storico, non è che puoi dire: mi ricordo. Tu devi sapere che nel ’76 l’indice degli scontri di piazza e dell’intervento armato è stato dieci volte superiore al ’72. Mi posso sbagliare io, non tu.

De Luna: Non mi risulta. Quali sono i grandi episodi di morti ammazzati del ’76, che invece c’erano staff nel ’72, nel ’74, nel ’75?

Viale: Mi sento chiamato in causa, perché io ho fatto parte, dall’inizio fino alla fine, del gruppo dirigente di Lotta continua. Non rivendico per princi­pio nessuna delle scelte che hanno caratterizzato quella storia. Indubbia­mente abbiamo fatto molti errori. Nella fase di scioglimento potevamo adottare soluzioni differenti, anche se mai nessun congresso e nessun grup­po dirigente ha deliberato lo scioglimento di Lotta continua. Errori ne ab­biamo fatti, del resto, anche al momento della nostra nascita. Vorrei sem­plicemente ricordare che, contestualmente alla nascita di Lotta continua, è nata in Italia un’altra decina di organizzazioni, anche loro autonominatesi, più o meno giustamente, di sinistra rivoluzionaria. Del pari, contestual­mente allo scioglimento di Lotta continua sono venute meno quasi tutte le altre organizzazioni rivoluzionarie – tranne quelle che hanno fatto delle scelte esplicitamente organizzative e burocratiche. Penso ad Avanguardia operaia, al Manifesto, al Pdup, che poi hanno dato vita prima a Democra­zia proletaria e poi sono in parte confluite in Rifondazione comunista: un’organizzazione che aveva come suo presidente Cossutta, ovvero l’em­blema dello stalinismo italiano; quanto di più lontano ci potesse essere da tutto quello che ha ispirato, non solo la nostra vicenda, ma anche quella di molte altre organizzazioni. Se devo trovare una specificità di Lotta conti­nua, la trovo nella maggiore capacità di ascolto delle problematiche e del vissuto delle persone con cui entravamo in contatto. Lotta continua non è nata né per una scissione di un’organizzazione precedente, come è avvenu­to per il Manifesto, per Avanguardia operaia, per Unione dei Comunisti italiani; né intorno a un nucleo intellettuale con un’elaborazione ormai am­piamente sviluppata, come era Potere operaio o come era il Manifesto, per cui l’adesione al gruppo era di fatto l’adesione a una certa strategia, a cer­te tesi. Lotta continua è nata proprio per una convergenza di quella dispo­nibilità all’ascolto. Nel ’76, questa capacità di ascolto si era molto ridotta. Capivamo meno quello che succedeva nelle fabbriche, fra i giovani, fra le donne. Ma soprattutto, ci siamo resi conto che la struttura organizzativa si stava trasformando in un ostacolo rispetto alla capacità di ascolto che ave­va caratterizzato la nostra identità. La scelta è stata, allora, quella di tor­nare ad ascoltare la gente, le masse, gli operai, gli studenti.



MicroMega: A proposito di capacità di ascolto. Mi stupisce ancora di più, allora, lo scontro così violento che avvenne, se non sbaglio nel ’75, con il ser­vizio d’ordine di Lotta continua, che aggredì una manifestazione femminista. Da lì cominciò quello che poi portò alla fine di Lotta continua.

Fossati: Non ci fu un’aggressione vera e propria degli uomini contro le don­ne, come tramanda la vulgata. Anche in quel caso il conflitto fu innanzitutto politico. O culturale. In quella circostanza le donne rivendicarono il separati­smo dagli uomini; e un gruppo del servizio d’ordine, che era composto peral­tro da donne e da uomini, non lo accettò. Era considerato intollerabile che le donne si dessero un proprio luogo di elaborazione, che prescindesse dalle ge­rarchie; e non dalle gerarchie formali dell’organizzazione, ma dalla gerarchia sostanziale: gli uomini dovevano rimanere i produttori delle idee e i responsa­bili dell’organizzazione. Sul problema delle donne Lotta continua ebbe una tardiva capacità di ascolto. E questo vale anche per la sua componente fem­minile. Perché però, poi, le donne di Lotta continua, che pure si sono mosse più tardi di tutte le altre, sono state più radicali di altre? Fino a che è stata in piedi la lotta operaia e quindi il senso del lavoro politico, le altre contraddizio­ni erano nascoste. La vita delle militanti, per quanto subalterne, era comun­que gratificante e ricca. Quando la lotta operaia ha cominciato a cambiare, e il progetto politico a esaurirsi, le donne hanno cominciato ad ascoltare se stes­se e quello che succedeva altrove, ovvero la nascita del femminismo. Ci siamo messe a leggere quello che scrivevano le americane o quello che rielaborava­no le italiane. Il femminismo quindi, per le donne di Lotta continua, divenne di nuovo un orizzonte totalizzante. Determinò un cambiamento nella nostra vita e di quella di molti uomini. Che poi, figuriamoci, negli anni sono tornati a casa loro a riprendersi i loro ruoli! Però, in quegli anni, la crisi aveva anche un risvolto esistenziale. Si sfasciarono, ad esempio, molte coppie.



MicroMega: Viale ha confermato che questo attacco alle femministe ci fu e che fu anche piuttosto violento. Chi decise questo scontro così violento e frontale?

Viale: Lei vuol sapere se c’è stata una deliberazione degli organi dirigenti? Non c’è stata una deliberazione del «comitato centrale»: un organo che pe­raltro non avevamo. I movimenti femministi che avevano indetto la manife­stazione del 6 dicembre ’75 per la legalizzazione dell’aborto...

De Luca: …avevano detto – vogliamo fare il corteo da sole, senza presen­za di maschi…

Fossati: …e di organizzazioni.

Viale: E noi avevamo detto no: gli uomini ci devono essere; discreti ma pre­senti; e anche le organizzazioni, se vogliono essere presenti, devono poterci essere. Nessuno ha precettato il servizio d’ordine; peraltro è stato un gruppo cospicuo, ma abbastanza ristretto, quello che ha cercato di entrare e infilarsi dentro il corteo, credo anche con le bandiere. Lo scontro grosso è avvenuto con i servizi d’ordine di altri gruppi che stavano difendendo il carattere esclu­sivamente femminile del corteo. Poi, naturalmente, delle donne sono state coinvolte anche fisicamente in questo scontro. Questa è la prova di quanto l’organizzazione ci avesse resi chiusi, di quanto avesse reso difficile ascoltare quello che stava nascendo; ma anche di quanto questa esperienza abbia con­tribuito allo sconvolgimento totale della nostra organizzazione. A partire dal giorno dopo, per un intero anno, non ci sono state più riunioni miste di don­ne e di uomini, ma soltanto un parlarsi da un’assemblea all’altra, da un gruppo di discussione all’altro. Dentro Lotta continua si scelse comunque di mettere a disposizione gli spazi perché le donne facessero le loro riunioni. Perché nella nostra esperienza esistenziale – io rivendico questo termine – c’era la disponibilità a cercare di aprirsi e di accettare il nuovo, quando, an­che da esperienze drammatiche come quelle che si erano verificate, venivamo messi in grado di coglierne la forza dirompente. Negli altri gruppi questo è successo meno, ma non per questo sono sopravvissuti. O sono sopravvissuti solo in forme assolutamente difformi da quello che era stato lo spirito dei pri­mi anni Settanta e del Sessantotto.

Fossati: Le donne di Torino ebbero un ruolo centrale a Rimini. Si prepara­rono al congresso con riunioni separate. Anche se uno dei temi era quello dell’aborto, un grande spazio ebbe proprio il terra delle relazioni dentro l’or­ganizzazione. Il punto era quello di far emergere come in nome di un falso operaismo, di un adeguamento alla vita operaia, lo stile di vita nel movimen­to avesse preso tutti i difetti peggiori della famiglia operaia patriarcale. Al congresso di Rimini noi donne cominciammo a riunirci separatamente per portare le nostre istanze nell’assemblea generale. Fu un tentativo molto diffi­cile di confronto con gli operai e con gli altri militanti.

De Luna: Io credo che, al di là dell’evento specifico dello scontro di di­cembre con il servizio d’ordine e della sua dinamica concreta, il suo signifi­cato politico e simbolico fu rilevante. Ho richiamato l’attenzione sull’im­magine di separatezza e sulla costernazione che quell’episodio sollevò nell’assemblea che ci fu a Torino dopo quegli incidenti. La disposizione nell’assemblea sottolineava questa separazione: in alto c’era la macchia scura degli operai, in basso quella delle donne; poi c’erano gli studenti, che non sapevano dove stare. Nel centro c’era una dirigenza schiacciata dall’incomunicabilità che si respirava in quell’aula. Devo dire, allora, che, al di là dei ritardi anche esistenziali, c’era comunque un ritardo politico e un ritar­do culturale. Mi sono rivisto, da storico, i materiali che noi avevamo pro­dotto per la campagna elettorale del referendum del divorzio del ’74. Li ho trovati incredibilmente eloquenti. Non dico che consideravamo quella cam­pagna per il referendum un incidente di percorso rispetto alla centralità operaia; ma la ritenevamo comunque un modo per distrarre gli operai dalla dimensione salariale della lotta, dalla dimensione rivendicativa, dalla di­mensione dell’organizzazione in fabbrica. In quella campagna elettorale fa­cemmo tutti il nostro dovere e demmo una forte mano perché si vincesse. Tuttavia, c’era questa sorta di reticenza rispetto ai temi che non erano strettamente riconducibili all’interno dell’universo operaio, dell’universo della fabbrica. L’impatto fu poi molto più traumatico, perché passammo da questa rigidità ad un’apertura senza mediazioni. E quest’apertura ci sconvolse. Il problema è che operai e femministe erano stati fino ad allora all’interno di un unico progetto rivoluzionario: e improvvisamente non si parlavano più. Non solo noi non eravamo più in grado di ascoltare, ma non eravamo più in grado di mettere in comunicazione questi settori.

De Luca: Come Franca ricorda bene, il problema di quella manifestazione del 6 dicembre ’75 era quello della posizione presa dalle compagne femmini­ste di Lotta continua, di rivendicare l’appartenenza, portare lo striscione di Lotta continua e, proprio per questo motivo, per la loro volontà quindi di rompere, di fare una cosa diversa da quello che faceva tutto il resto del cor­teo, furono messe in coda al corteo, si piazzarono in coda al corteo e fecero avanzare lo striscione di Lotta continua. Io in quel momento ero in sede, al­lora usavamo tenere una squadra centrale in sede, di 25 persone che poteva intervenire dappertutto e, in quel momento, era a presidio della sede. Venim­mo avvisati che c’era una richiesta di intervento, perché non facevano passa­re lo striscione di Lotta continua, avevano un servizio d’ordine maschile, sbarrava la strada al nostro spezzone di corteo delle donne, che appunto, ol­tre allo striscione, avevano anche dei compagni al seguito, un genere maschi­le al seguito. Dunque noi andammo, ci muovemmo dalla sede centrale, mi presi la responsabilità di lasciarla sguarnita e sgomberammo quello sbarra­mento. Questo è quello che mi riguarda.

Fossati: Le compagne di Lotta continua erano divise. C’era un gruppo di compagne, credo prevalentemente romane, che esprimeva la voglia di porta­re lo striscione, di riaffermare quindi la propria identità di gruppo, mentre gran parte delle militanti di Lotta continua, che parteciparono a quel corteo, condividevano la scelta del movimento di un corteo separatista, non solo da­gli uomini, ma soprattutto dalle organizzazioni. Anche sotto un altro aspetto qualcosa si era spezzato. Si viveva un clima diverso da città a città. E i servi­zi d’ordine avevano ruoli diversi nelle varie città. Ora, a Catania, ad esempio, non avevamo quasi un servizio d’ordine; ma, a Roma o a Milano, invece, il servizio d’ordine era una realtà importante dell’organizzazione, e lo era an­che la cosiddetta pratica della forza. Dico subito che questo non c’entra nien­te col terrorismo, perché ribadisco che la questione del terrorismo era stata già chiusa da tempo. Tutto ciò fu messo radicalmente sotto accusa dalle don­ne o da una gran parte delle donne. Non tutte le donne di Lotta continua scelsero una posizione femminista, anche durante il congresso. Questo va ri­cordato e, in qualche modo, va valorizzato. Noi, come tutte le neofite di un movimento, vedevamo le donne che non stavano con noi come traditrici. E fu molto ingiusto e crudele, perché in realtà semplicemente fecero altre scelte. Le donne che contestarono l’organizzazione consideravano criticamente, però, anche il rilievo politico che avevano assunto i servizi di ordine di alcu­ne città, tra cui Roma. Erano diventati da strumento di tutela di pratiche po­litiche e sociali un soggetto politico in sé. E questo fece problema.



MicroMega: Da questa considerazione mi viene spontanea una domanda: in che cosa consisteva la forza dei servizi d’ordine? L’illegalità era pratica diffu­sa in Lotta continua? Penso alle rapine per l’autofinanziamento, alla prote­zione dei latitanti. È vero oppure è una leggenda?

Viale: Per quello che mi consta è una leggenda. Non escludo che qualcuno abbia compiuto delle rapine a titolo individuale e che abbia versato una parte del bottino nelle collette di Lotta continua. Però non mi risulta. Sono stato in posizione apicale in Lotta continua, e posso dire che per tutti gli anni di vi­ta di questa organizzazione non sono mai state organizzate o anche sempli­cemente tollerate iniziative di questo genere. Quando si parla di servizio d’or­dine, si parla di squadre di autodifesa organizzate in un clima estremamente pericoloso. Se non viene ricostruito questo clima non si capisce niente. Il Mo­vimento sociale italiano e le sue strutture collaterali erano organizzazioni vio­lente, fuori legge e armate. Intervenivano alle porte delle fabbriche e scompaginavano non solo i nostri picchetti, ma addirittura impedivano il volanti­naggio. Intervenivano nelle scuole e pestavano, o cercavano di pestare, gli studenti di sinistra. Il Msi era presente a livello nazionale, con manifestazioni di appoggio esplicito al terrorismo di Stato e alla strategia della tensione. Faccio un esempio: nel 1973 era stata organizzata una strage al treno Parigi-­Roma per attribuirlo a Lotta continua. Lo si scoprì perché il fascista Nico Az­zi si fece scoppiare fra le gambe il detonatore della bomba che stava inne­scando, dopo aver percorso tutto il treno sventolando il giornale Lotta continua. Il giorno dopo era stata convocata a Milano una manifestazione fascista. C’era un presidio antifascista di Lotta continua, e vicino quel presidio era stato organizzato un altro attentato (che ha provocato la morte di un agente di polizia) col chiaro intento di attribuirlo a Lotta continua. A compierlo sono state altre squadre fasciste, di cui alcuni membri sono stati arrestati e con­dannati. Il terzo giorno c’era il presidente del Msi, Almirante, che insieme a Ciccio Franco, leader della rivolta di Reggio Calabria, aveva già indetto a Pavia una manifestazione nazionale di estrema destra, per richiedere un gover­no d’ordine. D’altronde, la strage di piazza Fontana, che ha dato inizio a questo clima, non è differente. Insomma, per quasi tutta la sua esistenza, Lotta continua ha dovuto vivere in mezzo a un clima di violenza quotidiana. Chi non sapeva difendersi non aveva diritto di parola. Non soltanto Lotta continua aveva un servizio d’ordine: tutti gli altri gruppi e tutti gli altri par­titi, compreso il Pci, il Psiup e le organizzazioni del sindacato.



MicroMega: Ma era un servizio d’ordine armato?

Viale: Non eravamo armati. Avevamo bastoni, chiavi inglesi e anche botti­glie molotov: usate per creare barriere di fuoco tra noi e «loro», e non certo per colpire le forze dell’ordine. Nell’ultima fase, poi, di fronte al fatto che in piazza i fascisti, spesso coperti dalla polizia, avevano cominciato a sparare contro i cortei, sono girate anche delle rivoltelle. Poi c’erano gli agguati sotto casa, per strada, nei bar. Li abbiamo fatti tutti: tanto «loro» quanto «noi»; e tra noi, sia Lotta continua che gli altri gruppi. Tanto è vero che quando ci è scappato il morto (Ramelli) è capitato a quelli di Avanguardia operaia, che certamente erano meno aggressivi di Lotta continua o di Potere operaio e dell’Autonomia. Ma come ha detto Adriano Sofri, sarebbe potuto accadere a chiunque. È la componente peggiore della nostra storia. Persino i gruppi meno propensi ad avallare gli scontri di piazza, come il Manifesto, avevano il lo­ro servizio d’ordine, e mica tanto delicato. Tanto è vero che molto spesso que­sti servizi d’ordine finivano per scontrarsi fra di loro per rivendicare la testa di un corteo. Sono cose di cui anche io mi sono reso responsabile, avallandole. Questi episodi sono purtroppo stati la cronaca quasi quotidiana negli ultimi anni di vita di queste organizzazioni, tra ’75 e il ’76. Questo, e non il ri­schio del terrorismo, è sicuramente uno dei sintomi di una degenerazione della pratica politica che ha esacerbato la competizione fra i diversi gruppi. Ed è senza dubbio uno dei motivi che hanno accelerate la scomparsa, non solo della nostra organizzazione, ma di tutte le altre.

Fossati: Sì, Guido, capisco quello che dici, e sono d’accordo nella sostanza. Però non va sottovalutato che, soprattutto nell’ultimissimo periodo, il servi­zio d’ordine era diventato un soggetto a sé, perlomeno in alcune grandi città come Milano e Roma. Noi donne avevamo delegato la pratica dell’autodifesa agli uomini. È vero che c’erano anche donne nei servizi d’ordine, ma erano poche. Non si è trattato quindi di una contraddizione da poco. Nell’ultima fase il servizio d’ordine di alcune città divenne un soggetto che reclutava giova­ni. Diciamocelo francamente. Ho conosciuto molti ragazzi più giovani di noi, arrivati nell’ultimo periodo, che entrarono in Lotta continua proprio per andare nel servizio d’ordine. Succedeva un po’ come succede oggi con tanti ra­gazzi che vanno allo stadio solo per menare le mani. Certamente, era una si­tuazione inquadrata nell’autodifesa, con l’alibi della lotta antifascista – di cui però si era perso il senso – tutto quello che si vuole, però… E questo, almeno per me e per molte compagne di allora, costituì un grande problema.

Viale: Sono assolutamente d’accordo con Franca. Ma questo è stato uno dei segni più tangibili dell’assottigliarsi dei contenuti politici su cui si reggeva l’organizzazione. Quando la lotta operaia ha cominciato a dire poco, o co­munque meno di quello che aveva detto prima, quando anche la pratica della contestazione nelle scuole non ha avuto più contenuti (e arriviamo alle oc­cupazioni di oggi, che molto spesso sono delle manifestazioni di miseria cul­turale e politica); quando dal movimento non sono più venuti degli stimoli forti, intellettuali o di passione politica, allora la struttura più organizzata, che per forza di cose era il servizio d’ordine, ha preso il sopravvento.

De Luca: Sì, sulla pratica dell’illegalità, è evidente, in una situazione in cui la legalità parlamentare dice che il fermo di polizia viene portato da 24 a 48 ore, quando la polizia può sparare in ordine pubblico, senza bisogno di legit­tima difesa, quando si possono fare le perquisizioni in case, in macchina, nel­le sedi politiche, senza mandato di magistrato (legge Reale del ’75)… beh, insomma, quando si vive ufficialmente nella illegalità parlamentare, stabilita dal parlamento, un’illegalità di base e di legittima difesa è il minimo della possibilità di esistenza. Il servizio d’ordine non era un corpo separato, appli­cava la linea politica e le indicazioni che venivano date dai dirigenti, per quello che riguarda Roma, di cui mi sono occupato io, ma anche per quel che riguarda la dirigenza nazionale. Nessuna censura è stata rivolta alla mia atti­vità da parte della dirigenza nazionale, anzi. Quindi non mi ritrovo affatto sull’idea che il servizio d’ordine fosse una attività, un corpo separato; non so­lo, ma il fatto proprio che molti giovani venissero a militare, a partecipare sotto le file del servizio d’ordine, era perché consideravano giusta la linea po­litica di Lotta continua in quelle manifestazioni, e volevano stare con la pri­ma fila, e volevano proteggere quelle manifestazioni. Dunque io non credo affatto che si trattava di fascino, né di una buona occasione per menare le ma­ni. Questo credo che sia denigratorio nei confronti, non del servizio d’ordine, ma proprio di Lotta continua.

Fossati: Quando mi riferisco a un servizio d’ordine come soggetto a sé, rac­conto quello che appariva ai miei occhi e agli occhi di altre che come me ave­vano sempre fatto «lavoro di massa». Non volevo sostenere però che agisse separatamente dalla direzione di Lotta continua.



MicroMega: Però Viale mi sembrava che dicesse questo, in qualche modo.

Viale: Sono d’accordo con De Luca: tutto quello che i servizi d’ordine hanno fatto, soprattutto le forme con cui hanno partecipato ai cortei, era concorda­to con le dirigenze locali o nazionali. Anche se, come ho detto, l’aggressione al corteo delle femministe di Roma non era stata preordinata e l’eccesso di zelo che ha provocato quell’incidente è stato criticato duramente dalla diri­genza. E io me ne assumo pienamente la responsabilità. Questo non toglie che in determinati contesti, di progressivo impoverimento dei contenuti poli­tici, ma anche, e insisto, esistenziali, della nostra pratica quotidiana, una struttura, dotata di una propria organizzazione, il servizio d’ordine, abbia progressivamente assunto un peso assolutamente sproporzionato rispetto alle altre componenti dell’organizzazione. Questo non è un rimprovero né a De Luca né a nessun altro; è una responsabilità della dirigenza. Se vogliamo uno dei motivi per cui è stato deciso che, così come stavano le cose, l’organiz­zazione cominciava a essere più un intralcio che un facilitatore del nostro rapporto con le dinamiche sociali.



MicroMega: Quasi come se, a questo punto, la dirigenza stesse perdendo controllo di una parte di Lotta continua.

Viale: No, stava perdendo la capacità di capire quello che succedeva nel pae­se. Di fatto lasciando che continuassero e crescessero queste scaramucce fra noi e i fascisti, fra noi e la polizia, e fra i diversi gruppi della sinistra. Sempre meno sostenuto era, invece, il carattere rivoluzionario della nostra organizza­zione. Il contesto era quello del progressivo impoverimento della lotta di fab­brica, della lotta nelle scuole, della lotta nei quartieri.

De Luna: La tendenza alla separatezza l’abbiamo già esaminata, riguarda il servizio d’ordine, riguarda tutte le componenti di Lotta continua, che ten­dono ognuna ad arroccarsi nella propria specificità, senza più dialogare con gli altri. Nel servizio d’ordine questo processo è particolarmente radicale, proprio perché si tratta di una struttura istituzionalmente già tendente alla separatezza, e poi viene rafforzata anche da un certo tipo di identità, molto fisica, molto militare. In contrasto con la dimensione pedagogica delle altre esperienze organizzative di Lotta continua – penso all’assemblea tra studen­ti e operai, o a tutta una serie di assemblee nelle istituzioni separate, mani­comi, carceri e cosi via – nel servizio d’ordine si costituiscono delle realtà che declinavano la violenza come risorsa identitaria, non più soltanto come ri­sorsa politica. Questa è una mutazione radicale rispetto alla storia di Lotta continua. Vorrei che fosse molto chiaro che Lotta continua era una organiz­zazione rivoluzionaria, e in quanto organizzazione rivoluzionaria non pote­va non porsi il problema della violenza. Il problema della violenza è centrale nell’esperienza di Lotta continua. Solo che essa viene declinata in maniera diversa, a seconda delle fasi che scandiscono la storia dell’organizzazione. In generale, nel rapporto con la violenza si privilegiavano non la «separatez­za» da servizio d’ordine, ma quelle che erano le coordinate complessive della linea politica dell’organizzazione: da un lato ci si basava molto di più sul­la lettura di esperienze storiche in corso, sugli aspetti metropolitani e occi­dentali delle lotte urbane condotte da organizzazioni come quella delle Pan­tere nere, che non sui testi tradizionali o sulle teorie dell’insurrezione di de­rivazione terzainternazionalista; dall’altro, si privilegiava – con slogan come «guerra no, guerriglia sì» – proprio la «continuità» della lotta anche nella sua versione «armata», idealizzando in Che Guevara non tanto «il guerri­gliero», quanto l’uomo politico che una volta conquistato il potere non si ferma, ma è pronto a ricominciare da capo in una dimensione politica che è essenzialmente quella della «rivoluzione permanente». Con il terrorismo, quando la violenza assume le cadenze plumbee dell’omicidio politico, la rot­tura più vistosa avviene in relazione al passaggio dall’interpretazione difen­siva della violenza a quella offensiva e si ricollega a una data precisa, quella che molti hanno indicato come la fine dell’«innocenza» per i movimenti del Sessantotto, il 12 dicembre 1969 della «strage di Stato» di piazza Fontana. Nelle discussioni interne ai gruppi della sinistra extraparlamentare cominciò allora a farsi strada un rovesciamento di posizioni: non bastava protestare contro gli eccidi dello Stato, ma bisognava prevenirli; se lo Stato uccideva Pinelli, bisognava impedire che questo si ripetesse conquistando l’iniziativa proprio sul terreno strategicamente decisivo per lo Stato del «monopolio della violenza». La violenza, quindi, non più come necessità, scelta obbliga­ta, ma come asse di riferimento assunto consapevolmente, priorità qualita­tivamente decisiva per la collocazione politica del movimento. Fu questo ca­povolgimento l’anticamera dei percorsi che portarono al terrorismo e alla nascita delle Brigate rosse. Contro questa linea Lotta continua si schierò con fermezza e diede battaglia all’interno stesso del movimento, in una tenden­za emersa nettamente nelle pagine che il quotidiano dedicò all’esperienza dei delegati di fabbrica nell’autunno del 1972.



MicroMega: E allora andiamo all’uccisione di Calabresi. In quel momento Lotta continua riconobbe l’uccisione di Calabresi come un atto di giustizia. La deriva che, mi sembra di aver capito, lei sostiene, si determina in una fase successive.

De Luna: La mobilitazione che c’è dopo la strage di Stato in Lotta conti­nua è legata a una campagna propagandistica di enorme spessore politico. È una campagna propagandista che coinvolge settori amplissimi dell’opi­nione pubblica democratica: è la prima campagna vera di controinforma­zione. La campagna di Lotta continua comincia nel ’72 ed è fatta di slo­gan; è la campagna per l’elezione di Valpreda. Esprime uno spirito esatta­mente opposto a quello di chi passa alla lotta armata e alla clandestinità per contrapporsi allo Stato. La prima azione delle Brigate rosse credo sia del ’71. Chi, come noi, sceglie, come dire, la cospirazione alla luce del sole, sceglie di usare gli strumenti della propaganda di massa per lavorare direttamente sull’opinione pubblica, intesa come bersaglio principale di una campagna propagandistica mirata a smascherare la strage di Stato. Il Pci diceva: «Facciamo luce sulla strage». Ma non c’era da fare luce. Noi abbiamo documentato immediatamente tutto di quella strage. La nostra non è la scelta di chi passa nella clandestinità.

Viale: Volevo dire una cosa su questo. Lotta continua, e non altri, ha por­tato Calabresi in processo, perché dal processo emergessero le sue respon­sabilità. Chiunque l’abbia ucciso, ha impedito la conclusione di un proces­so che, per lui, era chiaramente perdente. E che era lo strumento fonda­mentale della nostra denuncia delle responsabilità politiche e gestionali di­rette di larga parte dell’apparato statale e del filo conduttore della politica istituzionale di quegli anni. La strategia della tensione, come è ormai rico­nosciuto da tutti gli storici, di destra o di sinistra, ha attraversato in quegli anni la politica ufficiale dello Stato italiano, perché questa è stata segnata da spinte e fatti compiuti di organizzazioni e strutture violente, come i ser­vizi segreti, ma non solo, che hanno utilizzato non solo pratiche illegali, ma stragi, lotta armata e complotti per cercare di orientare in senso sempre più autoritario la politica italiana.



MicroMega: Quando sapremo finalmente la verità?

De Luca: Quando il detenuto Sofri sarà finalmente graziato, se succederà. Volevo dire che la diaspora dei militanti di Lotta continua, verso le forma­zioni armate, in particolare Prima linea, avviene esattamente dopo lo scio­glimento di Lotta continua – cioè lo scioglimento di Lotta continua non im­pedisce, non trattiene, non evita l’arruolamento dentro le formazioni arma­te. Lo scioglimento di Lotta continua determina una tale crisi di idealità politica fra i militanti, che molta parte di quelli, una buona parte di quelli si avvia verso la formazione della lotta armata, una buona parte di quelli si avvia verso l’autodistruzione per droga. Dunque lo scioglimento di Lotta continua non ha salvaguardato diciamo l’incolumità dei militanti, è stata una scelta politica di quel gruppo dirigente che non ha portato alcun bene­ficio alla vita successiva dei suoi militanti.

Fossati: Non sono del tutto d’accordo con Erri. Anzi, non lo sono per niente. Penso che, per quanto riguarda il dibattito interno a Lotta continua, il grup­po che andò in Prima linea, ci andò tra il ’74 e il ’75. E dopo il movimento del ’77 e la crescita della forza e dell’ambiguità dei gruppi vicino ad Autono­mia operaia, e quindi con la crisi del movimento del ’77, che si determina la diaspora. Poi è vero che c’è stata una gran parte di militanti allo sbando, fi­guriamoci. Lo sappiamo benissimo. Storie personali drammatiche, che probabilmente ci sarebbero state in ogni caso. E però è vero – e qui rivendico il ruolo che ha avuto il giornale, che è rimasto in piedi anche dopo il ’76 – che tenendo aperto il dibattito sul problema del terrorismo, e in particolare du­rante il caso Moro, il giornale ha arginato la diaspora verso la lotta armata che la crisi del movimento del ’77 aveva provocato.










ho voluto riportare integralmente il dibattito su Micromega, vista la qualità e la rappresentatività dei partecipanti.., mi spiace che sia carente delle voci di Sofri, Pietrostefani, Bompressi.., felice dell'assenza di Liguori.
L'ho riportato per il piacere ricevuto dalle parole di kiocciolina rossa, e come già detto in un topic su di un argomento molto più triste, per non dimenticare
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:43    Oggetto: pirata51 Rispondi citando

Scritto da: dess 26/01/2007 10.15
era considerato un gesto peggiore dell'acquisto di riviste pornografiche


A proposito di riviste pornografiche. Verso la fine degli anni '60 inizio '70, facevano capolino nelle edicole "ABC" e "Men" a cui poi fecero seguito "Playmen" "Le ore" e l'americano "Playboy".
ABC e Men me li ricordo benissimo: il primo in carta tipo giornale in bianco/nero era di tipo scandalistico e mostrava attrici più o meno note in due pezzi e con seni prorompenti (mai un nudo completo, ma magari un capezzolo coperto da una stellina ) e si trovava spesso tra le riviste che i barbieri mettevano a disposizione di chi attendeva il proprio turno. Men invece era una rivista osè, le cui copie venivano spesso sequestrate appena uscite in edicola, perchè mostrava o copriva poco poco le parti intime di modelle ed era a colori. A qualcuno di voi oggi sembrerà "strano" che la sera del sabato quando con gli amici andavamo a mangiare la pizza, dopo si facesse la conta per chi dovesse andare dal giornalaio a comprare una copia della rivista con la colletta fatta tutti insieme per leggerla e commentarla (e non solo ) nei giardini pubblici, ma era l'unico modo - allora - per cercare di capire come fossero quelle parti del corpo femminili di cui tanto si parlava e che così poco si vedevano (nel mio liceo Mamiani - per chi è di Roma - fino in V ginnasio '68-'69, le ragazze in classe portavano il grembiule blu o nero ) e dare sfogo alle pulsioni che premevano dal basso....!
PS sembra un argomento OT, ma non è così: la cd "liberazione sessuale" di quegli anni che fu largamente praticata (e goduta ) nei "movimenti" in special modo quelli di sinistra (così mi risulta), cominciò anche grazie al diffondersi di queste riviste una delle quali, Playmen era pubblicata da un editore donna, ovvero Adelina Tattilo. per maggiori info, qui.
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:43    Oggetto: Rispondi citando

Lotta Continua credeva di fare politica, di soppiantare quirinali con palazzi d'inverno. Le parole furono roboanti, brutali, minacciose: incredibile quanto siano state inascoltate, inapplicate dagli stessi che le pronunciavano. Volevano trasformare l'uomo, ma hanno fatto qualcosa di più difficile, quando ne hanno avuto il sostegno e la forza: hanno maturato il cittadino. Solo per questo, e inaspettatamente, Lotta Continua aveva trovato il suo pezzetto di dignità nella sarabanda della storia.


Posto integralmente un giudizio espresso da altri...lo troverete sul libro "Lotta Continua, gli uomini dopo" di Corrado Sannucci, sposa la teoria iniziale di questo piccolo topic..esprimiamoci anche su questo
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:43    Oggetto: pirata51 Rispondi citando

Scritto da: Pirata51 31/01/2007 0.05

A proposito di riviste pornografiche. Verso la fine degli anni '60 inizio '70, facevano capolino nelle edicole "ABC" e "Men" a cui poi fecero seguito "Playmen" "Le ore" e l'americano "Playboy".
Playmen era pubblicata da un editore donna, ovvero Adelina Tattilo. per maggiori info, qui.

[Modificato da Pirata51 31/01/2007 0.14]



Tanto, per completezza di informazione e per misurare un pò meglio la "distanza" trascorsa da oggi agli anni di "ieri", apprendo adesso che Adelina Tattilo, seppure non anzianissima (78 anni), è morta oggi.
Per chi volesse ancora approfondire, la notizia ed il relativo articolo sono QUI.
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:44    Oggetto: pirata51 Rispondi citando

Ucciso da una bomba, lanciata da un ultras, un poliziotto a Catania

Questa è una tragica notizia che ho trovato online stasera sul tardi.
La posto qui e non altrove, in A&C per esempio, perchè c'era un tempo in cui Lotta Continua teorizzava la "violenza negli stadi" e non solo la teorizzava, ma anche la sosteneva e, in certe occasioni, promuoveva.
Il discorso era abbastanza semplice: poichè tra i compagni ci sono parecchi tifosi e parecchi tifosi anche tra i fascisti, andiamo allo stadio organizzati e, se del caso, ci scontriamo anche lì
Nacquero così dei gruppi ultras perfettamente organizzati che portavano negli stadi l'esperienza della guerriglia urbana e per parecchio tempo, anche dopo lo scioglimento dell'organizzazione politica, continuarono a "vigilare" all'interno e fuori degli stadi, scontrandosi spesso con la polizia o con le tifoserie avversarie.
Naturalmente era stata preparata anche una "teoria sociologica" ad hoc ed era quella che il proletariato negli stadi - come in tutti i luoghi dove si svolgevano manifestazioni pubbliche tipo concerti, e manifestazioni sportive - doveva poter partecipare gratis e che i fascisti lì come altrove, non avevano diritto di cittadinanza
Oggi, salvo sparuti gruppuscoli di supporter policizzati tipo quelli - mi pare - del Livorno, le tifoserie più agguerrite mi pare abbiano perso tutti i connotati "politici" e spesso si tratta di vere e proprie aggregazioni criminali che, sostenute e foraggiate spesso dalle stesse squadre per cui tifano, provocano danni ingenti alla comunità provocando disordini in continuazione e nei casi più gravi come questo di stasera, seminando morte.
I tempi sono cambiati, si diceva in altri post, ma purtroppo l'imbecillità di certa gente è rimasta la stessa, se non addirittura peggiorata.
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:45    Oggetto: Rispondi citando

Domani a Vicenza ci sarà una grande manifestazione, tutti i giornali ne parlano, l'effetto annuncio fa crescere il numero dei partecipanti e le aspettative.
La possibilità che accadano incidenti è dietro l'angolo, da ambedue le parti dichiarazioni palesi di "pacifismo" e meno palesi di "preparatevi, ci saranno guai", con la sensazione, di guerriglia urbana preparata e di guerra psicologica in atto.
Il Ministro degli Interni, Amato, dichiara di aver predisposto tutto.., il nostro Rutelli dichiara che la misura è colma , Bertinotti dice che per il suo compito istituzionale non parteciperà alla manifestazione..ma il suo cuore ci sarà!
Oggi torno su questo topic per evidenziare le differenze tra la Sinistra che ho conosciuto e quella che vediamo tutti.
Per i partecipanti è previsto un viaggio massacrante, un dubbio su cosa succederà e sulla logistica, venduti come carne da macello sull'altare del movimento, tutti i gruppi che aderiscono daranno le loro percentuali di partecipanti e descriveranno come son stati bravi.
C'è in atto un commercio di croci, e l'urlo della folla dei bempensanti "crucifige", se qualcosa dovesse andar male, è stato ordinatamente organizzato da una claque trasversale.
Ieri al TG è stata rievocata la cacciata di Lama dall'Università di Roma, vorrei rivedere le scene delle manifestazioni per Serantini, delle manifestazioni per i compagni baschi garrotati, vorrei sentire ancora la MIA sinistra vivere e brillare di luce propria, senza gli orpelli dell'accomodamento.
Senza, sopratutto, questo doppio modo di osservare le cose..."dalla mia carica istituzionale dico...", ed i consigli ai parlamentari.."non partecipare", non so ancora se sarò tra i manifestanti, per due ordini di problemi.., i trasporti e l'organizzazione logistica, nonché un piccolo problema personale!, ma, una cosa la so, sento un senso di nausea ...e mi chiedo, perché siamo arrivati a questo?
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:45    Oggetto: Rispondi citando

Ti pare che la terza carica dello Stato possa partecipare a una manifestazione di protesta contro lo Stato mettendosi allegramente in testa al corteo? Già il fatto che ci stia con il cuore è vergognoso!
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MessaggioInviato: Ven 20/Apr/2007 12:48    Oggetto: Rispondi citando

Sono dichiarazioni sue..pubblicamente rese, non è una mia boutade propagandistica, alla manifestazione sul fisco non parteciparono per caso B. e Fini?, il problema di identificazione dell'uomo con la sua carica è corretto, quando l'uomo lasciasse la tessera del partito (qualsivoglia partito) e espletasse le funzioni alle quali è stato chiamato...asetticamente.
La manifestazione è piena di contenuti..ma sarà povera di effetti, comunque, perché troppo compressa nel compromesso politico, cosa che nella sinistra di allora non accadeva

www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_2086221...
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MessaggioInviato: Dom 24/Giu/2007 15:08    Oggetto: Rispondi citando

torno su questo argomento per mesi "in sonno", dal dibattito di questo periodo, dagli interventi su questo forum, la mia generazione ha fallito!.
Negli anni 60/70, c'era la ricerca della libertà, del nuovo, poi..e voglio uniformarmi al pensiero critico di Montalban, un nuovo scenario ha inglobato l'ideale uniformandolo, facendolo scomparire di fronte ad interessi economici.
Per fare un esempio, trent'anni fa nasceva il Male, gloriosa rivista satirica, i suoi disegnatori sono stati "comprati" dalla stampa conformista. ed hanno perso il loro propellente anticonformista.
Come direbbe Gaber, oggi siamo tutti in libertà obbligata Sad
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