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L'isola del giorno prima - parte 2 Un luogo dove il pensiero corre libero e ribelle
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flydanny Isolano DOC


 Sesso:  Messaggi: 1209
Impiego: libero professionista
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Inviato: Gio 22/Nov/2007 22:22 Oggetto: |
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Io invece penso che le opinioni ancorchè differenti, debbano sempre essere supportate da convincimenti, che siano possibilmente provabili, almeno quando questo riguarda l'onorabilità e la dignità degli altri.
Ed i convincimenti si formano su fatti incontrovertibili e comunque storicamente o processualmente accertati, non su altre discutibili e non supportate opinioni.
E quand'anche questo di verificasse, a fronte di verità processualmente o personalmente accertate, si dovrebbe almeno insinuare il ragionevole dubbio.
La Melandri non può negare di essere stata da Briatore se ci sono decine di foto che lo testimoniano, così come ( salendo di livello) non si può negare la Shoah, anch'essa documentata e non è possibile dire ancora che Calabresi è un assassino.
E' semplicemente una menzogna ignobile smentita da fatti, circostanze carte processuali e un processo durato quindici anni.
Dopodichè, nessuno nega che altri possano avere opinioni contrastanti, ma a che serve discutere se non si insinua almeno il dubbio dopo aver sentito chi conosce le carte meglio di chiunque altro?
Come si fa ad abbattere quella vigliacca ignoranza di chi non sa nemmeno chi sia Calabresi e scrive sui muri il suo nome associato alla qualifica di assassino?
Come si "penetra" l'impermeabilità di una convinzione frutto esclusivo di una campagna mediatico-politica che faceva comodo solo ad alcuni e con il passare del tempo è divenuta ormai verità assiomatica per il solo fatto di essere stata espressa da chi era politicamente vicino a coloro ai quali faceva comodo trovare un capro espiatorio della polizia?
Ecco perchè stasera ho poca voglia di discutere.
Bye _________________ ..Lunga vita e prosperità... |
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Pirata Isolano DOC


 Sesso:  Età: 54 Messaggi: 1570 Località: Italia
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Inviato: Mer 12/Dic/2007 1:18 Oggetto: |
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Il 12 dicembre un anno era passato dal giorno delle bombe e dalla strage di stato......
Così la canzone recitava e oggi da quel 12 dicembre di anni ne sono passati 39 e ancora la verità "vera" su quella strage, non c'è stata
Voglio ricordare però il compagno Saverio Saltarelli, ucciso dalla polizia appunto il 12 dicembre 1970 durante un corteo organizzato dagli anarchici a Milano, che chiedeva la scarcerazione di Valpreda e dei compagni anarchici e l'incriminazione dei fascisti come esecutori degli attentati.
Una ennesima morte (non la prima, ma una delle tante che poi tragicamente seguirono per mano di fascisti o della polizia/carabinieri negli anni seguenti), che si aggiunse alle tante vittime di Piazza Fontana, compresa quella di Pinelli, e della strategia della tensione. _________________ I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo. |
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dess Grande capo


 Sesso:  Età: 51 Messaggi: 7594
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Inviato: Mer 12/Dic/2007 9:29 Oggetto: |
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| Pirata ha scritto: | Il 12 dicembre un anno era passato dal giorno delle bombe e dalla strage di stato......
Così la canzone recitava e oggi da quel 12 dicembre di anni ne sono passati 39 e ancora la verità "vera" su quella strage, non c'è stata
Voglio ricordare però il compagno Saverio Saltarelli, ucciso dalla polizia appunto il 12 dicembre 1970 durante un corteo organizzato dagli anarchici a Milano, che chiedeva la scarcerazione di Valpreda e dei compagni anarchici e l'incriminazione dei fascisti come esecutori degli attentati.
Una ennesima morte (non la prima, ma una delle tante che poi tragicamente seguirono per mano di fascisti o della polizia/carabinieri negli anni seguenti), che si aggiunse alle tante vittime di Piazza Fontana, compresa quella di Pinelli, e della strategia della tensione. |
quoto assolutamente!!!! |
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dess Grande capo


 Sesso:  Età: 51 Messaggi: 7594
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Inviato: Mer 12/Dic/2007 15:57 Oggetto: |
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Piazza Fontana
senza colpevoli..........?
questo è il LA dato da vanu, ed i miei complimenti, a distanza di un anno A.U.C., fa piacere complimentarsi con lei, per la rievocazione.
Pirata ha nel suo intervento dato spazio ai morti che son legati indissolubilmente a quella strage, a chi partecipando alle manifestazioni in memoriam, è stato ucciso.
Oggi, sui TG non una parola, tutti a scusarsi per l'ennesima incriminazione o per le vili faccende di corruzione, nessuno che sia uscito allo scoperto a dire una parola.
Ed a distanza di tempo, la sentenza emessa è quella citata da vanu |
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dess Grande capo


 Sesso:  Età: 51 Messaggi: 7594
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Inviato: Dom 16/Dic/2007 19:31 Oggetto: |
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Piazza Fontana, il baratto oscuro del silenzio
di GIORGIO BOATTI
C'è stata davvero, in quel martedì 23 dicembre 1969, la riunione al Quirinale che ha sancito l'infrangibile patto al silenzio, stretto tra Moro e Saragat, attorno alla strage di Piazza Fontana avvenuta il venerdì di due settimane prima? Un patto, anzi un baratto, dove l'imperseguibilità dei responsabili dell'attentato - sedici morti e la storia di un paese dirottata verso gli anni di piombo - veniva permutata, in nome del ritorno alla normalità democratica, con la rinuncia alla proclamazione dello stato d'emergenza patrocinata dal «partito americano» che s'innervava dal Quirinale, a parte della Dc, sino ad alcuni settori degli apparati militari. Per Fulvio Bellini, giornalista legato sin dai tempi della lotta di Resistenza all'intelligence inglese, il baratto - di fatto un accordo di minacciosa e reciproca tregua fra due schieramenti quanto mai opposti - c'è stato. E Bellini lo afferma non da oggi. Secondo la sua ricostruzione, affidata al libro Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana, che dopo più di un quarto di secolo ritorna in libreria, edito da Selene (pp. 182, euro 13), il copione della strage, attuata dalla cellula neonazista padovana, doveva essere il prologo di una svolta politica autoritaria. Un diktat in sintonia con la determinazione, espressa dal presidente della Repubblica Saragat all'inizio di quel 1969, durante la visita di stato a Roma di Nixon e Kissinger, di opporre una barriera invalicabile all'offensiva della contestazione operaia e studentesca.
Gli stragisti erano convinti di poter provocare, con il massacro milanese, misure eccezionali per l'ordine pubblico, sino alla sospensione delle garanzie costituzionali, che il presidente del consiglio Rumor, su sollecitazione della presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto adottare a partire dalle ore successive alla strage. Bellini spiega nel suo libro - costruito su fonti dell'intelligence inglese, già ampiamente conosciute ma forse pigramente sottovalutate nel parossistico svolgersi dei fatti di quel dicembre 1969 e nelle infuocate polemiche che ebbero luogo negli anni seguenti - come Moro, appoggiato non solo dalle sinistre democristiane ma anche da un Andreotti schierato con decisione al suo fianco, rifiutasse ogni scenario di radicalizzazione. Come quello dell'ipotesi di elezioni anticipate avanzato da Saragat e dalle correnti che, all'interno della maggioranza Dc, si riconoscevano in Rumor.
Favorevole al rilancio del centrosinistra e alla strategia dell'attenzione verso il Pci, Moro era certamente consapevole dell'angoscioso ingranaggio a orologeria introdotto da queste posizioni all'interno del delicatissimo equilibrio politico italiano, e avvertiva il procedere di un meccanismo scandito non solo dalla radicalizzazione dello scontro sociale ma anche, sempre più esplicitamente, dall'inserimento - da parte della catena di comando che si ispirava al «partito della destabilizzazione» - della variabile degli attentati. Bombe che erano passate, nel giro di pochi mesi, da quelle «simboliche» di Padova e Milano a quelle ben più devastanti sui treni, dell'agosto del 1969. E che nel dicembre toccarono il loro tragico approdo con l'ordigno alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.
Chiave di volta - troppo ignorata forse in molte ricostruzioni successive - fu il duro dibattito che all'interno del consiglio nazionale della Dc, si tenne nelle settimane precedenti quel 12 dicembre e che aveva contrapposto la maggioranza che faceva capo a Rumor al variegato schieramento che aveva il suo punto di riferimento in Moro. Qualcuno, in Italia e fuori, aveva ritenuto di poter contare sul fatto che Rumor, come presidente del consiglio, davanti al progressivo dilagare della violenza, non avrebbe potuto sottrarsi all'intimazione di sospendere la Costituzione e, dunque, di avviare il Paese verso una sorta di «golpe bianco».
Le ore decisive dovevano essere quelle successive alla strage quando, all'aprirsi della nuova settimana, mentre attraverso un orchestrato cancan mediatico doveva essere individuato nell'anarchico Valpreda il presunto responsabile della strage, altri eventi erano in programma. In particolare, in prossimità dei funerali delle vittime, tenuti nel Duomo di Milano, si sarebbe dovuta scatenare la piazza di destra, affiancata da organizzazioni paramilitari, contro le formazioni giovanili e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Non fu così, perché la Milano democratica e antifascista rispose con corale, impressionante compostezza. Secondo Bellini Rumor si sottrasse, non senza difficoltà, alle pressioni di Saragat di promulgare, sin da sabato 13 dicembre, le leggi speciali. Il presidente del consiglio prima addusse la volontà di essere presente ai funerali milanesi, e quindi, vista l'inequivocabile risposta della metropoli lombarda, tornò a Roma sempre meno convinto - ammesso e non concesso lo fosse mai stato - dell'ipotesi di varare lo stato d'emergenza.
Per giorni, tra i palazzi romani, si svolse un durissimo braccio di ferro e, alla fine, sostiene Bellini, si arrivò al compromesso del 23 dicembre, stretto tra Saragat e Moro: il primo avrebbe rinunciato alla svolta autoritaria, compresa l'ipotesi di scioglimento delle Camere e di ritorno al centrismo. Ma, in cambio, le componenti democristiane legate a Moro e a Andreotti, si adattarono a tacitare le voci e le prove sempre più nette (avanzate dall'Arma, dal nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di Roma e da un memoriale dello stesso Sid) sulla matrice fascista della strage, accettando invece di mollare le briglie all'Ufficio Affari Riservati dell Ministero dell'Interno affinché, in sintonia con i copioni messi in scena tra Milano e Roma, continuasse la rappresentazione della colpevolezza degli anarchici, tra i quali, oltre al gruppo arrestato attorno a Valpreda, si era anche registrata la morte traumatica del ferroviere Pinelli, trattenuto illegalmente presso la questura di Milano. Un patto al silenzio di cui in qualche misura fu reso edotto, secondo Bellini, anche il vertice del Pci. Tutto questo scenario deve essere risultato scomodo a molti. Rendeva difficile, anche per l'opposizione, tracciare una linea netta delle responsabilità maturate all'interno del Palazzo che, in realtà, risultava ben più frammentato e contrapposto di quanto si pensasse.
Bellini aveva già raccontato tutto questo sul finire del 1978, proprio all'indomani dall'assassinio di Moro, in un'edizione di questo libro apparsa presso uno sconosciuto marchio editoriale milanese, Flan, che celava l'identità dell'autore sotto il nom de plume di Walter Rubini. Per la verità le edizioni Flan avevano, in precedenza, pubblicato assai pochi libri. Erano nate, nel 1970, per portare alla luce un volume piuttosto scomodo e ormai del tutto introvabile, anche se era servito da canovaccio a un film di successo, Il caso Mattei di Francesco Rosi: quel primo libro, scritto sempre da Fulvio Bellini, assieme ad Alessandro Previdi, era intitolato appunto L'assassinio di Enrico Mattei. Un'eliminazione, quella del presidente dell'Eni, addebitata esplicitamente dagli autori a una pianificazione che avrebbe saldato spezzoni della «razza padrona» italiana a diramazioni degli apparati spionistico-mafiosi d'oltre Atlantico. Anche questo libro, come quello del 1978, praticamente sparì subito dalle librerie, se mai ci arrivò. E nessuno ne parlò. Due libri, dunque, apparentemente minori e tuttavia in qualche modo significativi, non solo per le tesi che avanzano ma per le modalità editoriali con cui vennero alla luce.
In quest'ultima edizione de Il segreto della Repubblica il prefatore Paolo Cucchiarelli e uno dei figli di Bellini, Gianfranco - fratello di quell'Andrea Bellini di cui Marco Philophat ha narrato le gesta ne La banda Bellini (Shake edizioni) - si affiancano all'autore e lo aiutano a meglio inquadrare il tutto. Emerge così come questo libro, nella sua uscita del 1978, dovesse essere pubblicato non presso un marchio editoriale sconosciuto ma dalla Feltrinelli, che aveva già pagato un anticipo. E questo per espliciti accordi presi con Gian Piero Brega, direttore della casa editrice di via Andegari dopo la scomparsa di Gian Giacomo. Poi, con i fatti di via Fani e l'uccisione di Moro, si ritenne invece che ci fossero ragioni per dare al testo, e alle tesi assai scomode di Bellini, un altro destino. E a Flan, sconosciuto marchio editoriale, si affidò il «segreto della Repubblica».
Fonte: "Il Manifesto", 16 giugno 2005 - www.ilmanifesto.it
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dess Grande capo


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Inviato: Gio 03/Gen/2008 14:33 Oggetto: |
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Vorrei trovare le parole più adatte per definire la scena ante delitto Pinelli, il 25 aprile 1969 due bombe esplosero a Milano, nel padiglione FIAT della fiera.
Rappresaglia e arresto di anarchici, scarcerati il 7 dicembre 1969, il 15 dicembre, tre giorni dopo la strage di stato, Guido Lorenzon riferisce che Giovanni Ventura è implicato nella strage, poco dopo la mezzanotte, vittima di un "malore attivo" (come scriverà il giudice D'Ambrosio nella sua archiviazione), muore Giuseppe Pinelli.
L'archiviazione di D'Ambrosio segue quella frettolosamente fatta da Caizzi, e la querela di Calabresi al direttore di Lotta Continua per la campagna di stampa "contro di lui", ma all'inizio dell'inchiesta, prima dell'archiviazione c'è l'incriminazione perOMICIDIO VOLONTARIO contro Calabresi, Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Piero Mucilli ed il tenente dei Carabinieri Savino Lograno
Il SID nel 1973 fa espatriare Giannettini, Pozzan, e Bertoli lancia la su bomba contro la questura di Milano, sino ad arrivare ai nostri giorni, con lo stragista Romagnoli & C., e D'Ambrosio ancora chiamato in causa, si arriva alla condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, stigmatizzando la figura del martire Calabresi e condannando all'oblio dello stato Pinelli. |
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dess Grande capo


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Inviato: Sab 12/Lug/2008 14:20 Oggetto: |
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Spingendo la verità storica un po' più in là. Lettera a Mario Calabresi
Francesco "baro" Barilli
4 luglio 2008
Caro Calabresi,
ho letto da qualche settimana il suo libro, "Spingendo la notte più in là", e volevo comunicarle alcune riflessioni. Innanzitutto una precisazione, che è corretto esporle subito affinché non si disperda fra le righe e perché non resti fra noi il velo dell'incomprensione. Ho 42 anni, non ho vissuto direttamente i fatti di cui le parlerò; conosco Licia Pinelli e ho seguito il caso del marito per passione civile, cercando di tenermi lontano da tentazioni manichee.
Vengo ora al suo libro. Se è un racconto sul dolore personale, sull'elaborazione del lutto resa ancora più faticosa dalla giovanissima età che lei aveva quando suo padre fu ucciso, il suo è un bel libro. Se è la ricostruzione di una parte della storia d'Italia (ripeto: di una parte, per di più filtrata dalla sua soggettività) è un lavoro dignitoso, che si confronta con i limiti di una rappresentazione parziale, valida nella misura in cui quei limiti li ammette con franchezza. Se pretende di essere "la" ricostruzione dei nostri anni '70 il valore è ancora inferiore.
Non credo che quest'ultima opzione fosse il suo intento, ma di fatto è quel che si è concretizzato sui media. Un'operazione negativa, e lei - anche riconoscendole di non avervi partecipato volontariamente - non può sentirsi escluso dalle responsabilità, essendo persona consapevole delle dinamiche dei media. Non può sottrarsi al ruolo assegnatole di depositario di una verità costretto a rimuoverne un'altra.
Prima di leggere il suo libro mi era capitato di vederla un paio di volte in televisione. In entrambe le occasioni ha speso parole belle ma "scivolose" su Pino Pinelli, come se la storia dell'anarchico precipitato dalla questura milanese la notte del 15 dicembre '69 fosse rimasta impigliata alla vicenda di suo padre per un caso o per le bizze della storia. Leggendo il suo racconto speravo di trovare qualcosa di diverso, ma sono rimasto deluso. I toni sono rimasti partecipi, ma così pure l'atteggiamento sbrigativo, quasi da "è tutto chiaro, passiamo ad altro", verso una questione che resta irrisolta, al di là della famosa sentenza D'Ambrosio che attribuì quella morte ad un malore con slancio attivo. Glielo dico perché, indipendentemente da quel che si può pensare delle conclusioni del magistrato, il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell'istante della precipitazione da quella finestra. Esistono un prima e un dopo, e forse l'errore di questi 39 anni è stato concentrarsi su quel singolo istante senza saperlo o volerlo contestualizzare.
Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna contro suo padre fu quanto di più sbagliato si possa immaginare, nei toni e nei contenuti. Sbagliata eticamente, intellettualmente e politicamente, perché finì col cementare l'opinione pubblica in una contrapposizione in cui interrogarsi se suo padre fosse o meno l'unico responsabile della morte di Pinelli, o se fosse o meno presente nell'istante della precipitazione. Si personalizzò una campagna di stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.
Lei potrà obbiettare che la verità la si raggiunse con la sentenza del 1975, in cui D'Ambrosio salomonicamente escluse l'omicidio come il suicidio. Strano paese, l'Italia: dove speso la magistratura viene accusata di ingerenze nella vita pubblica, per poi delegarle acriticamente la ricerca della verità, dimenticando che solo scopo dell'azione giudiziaria è l'accertamento dei fatti nei loro aspetti penalmente rilevanti. I giudici non sono i sacerdoti della verità, ne sono i meccanici: assegnargli un ruolo salvifico significa caricare la loro coscienza di un peso insopportabile, col solo effetto di sgravare la nostra.
Quel che è in discussione non è tanto la sentenza (su cui ho i miei dubbi, ma parlarne risulterebbe dispersivo) quanto la sua effettiva portata, perché la vicenda Pinelli comincia prima di quell'ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge (e questo lo conferma pure la sentenza, pur se disponendo il proscioglimento del dottor Allegra perché il reato si era nel frattempo estinto per intervenuta amnistia). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell'immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l'acquiescenza di suo padre.
So che quest'ultima affermazione può averla ferita: mi creda, non era mia intenzione. Così pure non è mia volontà tentare una sgradevole graduatoria d'importanza o di gravità fra quelle due campagne denigratorie (subite da suo padre e da Pinelli), ma va sottolineato che a quella contro Luigi Calabresi parteciparono intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipò lo Stato, e forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva. Riconoscere e ricordare il fiume di fango versato su Pinelli e sugli anarchici sarebbe stato da parte sua un gesto non solo nobile, ma pure utile e particolarmente significativo.
Caro Calabresi, in precedenza le dicevo di averla vista in televisione in un paio di occasioni. Una di queste fu lo speciale di Ballarò sugli anni '70, lo scorso 23 gennaio. Oltre alle testimonianze in studio, nel corso della trasmissione fu mostrato un filmato che ripercorreva le tragedie di quel periodo. Qui, l'amara sorpresa: nessuna menzione per Varalli, Zibecchi, Brasili... Neppure per Roberto Franceschi, che proprio 35 anni prima, il 23 gennaio 1973, fu colpito mortalmente dalle forze dell'ordine al termine di una contestata assemblea del movimento studentesco. Una sentenza civile del 1999, superando un muro di omertà e falsità, affermò con chiarezza le responsabilità della polizia, escludendo l'uso legitimo delle armi. In quella puntata di Ballarò, se non altro per la coincidenza temporale, mi sarei aspettato una citazione almeno del caso Franceschi. Così non è stato.
Sia chiaro: non si tratta di considerare i morti come pesi da buttare sui piatti della bilancia per raggiungere l'equilibrio, e neppure di contrapporre lutti ad altri lutti. In altre parole, non vorrei un Ballarò "compensativo": la storia non la si fa con un macabro pallottoliere, e cercare oggi il punto d'equilibrio su quella bilancia è operazione antistorica e pericolosa. Credo però sia altrettanto pericoloso rimuovere dalla storia d'Italia il fatto che le lotte sociali - da Portella delle Ginestre alla fine degli anni '70 - hanno prodotto un enorme tributo di tragedie.
Per vicissitudini personali ho avuto modo di ascoltare le storie di molti parenti di quelle vittime. Ho letto i loro racconti, ho raccolto memorie di dolori ed esperienze. Sono molte le cose che ho trovato in comune; alcune riguardano la dimensione collettiva, altre quella personale. Fra queste, il timore che quelle vicende finiscano nella pattumiera della storia, dimenticate o riscritte in modo sciatto o strumentale.
Nel suo libro lei lamenta la mancanza di un luogo dove la memoria delle tragedie degli anni '70 sia conservata, arrivando ad essere condivisa e - di conseguenza - sintomo di vera pacificazione nazionale. In quella sua ipotesi di luogo della memoria resterebbero però esclusi i Franceschi, Varalli, Zibecchi, i morti di Avola, quelli di Reggio Emilia e molti altri, di cui non fa menzione. Si tratterebbe di una sorta di operazione che ricalca quella intrapresa in Sudafrica senza saperne ripercorrere il percorso (tortuoso e faticoso, ma anche il solo che sappia portare a un risultato, tenendosi lontano dalle tentazioni di scorciatoie), di una memoria strabica e incompleta. E una memoria parziale è destinata a rimuoverne altre. Ricordo cosa scrisse Ferdinando Camon: "quando le tragedie della storia si confondono e il ragazzo interrogato a scuola nel datare un avvenimento sbaglia di tre secoli, vuol dire che non fanno più male: che ci siano state o non ci siano state non fa nessuna differenza".
Caro Calabresi, credo che la notte, prima di spingerla più in là e dirsi pronti a un nuovo giorno, la si debba capire, senza ricordarne solo quella parte di oscurità che ha sconvolto la nostra vita. Questa è la riflessione che le chiedo di fare e la saluto cordialmente, nella speranza di una sua risposta.
Francesco "baro" Barilli
http://www.reti-invisibili.net/giuseppepinelli/articles/art_13466.html |
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