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Indice del forum L'isola del giorno prima - parte 2
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12 Dicembre 1969 (scritto da vanuatu)
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Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Il '900: un secolo di profondi cambiamenti
Autore Messaggio
flydanny
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MessaggioInviato: Gio 22/Nov/2007 22:22    Oggetto: Rispondi citando

Io invece penso che le opinioni ancorchè differenti, debbano sempre essere supportate da convincimenti, che siano possibilmente provabili, almeno quando questo riguarda l'onorabilità e la dignità degli altri.
Ed i convincimenti si formano su fatti incontrovertibili e comunque storicamente o processualmente accertati, non su altre discutibili e non supportate opinioni.
E quand'anche questo di verificasse, a fronte di verità processualmente o personalmente accertate, si dovrebbe almeno insinuare il ragionevole dubbio.
La Melandri non può negare di essere stata da Briatore se ci sono decine di foto che lo testimoniano, così come ( salendo di livello) non si può negare la Shoah, anch'essa documentata e non è possibile dire ancora che Calabresi è un assassino.
E' semplicemente una menzogna ignobile smentita da fatti, circostanze carte processuali e un processo durato quindici anni.
Dopodichè, nessuno nega che altri possano avere opinioni contrastanti, ma a che serve discutere se non si insinua almeno il dubbio dopo aver sentito chi conosce le carte meglio di chiunque altro?
Come si fa ad abbattere quella vigliacca ignoranza di chi non sa nemmeno chi sia Calabresi e scrive sui muri il suo nome associato alla qualifica di assassino?
Come si "penetra" l'impermeabilità di una convinzione frutto esclusivo di una campagna mediatico-politica che faceva comodo solo ad alcuni e con il passare del tempo è divenuta ormai verità assiomatica per il solo fatto di essere stata espressa da chi era politicamente vicino a coloro ai quali faceva comodo trovare un capro espiatorio della polizia?
Ecco perchè stasera ho poca voglia di discutere.
siga

Bye
_________________
..Lunga vita e prosperità...
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Pirata
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MessaggioInviato: Mer 12/Dic/2007 1:18    Oggetto: Rispondi citando

Il 12 dicembre un anno era passato dal giorno delle bombe e dalla strage di stato......
Così la canzone recitava e oggi da quel 12 dicembre di anni ne sono passati 39 e ancora la verità "vera" su quella strage, non c'è stata Crying or Very sad
Voglio ricordare però il compagno Saverio Saltarelli, ucciso dalla polizia appunto il 12 dicembre 1970 durante un corteo organizzato dagli anarchici a Milano, che chiedeva la scarcerazione di Valpreda e dei compagni anarchici e l'incriminazione dei fascisti come esecutori degli attentati.
Una ennesima morte (non la prima, ma una delle tante che poi tragicamente seguirono per mano di fascisti o della polizia/carabinieri negli anni seguenti), che si aggiunse alle tante vittime di Piazza Fontana, compresa quella di Pinelli, e della strategia della tensione.
_________________
I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo.
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dess
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MessaggioInviato: Mer 12/Dic/2007 9:29    Oggetto: Rispondi citando

Pirata ha scritto:
Il 12 dicembre un anno era passato dal giorno delle bombe e dalla strage di stato......
Così la canzone recitava e oggi da quel 12 dicembre di anni ne sono passati 39 e ancora la verità "vera" su quella strage, non c'è stata Crying or Very sad
Voglio ricordare però il compagno Saverio Saltarelli, ucciso dalla polizia appunto il 12 dicembre 1970 durante un corteo organizzato dagli anarchici a Milano, che chiedeva la scarcerazione di Valpreda e dei compagni anarchici e l'incriminazione dei fascisti come esecutori degli attentati.
Una ennesima morte (non la prima, ma una delle tante che poi tragicamente seguirono per mano di fascisti o della polizia/carabinieri negli anni seguenti), che si aggiunse alle tante vittime di Piazza Fontana, compresa quella di Pinelli, e della strategia della tensione.

quoto assolutamente!!!!
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dess
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MessaggioInviato: Mer 12/Dic/2007 15:57    Oggetto: Rispondi citando

Piazza Fontana
senza colpevoli..........?


questo è il LA dato da vanu, ed i miei complimenti, a distanza di un anno A.U.C., fa piacere complimentarsi con lei, per la rievocazione.
Pirata ha nel suo intervento dato spazio ai morti che son legati indissolubilmente a quella strage, a chi partecipando alle manifestazioni in memoriam, è stato ucciso.
Oggi, sui TG non una parola, tutti a scusarsi per l'ennesima incriminazione o per le vili faccende di corruzione, nessuno che sia uscito allo scoperto a dire una parola.
Ed a distanza di tempo, la sentenza emessa è quella citata da vanu
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dess
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MessaggioInviato: Dom 16/Dic/2007 19:31    Oggetto: Rispondi citando

Piazza Fontana, il baratto oscuro del silenzio

di GIORGIO BOATTI

C'è stata davvero, in quel martedì 23 dicembre 1969, la riunione al Quirinale che ha sancito l'infrangibile patto al silenzio, stretto tra Moro e Saragat, attorno alla strage di Piazza Fontana avvenuta il venerdì di due settimane prima? Un patto, anzi un baratto, dove l'imperseguibilità dei responsabili dell'attentato - sedici morti e la storia di un paese dirottata verso gli anni di piombo - veniva permutata, in nome del ritorno alla normalità democratica, con la rinuncia alla proclamazione dello stato d'emergenza patrocinata dal «partito americano» che s'innervava dal Quirinale, a parte della Dc, sino ad alcuni settori degli apparati militari. Per Fulvio Bellini, giornalista legato sin dai tempi della lotta di Resistenza all'intelligence inglese, il baratto - di fatto un accordo di minacciosa e reciproca tregua fra due schieramenti quanto mai opposti - c'è stato. E Bellini lo afferma non da oggi. Secondo la sua ricostruzione, affidata al libro Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana, che dopo più di un quarto di secolo ritorna in libreria, edito da Selene (pp. 182, euro 13), il copione della strage, attuata dalla cellula neonazista padovana, doveva essere il prologo di una svolta politica autoritaria. Un diktat in sintonia con la determinazione, espressa dal presidente della Repubblica Saragat all'inizio di quel 1969, durante la visita di stato a Roma di Nixon e Kissinger, di opporre una barriera invalicabile all'offensiva della contestazione operaia e studentesca.

Gli stragisti erano convinti di poter provocare, con il massacro milanese, misure eccezionali per l'ordine pubblico, sino alla sospensione delle garanzie costituzionali, che il presidente del consiglio Rumor, su sollecitazione della presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto adottare a partire dalle ore successive alla strage. Bellini spiega nel suo libro - costruito su fonti dell'intelligence inglese, già ampiamente conosciute ma forse pigramente sottovalutate nel parossistico svolgersi dei fatti di quel dicembre 1969 e nelle infuocate polemiche che ebbero luogo negli anni seguenti - come Moro, appoggiato non solo dalle sinistre democristiane ma anche da un Andreotti schierato con decisione al suo fianco, rifiutasse ogni scenario di radicalizzazione. Come quello dell'ipotesi di elezioni anticipate avanzato da Saragat e dalle correnti che, all'interno della maggioranza Dc, si riconoscevano in Rumor.

Favorevole al rilancio del centrosinistra e alla strategia dell'attenzione verso il Pci, Moro era certamente consapevole dell'angoscioso ingranaggio a orologeria introdotto da queste posizioni all'interno del delicatissimo equilibrio politico italiano, e avvertiva il procedere di un meccanismo scandito non solo dalla radicalizzazione dello scontro sociale ma anche, sempre più esplicitamente, dall'inserimento - da parte della catena di comando che si ispirava al «partito della destabilizzazione» - della variabile degli attentati. Bombe che erano passate, nel giro di pochi mesi, da quelle «simboliche» di Padova e Milano a quelle ben più devastanti sui treni, dell'agosto del 1969. E che nel dicembre toccarono il loro tragico approdo con l'ordigno alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.

Chiave di volta - troppo ignorata forse in molte ricostruzioni successive - fu il duro dibattito che all'interno del consiglio nazionale della Dc, si tenne nelle settimane precedenti quel 12 dicembre e che aveva contrapposto la maggioranza che faceva capo a Rumor al variegato schieramento che aveva il suo punto di riferimento in Moro. Qualcuno, in Italia e fuori, aveva ritenuto di poter contare sul fatto che Rumor, come presidente del consiglio, davanti al progressivo dilagare della violenza, non avrebbe potuto sottrarsi all'intimazione di sospendere la Costituzione e, dunque, di avviare il Paese verso una sorta di «golpe bianco».

Le ore decisive dovevano essere quelle successive alla strage quando, all'aprirsi della nuova settimana, mentre attraverso un orchestrato cancan mediatico doveva essere individuato nell'anarchico Valpreda il presunto responsabile della strage, altri eventi erano in programma. In particolare, in prossimità dei funerali delle vittime, tenuti nel Duomo di Milano, si sarebbe dovuta scatenare la piazza di destra, affiancata da organizzazioni paramilitari, contro le formazioni giovanili e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Non fu così, perché la Milano democratica e antifascista rispose con corale, impressionante compostezza. Secondo Bellini Rumor si sottrasse, non senza difficoltà, alle pressioni di Saragat di promulgare, sin da sabato 13 dicembre, le leggi speciali. Il presidente del consiglio prima addusse la volontà di essere presente ai funerali milanesi, e quindi, vista l'inequivocabile risposta della metropoli lombarda, tornò a Roma sempre meno convinto - ammesso e non concesso lo fosse mai stato - dell'ipotesi di varare lo stato d'emergenza.

Per giorni, tra i palazzi romani, si svolse un durissimo braccio di ferro e, alla fine, sostiene Bellini, si arrivò al compromesso del 23 dicembre, stretto tra Saragat e Moro: il primo avrebbe rinunciato alla svolta autoritaria, compresa l'ipotesi di scioglimento delle Camere e di ritorno al centrismo. Ma, in cambio, le componenti democristiane legate a Moro e a Andreotti, si adattarono a tacitare le voci e le prove sempre più nette (avanzate dall'Arma, dal nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di Roma e da un memoriale dello stesso Sid) sulla matrice fascista della strage, accettando invece di mollare le briglie all'Ufficio Affari Riservati dell Ministero dell'Interno affinché, in sintonia con i copioni messi in scena tra Milano e Roma, continuasse la rappresentazione della colpevolezza degli anarchici, tra i quali, oltre al gruppo arrestato attorno a Valpreda, si era anche registrata la morte traumatica del ferroviere Pinelli, trattenuto illegalmente presso la questura di Milano. Un patto al silenzio di cui in qualche misura fu reso edotto, secondo Bellini, anche il vertice del Pci. Tutto questo scenario deve essere risultato scomodo a molti. Rendeva difficile, anche per l'opposizione, tracciare una linea netta delle responsabilità maturate all'interno del Palazzo che, in realtà, risultava ben più frammentato e contrapposto di quanto si pensasse.

Bellini aveva già raccontato tutto questo sul finire del 1978, proprio all'indomani dall'assassinio di Moro, in un'edizione di questo libro apparsa presso uno sconosciuto marchio editoriale milanese, Flan, che celava l'identità dell'autore sotto il nom de plume di Walter Rubini. Per la verità le edizioni Flan avevano, in precedenza, pubblicato assai pochi libri. Erano nate, nel 1970, per portare alla luce un volume piuttosto scomodo e ormai del tutto introvabile, anche se era servito da canovaccio a un film di successo, Il caso Mattei di Francesco Rosi: quel primo libro, scritto sempre da Fulvio Bellini, assieme ad Alessandro Previdi, era intitolato appunto L'assassinio di Enrico Mattei. Un'eliminazione, quella del presidente dell'Eni, addebitata esplicitamente dagli autori a una pianificazione che avrebbe saldato spezzoni della «razza padrona» italiana a diramazioni degli apparati spionistico-mafiosi d'oltre Atlantico. Anche questo libro, come quello del 1978, praticamente sparì subito dalle librerie, se mai ci arrivò. E nessuno ne parlò. Due libri, dunque, apparentemente minori e tuttavia in qualche modo significativi, non solo per le tesi che avanzano ma per le modalità editoriali con cui vennero alla luce.

In quest'ultima edizione de Il segreto della Repubblica il prefatore Paolo Cucchiarelli e uno dei figli di Bellini, Gianfranco - fratello di quell'Andrea Bellini di cui Marco Philophat ha narrato le gesta ne La banda Bellini (Shake edizioni) - si affiancano all'autore e lo aiutano a meglio inquadrare il tutto. Emerge così come questo libro, nella sua uscita del 1978, dovesse essere pubblicato non presso un marchio editoriale sconosciuto ma dalla Feltrinelli, che aveva già pagato un anticipo. E questo per espliciti accordi presi con Gian Piero Brega, direttore della casa editrice di via Andegari dopo la scomparsa di Gian Giacomo. Poi, con i fatti di via Fani e l'uccisione di Moro, si ritenne invece che ci fossero ragioni per dare al testo, e alle tesi assai scomode di Bellini, un altro destino. E a Flan, sconosciuto marchio editoriale, si affidò il «segreto della Repubblica».

Fonte: "Il Manifesto", 16 giugno 2005 - www.ilmanifesto.it
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MessaggioInviato: Gio 03/Gen/2008 14:33    Oggetto: Rispondi citando

Vorrei trovare le parole più adatte per definire la scena ante delitto Pinelli, il 25 aprile 1969 due bombe esplosero a Milano, nel padiglione FIAT della fiera.
Rappresaglia e arresto di anarchici, scarcerati il 7 dicembre 1969, il 15 dicembre, tre giorni dopo la strage di stato, Guido Lorenzon riferisce che Giovanni Ventura è implicato nella strage, poco dopo la mezzanotte, vittima di un "malore attivo" (come scriverà il giudice D'Ambrosio nella sua archiviazione), muore Giuseppe Pinelli.
L'archiviazione di D'Ambrosio segue quella frettolosamente fatta da Caizzi, e la querela di Calabresi al direttore di Lotta Continua per la campagna di stampa "contro di lui", ma all'inizio dell'inchiesta, prima dell'archiviazione c'è l'incriminazione perOMICIDIO VOLONTARIO contro Calabresi, Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Piero Mucilli ed il tenente dei Carabinieri Savino Lograno
Il SID nel 1973 fa espatriare Giannettini, Pozzan, e Bertoli lancia la su bomba contro la questura di Milano, sino ad arrivare ai nostri giorni, con lo stragista Romagnoli & C., e D'Ambrosio ancora chiamato in causa, si arriva alla condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, stigmatizzando la figura del martire Calabresi e condannando all'oblio dello stato Pinelli.
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