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L'isola del giorno prima - parte 2 Un luogo dove il pensiero corre libero e ribelle
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anamaya Nobile


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Inviato: Mer 13/Giu/2007 11:33 Oggetto: |
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Anche nella Bibbia testimonianze della catastrofe di Thira?
Le piaghe d'Egitto e la distruzione di Atlantide
La teoria del ricercatore inglese Graham Phillips
Qualche anno prima che Ekhnaton salisse al trono, suo padre Amenhotep III compiva un atto davvero strano per un fervente devoto del dio Ammone: faceva erigere centinaia di statue della dea Sekhmet per tutto l’Egitto, a mo’ di ex voto. Ciò voleva dire che la Terra del Nilo era stata appena colpita da una qualche distruzione.
"Poiché Sekhmet era la dea della devastazione, l’ipotesi più probabile è che fosse accaduto qualcosa di catastrofico e che Amenhotep stesse cercando di placare la feroce divinità. - ha commentato Phillips - Esistono prove convincenti che una gigantesca eruzione vulcanica abbia colpito il Mediterraneo all’epoca di Amenothep, presumibilmente l’esplosione di Thera Santorini, che alcuni vogliono essere l’isola di Atlantide. Recenti test con il radiocarbonio hanno dimostrato che Thera esplose nel 1360 a.C. (e non cent’anni prima), e dunque all’epoca di Amenhotep. Gli effetti del cataclisma sull’Egitto spiegherebbero l’erezione improvvisa di così tante statue dedicate a Sekhmet; l’oscuramento dei cieli, forse durato giorni e giorni, e le piogge di ceneri vulcaniche terrorizzarono gli egizi, che lessero in tutto ciò una punizione divina. Questo era già accaduto una volta, quando, secondo le credenze egizie, la dea aveva cercato di annientare la razza umana."
In quest’ottica le leggendarie piaghe d’Egitto, che Mosè scatenò contro il faraone, assumono un nuovo spessore. É giusto dire che la Bibbia non fornisce la data esatta degli eventi che videro protagonista Mosè. Secondo Phillips, tutto ciò avvenne all’epoca della distruzione di Thera.
"Gli effetti dell’eruzione mostrano una somiglianza impressionante con le piaghe d’Egitto. Si parla di tenebre, acque del Nilo trasformate in sangue, ulcere e grandine. Ebbene, l’esplosione di Thera produsse una nuvola di ceneri che oscurò la luce del sole. Le piogge di lapilli incandescenti e di pezzi di pomice infuocata spiegano la 'grandine' biblica, che prendeva fuoco a contatto con le case; quanto alle ulcere, esse sono tipiche dell’esposizione alle ceneri acide. L’eruzione di Thera liberò poi tonnellate di ossido di ferro che si riversarono nelle acque e giunsero sino in Egitto. Ciò spiega la moria dei pesci e il Nilo tramutato in sangue. Il sangue altro non era che l’ossidazione del ferro a contatto con l’aria, processo che produce macchie di ruggine rossa."
Prosegue Phillips:
"Anche la separazione delle acque del Mar Rosso potrebbe essere stata causata da Thera. Innanzitutto il termine 'Mar Rosso' è una traduzione erronea della parola ebraica 'Yam Suph', che significa 'mar delle canne', cioè laguna. Il 'mare' attraversato dagli ebrei in fuga poteva essere il lago Manzala, un’insenatura sul delta del Nilo, in epoca biblica separata dal Mediterraneo da una fetta di terreno asciutto. Se gli israeliti avessero cercato di passare in quel punto, l’ondata di maremoto causata da Thera sarebbe tornata a loro vantaggio. Il mare si sarebbe trasformato in terreno asciutto, come narra la Bibbia, e gli israeliti l’avrebbero attraversato per tempo, prima del richiudersi delle acque che annientarono l’armata egizia. A seguito di questi eventi catastrofici e mirabolanti, possiamo capire perché Ekhnaton si affrettò, contrariamente al padre, a riconoscere il dio ebraico e ad adottarne il culto. Guarda caso, il capo dei ministri di Ekhnaton, Aper-El, non era un egiziano ma un ebreo, caratteristica di per sé insolita, visto che nessun altro faraone della XVIII° Dinastia nominò mai uno straniero ad una carica così alta. Aper-El in ebraico significa 'servitore di Dio'. El era uno dei nomi del Dio degli ebrei. Quanto a Mosè, secondo la Bibbia egli, figlio di israeliti, venne allevato come un principe egizio dalla figlia del faraone; anche se non è stata ritrovata nessuna testimonianza storica di un principe egizio di nome Mosè. Tra l’altro, il nome Mosè è senza dubbio sbagliato. In ebraico esso è scritto 'Moshe'; gli egizi lo avrebbero pronunciato Mose, che significa 'figlio'; in greco venne tradotto Mosis. All’epoca di Amenhotep c’erano due principi: uno era Ekhnaton, colui che veniva indicato come 'il vero figlio del re', l’altro era Thutmosis. Di quest’ultimo si sa che venne improvvisamente scacciato dall’Egitto; la sua tomba, edificata nella Valle dei Re, è vuota, come se egli fosse morto altrove. Se Mosè fu davvero allevato come un principe durante il regno di Amenhotep, allora Thutmosis è l’unica figura storica che gli corrisponde. É affascinante ipotizzare che, se avesse abbandonato la sua religione e deciso di eliminare dal suo nome l’elemento divino Thut (Thot, il dio ibis), Thutmosis si sarebbe chiamato Mosis."
A questo punto la ricostruzione storica di Phillips diventa chiarissima. Amenhotep è il sovrano delle piaghe d’Egitto, scatenate non da Dio ma dall’esplosione di Thera ed interpretate dagli ebrei in cattività come manifestazioni divine. Esse, oltre a portare alla liberazione degli israeliti guidati dal figlio non riconosciuto del faraone, Mosis-Thutmosis, inducono Ekhnaton ad imporre il culto del "dio unico", che altro non è che Jahvé.
Lo scisma non va giù però alla potente casta sacerdotale, che elimina Ekhnaton e perseguita i suoi seguaci. Amarna viene distrutta.
Resta il mistero della tomba 55 e delle sepolture "blasfeme".
Ci arriva in aiuto Phillips: "Gli ultimi anni del regno di Ekhnaton mostrano tutti i segni di un disastro naturale: la popolazione diminuisce a vista d’occhio, come si vede nelle incisioni rimaste. Forse un’epidemia decimò la popolazione. É detto in un documento trovato ad Amarna, ove si parla del dio della pestilenza che sta devastando la zona. Anche alcuni resoconti, provenienti dalle città egizie di Biblo e Sumura, parlano di numerose vittime in seguito ad una pestilenza. Perfino gli ittiti, che sembra si fossero tenuti a distanza dall’Egitto, ne furono contagiati, come provano alcuni reperti trovati ad Hattusas, l’antica capitale ittita in Turchia. Non sappiamo di quale malattia di trattò, forse di un insieme di virus attivati dall’eruzione di Thera. Con le campagne disseminate di carogne di animali, eserciti di roditori e invasioni di insetti portatori di virus c’erano tutti i presupposti per la diffusione di una o più malattie. In seguito a questa serie di disgrazie, Smenkhara può averne data la colpa ad Ekhnaton, reo di avere abbandonato i vecchi dei; lo avrebbe fatto seppellire in modo blasfemo per spezzare la maledizione. Poiché le disgrazie continuarono però anche nel regno di Tutankhamen, Smenkhara venne a propria volta seppellito come Ekhnaton; il corpo di quest’ultimo fu trasferito altrove e inumato con onori regali. Circa lo sfortunato Smenkhara, poiché il re era un dio, il destino dell’Egitto e le sue calamità erano legate al faraone. Con una sepoltura del genere, probabilmente, si pensava che la dea della distruzione sarebbe rimasta imprigionata insieme al faraone." _________________ Per trasformarsi in libere sorgenti
bisogna prima diventare righelli, squadre e compassi |
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anamaya Nobile


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Inviato: Mar 19/Giu/2007 9:42 Oggetto: |
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Questo è il dialogo platonico riguardante la descrizione della civiltà di Atlantide. All'inizio vi è un breve riassunto commentato dal Turolla.
CRIZIA
...da Platone completamente accettata e da lui portata nel famoso mito del Politico a possente sistemazione, esiste nell'origine dei tempi una vera e propria teocrazia, nel senso che l'uomo in quei secoli prischi ebbe per governanti gli Dei. Dei pastori essi erano del gregge umano, nel rapporto nel quale l'uomo stesso può essere pastore di creature inferiori (pecore, capre e simili). A tale scopo gli Dei si divisero la terra tutta quanta ed ebbero principio queste dinastie divine di cui parlano effettivamente le storie degli egiziani e di altri popoli. Il re - pastore della terra atlantica è Poseidone e da lui provengono speciali provvidenze e provengono anche gli uomini che dettero origine alla dinastia atlantica. I nomi sono greci; Platone tuttavia ha cura di avvertirci che i nomi dei personaggi, già nella fonte egiziana, erano stati tradotti in egiziano e che Solone stesso coll'intenzione di fare con questo argomento un poema li aveva già tradotti in greco. Ora, il secondo gemello della prima coppia ha il nome greco Eumelo, ma accanto ad esso è riportato il nome indigeno Gadiro. E questo nome non pare certo inventato, se realmente esistevano due località di questo nome nella regione che doveva antistare alle isole atlantiche e precisamente alla parte dì esse che dal re di questo nome aveva ricevuto il nome. Insomma il nome di Gadiro non è venuto per caso nel testo platonico; e dietro il mito potrebbe esserci ancora una volta la storia. Certo, la trasformazione mitica che indubbiamente c'è, non è dovuta a Platone; anche qui egli è portatore d'una voce che viene di più lontano. Egli ha ricevuto, ha sistemato; non ha inventato; anzi ha conservato fedelmente, come l'accenno al continente al di là del mare (Timeo, 25ai) senza possibilità di dubbio, dimostra (i). Sarà del resto casuale soltanto la coincidenza tra le zone concentriche scavate da Poseidone nel cuore dell'isola, la coincidenza con la struttura di città messicane preistoriche? Certo la zona atlantica è costituita da un intreccio dì acqua e terra in anelli concentrici. E con simile criterio erano costruite le città americane. Certo ancora Platone, quando diceva questo particolare, non aveva veduto: solo egli aveva udito, ed egli ripeteva fedelmente. Duemila anni dopo, con Cristoforo Colombo, gli uomini poterono vedere in atto questo strano partito costruttivo di cui, crediamo, nessun esempio reale esiste nel vecchio mondo. Certo, dice uno studioso del problema, l'isola con una montagna circondata da anelli concentrici di mura e di canali, simile all'Acropoli nella capitale degli Atlanti, viene raffigurata anche nei disegni aztechi dell'Aztlan, la patria appunto degli Aztechi. Dove è notevole la consonanza Aztlan con Atlante.
Evidentemente le isole erano separate da un largo tratto di mare da un grande continente che stava al di là di esse. Ripeteremo anzi che, se veramente Platone avesse inventato la notizia, l'accenno al continente che stava dirimpetto non gli si sarebbe potuto presentare; questo continente, ch'è certo l'America, è fuori dei ciclo delle idee che Platone, ammettiamo, avrebbe dovuto inventare. Quando egli aveva parlato di isole, il suo compito era finito e nulla avrebbe potuto spingerlo ad aggiungere il particolare in sé inutile del continente opposto. È proprio qui, in quest'aggiunta, inutile al racconto, la prova più decisiva; Platone riferisce qui, non inventa, per la semplice ragione che né lui né Solone, né Sonchis potevano sapere che quel continente, di cui qui e qualche riga più sotto fa esplicito accenno, davvero esisteva, * e da queste isole (il passaggio s'apriva) ad un grande continente che sta di fronte e ricinge quello che veramente è mare aperto... Oh! ma quello sterminato mare, mare è veramente e la terra che lo ricinge, con tutta verità si potrà dir continente *. (Tim,, 25 a).
Giochi del caso? Certo finché si tratta di una combinazione. Ma cosa dovremmo dire quando le combinazioni si allineano in serie numerosa?
Prodotti naturali dell'Atlantide (II4d3-1I5c3). - Quando abbiamo paragonato l'esposizione dell'Atlantide ad un tipo di opere come la Germania di Tacito, la nostra osservazione poteva forse sembrare esagerata. L'ulteriore lettura del testo ci porta invece sempre più a constatarne l'esattezza. Comincia qui in realtà un trattazione circostanziata e nello stesso tempo del tutto sobria e del tutto concreta, rivolta a porre in luce le caratteristiche singole del paese.
Dopo un accenno generale alla ricchezza di quell'impero, Platone possa ad annoverare i prodotti dei suolo. In primo luogo i minerali. La notizia più importante è quella che esisteva nell'Atlante un metallo di cui oggi non si conosce più il nome. l'oricalco; metallo certamente esistente e poi scomparso. D'altra parte all'oricalco accennano altri autori, per i quali tuttavia (Scudo d'Eracle attribuito ad Esiodo, Aristotele e altri) vale senza dubbio la ragione ch'essi parlano d'un metallo diverso da quello dell'Atlante; questo è un metallo semplice, come è detto più avanti, uaQf&aevyàg IXoy nvedAet; (i r6c2). Quello degli altri autori è un metallo composto; resta insomma che noi ignoriamo, e certo Platone stesso ignorava, cosa fosse l'oggetto ch'egli chiama con questo nome. Così, quando Platone riferiva la notizia d'un continente esteso oltre le isole dell'occidente, non poteva in nessun modo sapere per esperienza quanto vera ed esatta fosse quella notizia. Sono passati i secoli, e di essa noi possiamo misurare la corrispondenza col vero; per l'oricalco per ora e forse per sempre ignoreremo e resteremo nel dubbio.
Seguono i prodotti della fauna e della flora. La fauna non registra nulla di particolare, tranne il particolare, che dice poco in ogni caso, dell'elefante, il più vorace degli animali jroAvßopáraTog. La flora appare ricchissima. Strano è il modo enigmatico con cui Platone ci parla di alcuni frutti. Il Rivaud lascia incerto se si tratti dell'oliva, della mela granata e del limone, o non piuttosto sì tratti di frutti esotici come, per esempio, la noce di cocco, le carrube e i datteri. Si può forse osservare che il modo con cui Platone nomina i tre frutti rende più probabile l'identificazione con la seconda serie di oggetti, Per i primi, noti nel mondo greco, bastava solo il nome e non c'era bisogno d'una designazione ulteriore. Gli altri tre invece poco noti e il cui nome certo nulla diceva alle menti, dovevano esser designati per mezzo delle loro proprietà. Resta, crediamo, esclusa invece la probabilità che la designazione di tali prodotti nella fonte egiziana fosse fatta in questo modo. L'esame attento anche di questa parte ci ha portato ad individuare larghe zone di probabilità per la narrazione platonica; essa in ogni caso è concreta e succinta. Si pensi come sarebbe stato facile lasciarsi andare a particolari strani e mirabolanti. Lo stesso rapporto che c'è tra i Vangeli e gli evangeli apocrifi. D'altra parte la natura dello spirito platonico, anche per i tempi stessi in cui visse, è profondamente diversa da quella d'un Luciano che inventa per il gusto d'inventare.
Topografia ed edifici nella capitale degli Atlanti (1 15c4-1 i 6c3).
Continua la descrizione delle singole opere costruite dai sovrani succedutisi nel regno e l'uno e l'altro rivaleggianti per abbellire la regione e la loro stessa dimora. Anche qui l'esattezza dei particolari non permette se non due risoluzioni: o un atteggiamento romanzesco in Platone, che, ripetiamo, è estraneo alla natura dell'uomo e dei suoi stessi tempi; oppure la rispondenza ad una verità pervenuta a Platone in un modo qualsiasi che difficilmente è altro da quello ch'egli stesso viene esponendo.
La prima risoluzione porta poi seco, come conseguenza, la svalutazione della scrittura in se stessa del Crizia.
Che significato avrebbero tutti questi particolari così minuti? Queste misure precise? Certo, ammessa l'origine fantastica del racconto, si dirà che Platone voleva dar concretezza al suo dire; ciò è vero; vero anche che la minuta elencazione diventa qui e in ogni dove eccessiva. Certo questo dell'Atlantide, come dicevamo in principio, è un mistero. La prova palmare sarà sempre difficilmente ottenuta. E il mistero si presenta alle nostre menti per fede e per tale via le nutre secondo particolari suoi atteggiamenti e con risoluzioni sconosciute alla cognizione scientifica e aperta. Se neghiamo fede alla narrazione di Platone, andiamo incontro ad inconvenienti, dobbiamo negare una quantità di ragioni; se d'altra parte affermiamo, nemmeno possiamo raggiungere la certezza positiva. Pare quasi che una nebbia offuschi gli sguardi nostri; una nebbia ch'è opaca, e nello stesso tempo, per misteriosa ragione, pur lucida è questa nebbia. La essenza del mistero appunto opaco ad una visione razionale, traslucido ad una visione ulteriore. Mistero, in ogni caso, questo dell'Atlantide, pur sempre radicato nel visibile essere; piccolo mistero, vorremmo dire. Iniziazione tuttavia e insegnamento ad ulteriori grandi misteri, di fronte ai quali parimenti l'uomo iliaco è cieco.
Resta ora da fornire qualche indicazione sui singoli particolari.
li testo si rifà a quella struttura concentrica di canali separati da zone secche che cingono il nucleo dell'isola madre, struttura che Platone fa risalire a Poseidone e che, per la sua stranezza e per la sua particolarissima ragione, ben difficilmente può esser parto di fantasia.
Indicheremo ora le dimensioni delle opere accennate in questo capitolo.
Il canale rettilineo che mette in comunicazione il mare col canale circolare esterno (i canali circolari sono stati scavati da Poseidone) è lungo 8880 metri (cinquanta stadi); largo 88 metri; profondo 29 metri; questo canale viene quasi a costituire un porto alle navi che provengono dal mare. Da notare a questo proposito la dimensione esagerata della larghezza. Quasi cento metri è una larghezza inusitata per un canale. Ci si può chiedere ora: non se n'è accorto Platone? t, possibile che se la misura fosse di pura fantasia, Platone attribuisse, senza dar nessuna ragione, una simile dimensione di cui era patente la scarsa veridicità? Se Platone avesse inventato, possiamo esser più che sicuri, si sarebbe ben guardato dall'attribuire questa dimensione ai suoi canali. Al contrario la cosa è ben diversa se egli non fa che ripetere fedelmente alcune cifre che rispondono ad una certa realtà particolarissima. Gli è che questi canali non hanno scopo commerciale di navigabilità. Le cifre e le dimensioni, come, per esempio, le dimensioni delle Piramidi, hanno tutte una significazione particolare che a noi sfugge ma che indubbiamente esiste (i). Ciò è tanto vero che (i i5e3) il canale a scopo, diremo, pratico è assai più stretto. Viene così, Come nota espressamente il testo, che la pianura è difesa dai venti d Nord, aperta ai venti caldi. Ciò conferisce dolcezza di clima. La forma di questa pianura è oblunga; presenta un lato di tremila stadi e un lato di circa duemila.
(in misure moderne chilometri 533 per chilometri 359).
Sistema di canalizzazione.
Tutta la pianura è circondata da un grande canale; ne sono date anzi con la solita esattezza le precise dimensioni; profondità, un peltro (metri a9,6o); larghezza, uno stadio (metri 177,6o); questo canale s'interrompe nei pressi della capitale e ai getta poi in mare ai due lati opposti della città stessa il cui sistema concentrico di anelli di terra e di acqua rimane dunque staccato. La sua lunghezza totale era di 1770 chilometri, cioè dieci mila stadi. Oltre a questo grande canale vi sono trenta canali rettilinei, invece, e l'uno all'altro paralleli. Lo scopo di questi canali è di assicurare l'irrigazione alla pianura; distano l'uno dall'altro secondo un intervallo di cento stadi, cioè di circa venti chilometri 0776o metri ciascuno); vi sono poi canali obliqui e convergenti verso la capitale. Servono a convogliare agli abitanti della città i prodotti della pianura e della montagna.
In quanto alla pianura (se ne ricava facilmente la superficie: chilometri quadrati 191.38r; per confrontare daremo: Islanda ioz.85o; Inghilterra 243.411) essa è state divisa in 6o.ooo distretti di circa tre chilometri quadrati ciascuno; questi distretti sono soprattutto organizzazioni militari per rendere possibili le leve in caso di guerra. Platone dà il numero esatto anche delle formazioni militari: 1o.ooo carri da combattimento; 24o.ooo cavalli, 1.2oo.ooo combattenti; 24o.ooo marinai capaci d'organizzare una flotta di r.2oo navi.
Inoltre l'insieme dei distretti forma a sua volta dieci province di cui è capo uno dei dieci re. Perché le cifre fornite valgono solo pei distretti della pianura, alle dimensioni di essa si debbono aggiungere le zone montane, ricchissime e popolose di cui Platone non dà il numero: esse tuttavia venivano arruolate nei distretti della pianura.
Autorità regia; sacrificio del sangue (xxgcx -i2odS)
Precede un accenno che dimostra il sistema con cui è governato questo impero federale. Ciascun re nel proprio territorio è signore; vi sono tuttavia disposizioni che regolano i vicendevoli rapporti dei dieci sovrani; queste disposizioni stanno incise, per immobile ricordo, su colonna di oricalco, posta nel cuore della città a centri concentrici.
E sino a qui non si esce da notizie, diciamo così, normali. Quanto segue invece è un racconto pieno di luce misteriosa; un raggio di luce che rivela riti e pratiche religiose, non solo remotissimi, ma anche pratiche e riti pieni di significazioni. Si tratta dei momento più solenne per i dieci re: il giuramento di regnare secondo giustizia; così pure il giudizio ch'essi pronunciano contro chi di essi avesse commesso opera non conforme allo spirito della tradizione.
Qui cominciano ad affiorare motivi (i2oa-b2) propri di Platone.
Decadenza dell'Atlantide e suo cause (i 2od6 -fine)
Coi capitolo precedente l'esposizione delle caratteristiche e delle condizioni geografiche dell'Atlantide è finita. Ora dovrebbe cominciare la narrazione di storici eventi; cioè l'esposizione di quella guerra nella quale tanto rifulse il valore di Atene preistorica. Ebbene, a questo punto, il dialogo rimane invece improvvisamente interrotto. Platone ci dà soltanto una pagina che dovrebbe preparare gli eventi, e, nel momento d'accingersi a trattarne, l'accenno ad un partito di carattere omerico: il concilio degli Dei. E ne sono date soltanto alcune parole. Si può restare dubbiosi sull'efficacia dei partito epico, anche fra le mani d'un grande pur capace, anche nelle poche righe composte, d'infondere una sublimità che a questo proposito il canto omerico non possedeva; sublimità e austerità. In ogni caso Platone stesso, crediamo, ha sentito la poca efficacia del mezzo; egli stesso ha lasciato stare. L'accenno è tuttavia prezioso per noi,
Qui indubbiamente siamo nel campo della fantasia e dell'invenzione personale. La sola scena che Platone ha abbozzato, ha caratteri di genericità, di indeterminazione, di poeticità; l'opposto insomma vero e proprio dei caratteri specifici, determinati, pratici, della parte geografico - monografica, in cui, se riconosciamo volentieri, come poco fa si disse, un apporto di sintesi e di unificazione che risale in pieno al Maestro, riconosciamo tuttavia che alla sua grandezza non mancava l'appoggio della realtà. Ciò spiega la potente incisione di quelle pagine che non sono poetiche, non hanno poeticità, non hanno verità fantastica, bensi verità proveniente da una visione reale. Da ciò i loro caratteri di concretezza e d'incisione.
In quanto alle ragioni annoverate da Platone per spiegare, sia la grandezza degli atlantidi, sia la loro decadenza; esse sono (e si capisce bene) totalmente, stupendamente platoniche. E tali non possono non essere, dato che hanno quale ineta il giudizio su certi eventi, e questo non può non essere personale - Qui naturalmente puntano in piena forza le linee speculative di grandi opere precedenti; la mente ne coglie l'ce - o profonda e le conseguenze complete. Il che è naturale; ma ancora una volta dimostra il carattere obiettivo e reale della precedente parte, ove invano si cercherebbero venature di filosofia platonica.
DIALOGO
Timeo - Quale senso di soddisfazione, o Socrate! Quasi avessi p. 106 fornito lungo tratto di cammino, ecco il mio luogo di riposo. Con quanta gioia ora mi sento libero dai lunghi tramiti del ragionamento! E innalzo preghiera a quel Dio che un giorno antico veramente nacque alla vita, e che poco fa anche nacque, pur rievocato soltanto 5 da parola. Possa egli concedere che questi nostri discorsi, quanti almeno hanno in sé giusta misura, abbiano modo di perpetuarsi h nel tempo; se invece, pur contrariamente al nostro volere, avessimo proferito verbo dissonante, opportuna riparazione a noi quel Dio possa imporre! Ed è riparazione giusta che chi ha emesso discordante voce sia ricondotto ad accordo armonioso. Quindi lui stesso 5 (e per questo innalziamo viva preghiera) concederà a noi cono. Scienza, farmaco perfetto, di tutti i farmachi il più sublime. Così potremo esporre con retta parola quanto rimane sull'origine di Dei. E ora, dopo la preghiera, secondo i patti, affidiamo a Crizia successiva argomentazione.
Crizia - Accetto l'incarico, amico Timeo. Ma come tu pure hai fatto in principio, quando chiedesti venia, conscio di dover e trattare un argomento così sublime: ebbene, lo stesso farò io pure. Anzi vorrei che più grandi ancora fossero in voi i sensi di compatimento, pensando al tema che dovrò svolgere. Purtroppo, sono 107 conscio che questa mia richiesta vi sembrerà un po' presuntuosa e un po' brusco il modo con cui la chiedo. In ogni caso, la farò pur sempre.
Pensate un po'. Chi avrà il coraggio di dire che la tua trattazione 5 non sia stata condotta nel modo più perfetto? Su questo punto non occorre dimostrazione. Difficile, invece dimostrare che i prossimi argomenti, perché più difficili, hanno bisogno di più forte venia. Vedi, Timeo, quando, rivolgendosi ad uomini, si espone qualche verità sugli Dei, è più facile trovare un consenso che non quando si parla di mortali ad altri che pure sono mortali. Viene l'esperienza e l'oscurità in cui si trovano gli ascoltatori in rapporto a quei problemi concedono, a chi deve parlare in proposito, facile l'argomento; oh! sappiamo benissimo a che cosa si riducono le nostre cognizioni sulla Divinità. Seguitemi anzi un po' da questa parte, voglio manifestarvi più chiaro il mio pensiero.
È inevitabile che qualunque cosa si dica, sia imitazione e immagine. Osserviamo un po' tuttavia come vadano le cose, se si tratta di immagini fatte da pittori. Pensiamo un po' alle lodi o alle critiche degli spettatori per il grado maggiore o minore d'abilità in rappresentare l'effigie d'un corpo umano o divino. Vedremo una cosa. Quando si dipinge la terra, montagne fiumi boschi, oppure il cielo tutto quanto, gli astri nel suo grembo e che in lui procedono: in tal caso, ci sentiamo soddisfatti, se l'artista sarà stato capace di renderne un po', anche per breve tratto, la somiglianza. Inoltre siccome non ne sappiamo nulla di preciso, non ci mettiamo nemmeno ad esaminare attentamente e a discutere sulla rappresentazione. Ci basta quella specie di scenario impreciso e illusorio. Al contrario, con acutezza particolare percepiamo i difetti, se c'è un artista che ponga mano ad effigiare le sembianze dei nostri organismi, perché veniamo considerando quegli oggetti con diuturna osservazione. E prendiamo le parti di giudici severi contro chi non è riuscito a tradurre completamente ogni nota di similitudine. Ebbene, lo stesso fatto si viene verificando anche a proposito di parola. Quando si tratta di cose celesti, d'argomenti relativi alla Divinità, siamo contenti se nelle nostre parole il rapporto di similitudine è scarso. Invece per le umane e mortali vicende più esigente è la nostra critica.
In conseguenza, nel caso in cui non mi riuscisse d'attribuire completo il dovuto carattere a quanto dirò, voi certo mi compatirete. E poi, sono cose dette così, senza alcuna preparazione. Oh! dovete pensare che noti è facile effigiare le mortali vicende dell'umana storia; difficile, bensì, in quanto oggetto d'opinione.
Ho detto tutto questo, perché era pur necessario che ne fosse vivo il ricordo nelle vostre menti. Inoltre, Socrate, per richiedere da voi in rapporto a quanto dovrò dire sentimenti d'indulgenza, non minori; bensì, maggiori. E se giusto a voi pare tale dono, oh! di buon animo, via, concedetelo.
Socrate - E perché non dovremo darti questo dono, o Crizia? Anzi, guarda, questa medesima concessione anche ad uso di Ermocrate che è il terzo interlocutore. Eh! Si capisce, perché fra poco, quando verrà la sua volta, farà la stessa richiesta che avete fatto voi. Allo scopo, dunque che egli abbia modo di trovare facilmente un altro proemio, e perché non si trovi nella necessità di ripetere sempre le stesse cose, stia pur tranquillo e quando sarà il suo turno anche cominci a parlare, sicuro di trovare da parte nostra ogni senso d'indulgenza, Del resto voglio fare una dichiarazione iniziale, mio caro Crizia, per farti vedere quali siano le intenzioni dei tuoi ascoltatori. Vedete, il primo poeta ha avuto un enorme successo di fronte al suo pubblico. In conseguenza ti sarà necessario cercare in sommo grado il favore del tuo uditorio, se pur vorrai essere in grado di ottenere il medesimo premio.
Ermocrate - Eh! Socrate, vale anche per me l'ammonimento che hai dato a Crizia. Ma è pur vero che, sino ad oggi, nessun uomo che si perde d'animo ha mai innalzato trofeo di vittoria. Cosa ne dici, Crizia? Bisogna dunque procedere col cuore dei forti, avanti, contro l'argomento; e invocare Apollo Peana e le Muse, e dimostrare le gesta di quei vetusti cittadini, uomini valorosi; e cingerne d'un inno le fronti.
Crizia - Ermocrate, amico mio, il turno tuo è fissato per domani; avanti a te sta un altro; ecco perché hai tanta fiducia. Ma cosa voglia dire quest'impegno, il fatto stesso te lo farà vedere, Conviene in ogni modo dare ascolto alle tue parole d'esortazione e i di incoraggiamento. E oltre agli Dei che tu dicesti, bisogna invocarne altri ancora, e particolarmente Mnemosine, la memoria. Vedete bene che a questa Dea è affidato il compito più cospicuo, dato l'argomento ch'io debbo trattare. Dovrà infatti richiamare vive al mio ricordo, e trasmetterle a voi, parole che dissero, un lontano giorno, i sacerdoti; parole che in un secondo momento furono portate qui da Solone. Ebbene, sono certo che, se arriveremo a far questo, il pubblico giudicherà che ho dato giusto adempimento a quanto si -richiedeva da me. Ecco dunque ciò che ormai si deve far senz'altro; e basta con gli indugi.
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Prima di tutto, intanto, dobbiamo tenere presente una cosa assai e importante. Novemila anni or sono, scoppiò una guerra tra i popoli dimoranti al di là delle colonne d'Ercole, e tutti quei popoli che stanno al di qua dei medesimo stretto. Si tratta ora d'esporre completamente gli eventi di tale guerra. Su questi popoli interni, si diceva che Atene prese il comando; che la nostra città ha condotto la guerra tutta quanta, dal principio alla fine; invece i nemici furono guidati dai re dell'isola Atlantide (quell'isola che dicevamo era un tempo più vasta dell'Asia e della Libia). Inabissatasi per ripetuti cataclismi, viene a costituire oggi bassofondo fangoso, difficile al passaggio per i naviganti, quanti di qui fanno vela verso l'alto mare che di là s'estende, Ci si deve arrestare, tanto è forte ostacolo.
La moltitudine dei popoli barbari, le singole stirpi greche che esistevano in quel tempo potranno esser segnalate via via che lo svolgimento dei discorso dovrà nel suo giro incontrare per i singoli luoghi gli argomenti opportuni. Invece è necessario in principio spiegare un po' la preparazione e le condizioni degli Ateniesi di allora e degli avversari coi quali fu condotta la guerra; veder così la potenza delle due parti e le costituzioni civili. È bene intanto occuparsi prima di quelli che qui abitavano e dirne le caratteristiche.
Gli Dei, un giorno remoto, s'erano divisi per sorteggio la terra tutta quanta, regione per regione. E non c'è stata rivalità. Si capisce!, bella cosa sarebbe se gli Dei ignorassero quel che a ciascuno è conveniente; o se, d'altra parte, pur sapendo questo, cercassero d'acquistare per mezzo di contese ciò che piuttosto spetta ad un altro. Il fatto è invece che, valendosi del sorteggio di Giustizia, ciascuno ottenne ciò che gli era caro e ciascuno prese dimora nella sua terra. Una volta poi che ciascuno aveva preso dimora, educava gli uomini e li faceva crescere quali possessi e quali greggi a sé pertinenti. Esattamente come pastori il proprio gregge. Unica differenza, non facevano forza sul fisico valendosi di mezzi materiali. Così fanno invece i pastori quando, pascolando il gregge, si valgono di percosse. Invece gli Dei guidavano l'intera costituzione del mortale dal punto per dove si può con maggior facilità guidare il vivente. Dalla poppa dirigevano e quella mano raggiungeva l'anima. Era persuasione che forniva il governo della nave, secondo disegni dei piloti. Veramente nocchieri e guide, gli Dei di tutta l'umana specie!
E un Dio ebbe in sorte una regione; un altro un'altra; e provvedevano a farle ornate e belle. Efesto invece e Atena avevano comune natura che per di più è anche fraterna, nati come sono dal medesimo padre; d'altra parte. le mete eguali, dato appunto il loro amore di sapienza e il loro amore per le arti: per tutti questi motivi, le due Divinità ebbero in sorte, l'uno e l'altra, unica regione; questa terra appunto, che avrebbero dovuto considerare come propria e naturalmente adatta all'incremento di virtù e di spirituali attività; per la quale prepararono popolazione che sarebbe stata originaria, gente cospicua per bontà. Quindi volsero ogni pensiero a organizzarne le condizioni politiche secondo il proprio giudizio. Di questi popoli prischi si è conservato il nome; le imprese invece, per il fatto che i successori furono annientati, disparvero nell'oblio di secoli lunghi.
Si disse già prima che le stirpi sopravvissute, via via rimanevano in vita oscure sui monti e di lettere ignare. Queste genti avevano udito soltanto il nome dei principi ch'erano stati nella pianura e, accanto al nome, rade e disperse le gesta. Cosi, in quanto ai nomi, amavano attribuirli ai figli; invece le virtù e le costituzioni di quei popoli antichi tali genti non conoscevano; soltanto qualche notizia e su singole persone; e questa, avvolta d'ombra. Inoltre gravi le necessità in cui gli adulti e la prole vennero a trovarsi nella vicenda di lunghe generazioni; ogni sforzo e ogni attività di pensiero protesi a superare le difficoltà dell'esistenza; ogni discorso rivolto a questo scopo. Nessuna curiosità quindi per quanto era avvenuto negli anni lontani e nelle prime età. Sorgono infatti sviluppandosi copiose le leggende e sopravviene interesse d'indagine sugli antichi tempi, quando le condizioni di vita si fanno migliori, quando ormai le necessità prime della vita abbiano trovato opportuna organizzazione; non certo prima.
Per questa ragione i nomi degli antichi uomini si sono salvati, a prescindere da ogni impresa. E tale mia affermazione ha una prova sicura. Solone disse che i sacerdoti esposero le vicende della guerra antica, adoperando, per lo più quei nomi di cui si fa ricordo per le età prima di Téseo; per esempio, il nome di Cécrope, di Erétteo, di Erittónio, di Brisíttone e d'altri; e per i nomi femminili è avvenuto lo stesso. E disse Solone che anche nei simulacri la figura della Dea era rappresentata allora rivestita dell'armi in quanto comuni erano le attività per uomini e donne nella guerra. In conformità a tale costumanza, la Dea in quel tempo nel suo simulacro c'era effigiata con le armi. Segno evidente codesto che appunto tutti gli animali viventi in società, siano maschi che femmine, hanno doti concesse da natura, tali che gli uni e le altre possano esercitare in comune attività conveniente alle singole specie.
In quei remoti secoli dunque, su questa terra le classi dei cittadini vivevano distinte: quelle che attendevano alle varie arti, quelle che attendevano ai lavori della terra, e la classe guerriera sin dal principio separata dalle altre per opera d'uomini divini. A questa ultima classe si concedevano tutti i mezzi adatti perché la comune esistenza potesse svolgersi e trovasse modo d'opportuna elevazione. Del resto, nessuno dei guerrieri aveva un privato possesso; ogni cosa, i guerrieri la ritenevano comune a tutti i compagni; così pure non pretendevano che gli altri cittadini dessero nulla, oltre ai comuni mezzi di sussistenza. Insomma la vita da te ieri esposta, tali uomini effettivamente la praticavano, quella appunto di cui parlavi a proposito dei Custodi supponendone l'esistenza.
Veniamo ora a particolari di cui è viva la tradizione; particolari che meritano piena nostra fiducia, corrispondenti come sono al vero. Intanto i confini. Si dice che la regione in quelle antiche età fosse limitata con l'Istmo e dall'altra parte, verso la terra ferma cioè, giungesse sino alle cime dei Citerone e del Parneto. E questi confini oltrepassavano la montagna e scendevano giù, comprendendo, nella parte destra, Orópia; nella sinistra, invece, in direzione dei mare, restava escluso l'Asopo. In quanto a bontà, superava ogni altra terra; in conseguenza, la regione era in grado allora di mantenere un numeroso esercito, il quale era esente dai lavori campestri. Ed ecco ancora una prova. Quella parte che ai nostri giorni tuttavia rimane, può ben rivaleggiare con qualsiasi altra regione per copiosa produzione di ottimi frutti e per il fatto che offre pascoli eccellenti ad ogni sorta di bestiame, E nei secoli antichissimi, i prodotti, oltre ad essere eccellenti erano anche in copia grande. Ma per qual modo si può fare con sicurezza questa affermazione? E per quale motivo la terra di oggi si può dire un resto di quella d'un giorno?
Nella sua totalità la regione si distende per l'intera sua lunghezza sul mare protendendosi dalla restante massa del continente, quasi ne fosse l'estrema parte. E in realtà, il bacino del mare che le sta intorno è tutto assai profondo nella vicinanza delle coste. In conseguenza, siccome avvennero innumerevoli e violenti cataclismi in questo periodo di novemila anni (tanti, da quel tempo ad oggi, ne sono appunto trascorsi): il terriccio, attraverso queste vicende di secoli e di eventi, calò giù, discendendo dalle località montane, senza formare terreni con sedimenti di qualche importanza, come avviene in altre località, ininterrottamente trascinato in giù, finisce per scomparire nelle profondità marine. Sono rimaste quindi, in confronto a un giorno, le condizioni attuali: come, nelle isole di poca estensione, ossa che sembrano d'organismo ammalato. E la terra grassa e molle, quanta ce ne era, è stata trasportata in giù; ed è rimasta la struttura, priva di corteccia, della regione.
Ma nelle primitive età, tutto era intatto; la regione aveva, quale sistema orografico, gruppi di colline elevate; e le pianure, chiamate c oggi dalla pietra porosa, erano ricoperte di grasso terriccio. E c'erano molte selve nelle montagne, di cui pur oggi esistono evidenti le tracce. Taluni di questi nostri monti oggi sono appena in grado di dar alimento alle sole api; e non è tempo lungo da quando sono stati tagliati alberi su quei monti per formare con essi travi per il tetto di grandissimi edifici. e questi tetti tuttora permangono. E c'erano ancora alberi numerosi e alti, adatti alla coltivazione; e la terra offriva pascolo abbondante alle greggi. Inoltre, le acque meteoriche d'anno in anno venivano utilizzate; non come oggi che la d terra le perde, in quanto l'acqua dalla terra ignuda scorre giù fino al mare. Al contrario, la terra ne aveva molta e in sé molta ne accoglieva; e molta ne conservava per mezzo di strati argillosi; donde poi la terra distribuendo l'acqua che aveva assorbito, dava origine a copiosi corsi di fiumi e a sorgenti, dalle alte regioni fino alle pianure più profonde, in tutte le località. E tuttora esistono tracce di questa ricchezza: i templi presso le sorgenti che sgorgavano un giorno; segni manifesti che quanto si dice ora corrisponde al vero.
Questa la condizione, dunque, per le parti agricole del paese; e inoltre, vivevano colà popolazioni agricole veramente tali e che attendevano all'agricoltura appunto; uomini amanti del bello e dotati d'ogni migliore qualità, possedevano un'ottima terra e abbondanti mezzi d'irrigazione; sulla terra poi, si svolgevano misurate le stagioni e ben temperate. C'era poi il borgo; ecco le condizioni di vita a quei tempi.
Intanto, la zona dell'Acropoli non era allora nelle condizioni di oggi. Un unica notte, con sue immense acque, ha reso la zona totalmente ignuda di terra; tutto intorno ogni cosa è stata quasi diluita. Avvennero in realtà terremoti e un diluvio spaventoso, il terzo, precedente la strage al tempo di Deucalione. Quando questi cataclismi non ancora erano avvenuti, in altro tempo, l'Acropoli arrivava fino all'Erídano e all'Ilisso, e comprendeva in sé la Pnice e, quale confine estremo, il monte Licabetto, dalla parte opposta della Pnice. La zona era ricca di terra, in tutta la sua estensione; e la sommità piana, tranne piccolo tratto. Le parti estreme ricettavano le abitazioni d'artigiani e d'agricoltori che lavoravano i campi vicini. Lo stesso per le sue pendici. Nella parte alta invece aveva preso dimora, separata dagli altri, la classe dei guerrieri, attorno al tempio di Atena e di Efesto. Il qual settore, circondato da unico muro di cinta, pareva quasi il parco di una sola casa. Questi guerrieri abitavano in dimore comuni la zona dell'Acropolí che volge a settentrione; s'erano costruiti refettori per l'inverno e così pure c'era tutto quanto è adatto e conveniente a una vita in comune, edifici per comune uso e templi. li tutto, a prescindere da oro e da argento, di cui non era ammesso assolutamente l'uso.
Questi guerrieri tendevano a una vita intermedia fra il lusso eccessivo e la gretta povertà. Le loro case erano eleganti; e quivi essi, figli e nipoti pervenivano a vecchiezza e consegnavano. Poi ad altri a sé eguali quelle medesime case in perenne vicenda. C'erano ancora le parti esposte a mezzogiorno; durante l'estate lasciavano i giardini, i ginnasi e i refettori rivolti verso questa plaga troppo calda e utilizzavano con questo criterio gli edifici orientati a settentrione. E unica sorgente c'era sul luogo dove sta ora l'Acropolí. In seguito ai terremoti, questa sorgente si è inaridita e ne rimangono piccole fontane oggi disposte in giro. Allora a quegli uomini la fonte offriva copiose linfe. bene temperata per l'estate e per l'inverno. In questo modo quegli uomini vivevano. Custodi dei loro concittadini e guide, benevolmente accolte, degli altri greci, cercavano che il numero della popolazione, donne e maschi, fosse mantenuto intatto nel perenne corso dei secoli; un numero capace di far fronte alle necessità di guerra nel presente e nell'avvenire. E questo numero era dì circa ventimila anime press'a poco. Questa gente dunque così viveva; e secondo questi immutabili princìpi governavano la propria terra e l'Ellade tutta, con pieno spirito di giustizia. E alta ne era la fama per tutta l'Europa e nell'Asia; gente prestante per bellezza e per ogni genere di spirituale virtù. La rinomanza ne tra giunta presso tutte le parti di allora, in quanto invece alle condizioni degli avversari, quali erano in quegli anni e quali furono all'inizio dei tempi, cercheremo ora di trasmetterle in modo che divengano comuni anche a voi che siete nostri amici, a meno che la memoria non ci tradisca su queste notizie che abbiamo udito nei lontani giorni della nostra infanzia.
Prima del racconto, in ogni caso, sarà bene preporre una dichiarazione. Potrebbe infatti sorgere in voi un senso di meraviglia udendo più volte nomi greci riferiti a uomini stranieri. Ebbene, ascoltate la causa di tale fatto. Solone, avendo già concepito il disegno d'adoperare questo racconto per il proprio poema, cercò quindi d'informarsi bene sul valore di questi nomi, e trovò che i preti egizi li avevano scritti, già tradotti nel loro linguaggio. Quindi, a sua volta, cogliendo il significato di ciascun nome, lo espresse con forme greche e così lo trascrisse. I manoscritti relativi, erano anzi nelle mani di mio nonno, e tuttora sono in mio possesso; e quando ero fanciullo, ho studiato con essi. In conclusione, nessuna meraviglia se udrete i nomi dei personaggi nello stesso aspetto dei nomi di qui. Ne sapete il motivo. E il lungo racconto principiava press'a poco così.
Abbiamo accennato poco fa a un sorteggio; che cioè gli Dei si divisero la terra tutta; e di qui c'erano zone maggiori; di lì, invece, minori; e in tutte gli Dei stabilirono a loro vantaggio sacrifici e offerte. In conseguenza Poseidone ebbe in sorte l'isola dell'Atlantide, e in una certa località dell'isola pose a dimorare i propri discendenti che aveva generato da mortale donna. Non lontano dal mare, ma premo il centro dell'isola tutta quanta, c'era poi una pianura; fra tutte le pianure la più amena e la più ricca di prodotti. Accanto alla pianura, lontana dal centro dell'isola circa cinquanta stadi, una montagna. E su questa montagna, ìn ogni sua parte di scarsa altezza, d abitava un uomo che si chiamava Euénore; e quest'uomo a parte, ne va alla stirpe di quelli ch'erano nati dalla terra nel principio dei tempi. Viveva insieme con la sposa Leucíppe. Questi due sposi generarono una figlia, Cleito, e questa era unica prole. E quando poi la fanciulla era venuta ormai al tempo di nozze, la madre sua e il babbo vennero a morte. E Poseidone concepì desiderio di quella fanciulla e si unisce a lei. E c'era una collina dove lei aveva la sua casa; e il Dio rese quella collina un luogo di cinta fortificata, rompendo la terra in scoscesi ostacoli tutto in giro. A questo scopo ricavò alternativamente, ora grandi, ora piccoli, concentrici spazi, a guisa di ruote; e due ruote erano di terra; tre formate dal mare. Perfetto, come fatto al tornio, ne era il giro, partendo dal centro dell'isola. E gli intervalli di ciascun spazio, uno dall'altro, erano come iniskira iii ogni parte gli stessi. Così nessun uomo avrebbe potuto penetrare in quella zona. Tanto più che non c'erano ancora a quei tempi né navi né arte di navigazione. Personalmente inoltre il Dio addusse ogni ornamento alla parte centrale dell'isola, e fece tutto questo senza difficoltà, perché era un Dio. Per esempio, raccolse due acque sorgive che venivano su dalle profondità della terra; e l'una era calda; fredda l'altra derivava dalla fonte a guisa di ruscello. Inoltre fece sì. che la terra producesse ogni frutto e in abbondanza. Il Dio generò cinque generazioni di figli maschi e gemelli; li fece crescere tutti; e l'isola Atlantide tutta quanta divise in dieci zone. E al primo venuto alla luce dei due più vecchi, assegnò la casa della madre e tutta la zona che d'intorno si distendeva; la più vasta e la più ricca. Inoltre lo istituì re degli altri fratelli che fece pure sovrani ma a lui subordinati. E a ciascuno il Dio dette dominio dì popolo molto e vastità di molto territorio. A tutti il Dio impose i nomi. Al più vecchio, al sommo re, assegnò quel nome con cui risola tutta quanta e il mare furono poi chiamati (Atlantico è questo nome); il primo re che aveva regnato in quel tempo antico, era insomma chiamato Atlante. Al gemello, ma nato dopo di lui, venne invece data in sorte la parte estrema dell'Isola di fronte alle colonne di Eracle, dì fronte a quella regione che si chiama oggi Gadirica, conformemente appunto al nome che distingueva tale sezione dell'isola. Il nome del re veniva ad essere in greco Eumelo; nella lingua del luogo, Gadiro; il qual nome deve aver dato poi appellativo alla regione. In quanto ai due secondi gemelli, l'uno Anfere, l'altro chiamò Euemonc; in quanto al terzo gruppo, Mnéseo era quello nato prima; quello dopo, Autóctono. Nel quarto gruppo di gemelli, Elasippo fl primo; Méstore, il secondo; nel quinto gruppo fu posto nome Azae e Diáprepe rispettivamente a quello nato prima e a quello nato dopo. Tutti questi re, personalmente e i loro discendenti, vissero colà per molte generazioni, ed ebbero il dominio di molte altre isole lungo il mare. Per di più poi, come già fu detto precedentemente, avevano anche dominio dei popoli che stavano nella parte interna delle colonne d'Ercole, fino all'Egitto e alla Tirrenia. Per tal modo, dunque, nasce da Atlante discendenza numerosa e ricca d'onore; e il re più vecchio trasmetteva il dominio sempre al più vecchio dei discendenti; quindi, per generazioni molte, il regno si mantenne intatto. E quei re giunsero a tal grado di ricchezza, quale sino ad allora non c'era mai stata in nessuna monarchia; e nemmeno nell'avvenire simile ricchezza potrà facilmente formarsi. Erano raccolti a disposizione di questi sovrani tutti i prodotti che la capitale e il resto del territorio potevano fornire. Certo molti prodotti pervenivano da regioni lontane, dati i diritti di supremazia; ma l'isola per se stessa già offriva moltissimi prodotti per i vari bisogni della vita. In primo luogo, intanto, i prodotti delle miniere, metalli duri come pure metalli malleabili; inoltre quello di cui ora sussiste soltanto il nome (ma allora, oltre al nome, c'era il metallo stesso): L'oricalco, di cui c'erano miniere in molte località dell'isola; a prescindere dall'oro, il più prezioso dei metalli usati in quei tempi. Inoltre risola portava con grande abbondanza ogni materiale che le selve producono utile al lavoro dei carpentieri; ancora ricche pasture agli animali selvatici e domestici. Per esempio, il numero degli elefanti era copiosissimo; ma c'era pascolo anche per gli altri animali sulle paludi sui laghi sui fiumi, e per quanti pascolano sui monti e nei piani: ebbene, per tutti cibo in abbondanza, non escluso nemmeno l'elefante, grandissimo e particolarmente vorace.
Ma inoltre quella terra portava e faceva crescere assai bene ogni pianta aromatica che anche oggi è prodotta dal nostro suolo: radici, fronde, legni e resine stillanti, vuoi dai fiori, vuoi dai frutti. E ancora ogni frutto della terra ottenuto per coltivazione, come pure quello che viene seccato al sole, base del nostro nutrimento; e anche quei frutti che adoperiamo per cibo il cui nome, dato a tutte le varietà, è " legumi ". Inoltre quel frutto di legnoso aspetto che fornisce pozioni cibi e profumi; quel frutto capace di farci divertire e di darci gioia; frutto difficile a conservare di alberi fruttiferi. E ancora quei prodotti della terra che si possono offrire graditi ai sofferenti dopo il pranzo, conforto allo stomaco pesante. risola d'allora, baciata un giorno dal sole, portava tutti questi frutti; vigorosi, stupendi, superbi e in quantità inesauribile. Usufruendo di tali ricchezze gli Atlantidi costruirono templi, palazzi per i sovrani, porti, arsenali; e l'intera regione tutta quanta organizzarono nel seguente modo. Sulle zone circolari, a forma di ruota, occupate dal mare (circondavano l'antica capitale) costruirono ponti, e apersero così un cammino verso le zone esterne e verso i palazzi reali che fin dai primi anni furono edificati nel luogo dimora del Dio e degli antenati. Ciascun sovrano riceveva il palazzo dal suo predecessore e aggiungeva nuovi ornamenti a quelli che già vi erano; ognuno cercava così di superare, per quanto poteva, la magnificenza del predecessore. In tal modo rendevano il palazzo oggetto di stupore per chi ne vedeva l'immensità e ne osservava la bellezza delle opere. Per esempio, scavarono, cominciando dal mare, un canale; e questo largo tre pletri; profondo cento piedi; lungo cinquanta stadi; e lo condussero fino alla più esterna zona circolare a forma di ruota. Dettero quindi modo alle navi di navigare in su come in un porto, dal mare verso l'interno. E l'imboccatura di questo canale aperta in modo che le navi più grosse vi potessero entrare. C'erano inoltre le altre zone a ruota; formate di terra, separavano le altre, contenenti invece acqua. Ebbene, nelle località ove erano i ponti, costruirono, attraverso a tali zone di terra, passaggi sufficienti per una sola trireme, in modo che la nave varcasse da una zona all'altra; anzi coprirono il passaggio al di sopra con un tetto, in guisa che la navigazione potesse svolgersi sotto una copertura. In realtà, gli argini delle zone circolari, costituite da terra, avevano sufficiente altezza innalzandosi al disopra del livello marino.
La zona circolare più grande, verso la quale era stato fatto penetrare il mare, aveva larghezza di tre stadi; e quella adiacente, formata di terra, era larga come la prima. C'erano poi le due successive; e quella contenente acqua era larga due stadi; quella secca era eguale alla precedente in cui c'era l'acqua. Invece la zona cingente intorno l'isola che stava al centro era larga uno stadio. E l'isola, nella quale era il palazzo reale, aveva un diametro di cinque stadi; i re d'ogni parte la cinsero con una muraglia di pietra (così pure le altre zone a ruota) e da una parte e dall'altra il ponte che aveva la larghezza d'un pletro. Posero quindi torri e porte sopra i vari ponti da ogni parte lungo le imboccature per cui passava il mare. La pietra necessaria ricavavano dall'isola centrale nelle parti estreme, e così pure dalle altre zone interne ed esterne. E parte di questa pietra era bianca; parte nera; parte rossa. Approfittando poi delle zone fatte vuote pel taglio della pietra, quei re costruirono bacini di riparo per le navi, profondi duplici, nella parte più interna dell'isola; e la roccia stessa serviva di tetto. In quanto poi agli edifici, alcuni erano semplici; altri invece li costruirono come un lavoro di tessitura, mischiando cioè le pietre; in modo che risultassero variopinti, e costituissero oggetto di visione simpatico e gradito. In quanto poi alla circonferenza del muro che cingeva la zona più esterna, la cinsero tutta di rame, e si servirono del metallo come fosse la tinta del muro stesso. Invece, per il muro interno, si valse di stagno fuso; in quanto poi al muro proprio intorno all'acropoli, adoperarono oricalco con ignei bagliori.
E ora veniamo agli edifici regali che stavano dentro l'acropoli, disposti nel seguente modo. Nella parte centrale, un recinto consacrato a Cleito e a Poseidone; era riservato, e non vi si poteva entrare; lo cingeva tutto quanto un muro d'oro. Questo il luogo nel quale, alle origini dei tempi, Poseidone e Cleito avevano concepita e generata la stirpe dei dieci re. Quivi, ogni anno, a ciascuno dì quei re si compivano sacrifici con le primizie della stagione per conto di tutti i dieci regni. E c'era un tempio particolare per Poseidone; lungo uno stadio, largo pletri tre; l'altezza proporzionale a queste misure. L'aspetto aveva un non so che di barbaro. All'esterno tutto il tempio era rivestito d'argento; unica eccezione, il fastigio, il quale era d'oro. L'interno invece presentava alla vista il soffitto d'avorio, ornato tutto d'oro, d'argento e d'oricalco. Le altre parti, pareti colonne e pavimenti, interamente rivestite di oricalco. E ci stavano statue d'oro; il Dio stante in un cocchio, auriga di sei destrieri alati; la sua persona così alta da toccare il tetto con l'estremità del capo. Ci stavano ancora cento Nereidi su delfini tutte in giro; cento, perché in quei tempi tale se ne reputava il numerò. Inoltre, nell'interno del tempio, altre statue in gran numero, offerte da privati. Intorno al tempio, all'esterno, effigiate in oro, le immagini delle regali consorti e di quanti erano discendenti dai dieci re; così pure una grande quantità d'altri simulacri cospicui per dimensioni, sia di sovrani come pure di cittadini privati, tanto della città stessa, quanto di paesi stranieri sottoposti agli Atlantidi. In quanto all'altare, era in piena corrispondenza, per dimensioni e per prezioso lavoro, con lo splendore dell'ambiente; la reggia poi in armonia con la grandezza di quell'impero e del tutto proporzionata alla ricchezza del sacro recinto. C'erano poi le fontane. Una, d'acqua fredda; l'altra, d'acqua calda. E versavano l'acqua in grande abbondanza, ottima e piena d'ogni virtù; quindi tanto l'acqua fredda che la calda erano particolarmente utili. Usavano queste fontane in quanto avevano posto tutto intorno edifici e piantagioni di alberi, adatti a località umide. C'erano poi cisterne; e le une erano a cielo scoperto; altre, invece, per la cattiva stagione, avevano il tetto e servivano ad uso di bagni caldi. Erano separate le cisterne ad uso del re da quelle dei privati; e poi ce n'erano particolari per le donne, e particolari per cavalli e per altri giumenti. A ciascun tipo attribuivano adatta decorazione. L'acqua che derivava dalle fontane, veniva condotta verso il sacro bosco di Poseidone ove crescevano alberi d'ogni genere, stupendi, alti in modo miracoloso; tanto grande, il vigore dei terreno. Queste acque, ancora, con l'aiuto dei ponti, erano portate, per mezzo d'acquedotti, fino alle estreme zone circolari. In tali zone estreme erano stati disposti molti templi dedicati a un gran numero di Divinità; parchi molti e molti ginnasi. E taluni per scuola di fanciulli, altri per equitazione.- ciascuno nelle singole isole che le varie zone circolari fatte a guisa di ruota venivano a costituire. C'erano altri edifici, ma in particolare nel centro dell'isola più grande, uno speciale ippodromo largo uno stadio; la lunghezza invece, calcolando l'intero giro, era adatta alle corse di gara per i cavalli. Attorno, ad d intervalli regolari, alcune caserme per le comuni guardie dei corpo; invece, per gli elementi più fidi, era stato disposto il luogo di guardia nella più piccola zona circolare, assai vicina all'acropoli. C'erano poi i soldati legati anima e corpo al principe; e questi erano dentro l'acropoli; le loro case, tutte intorno al palazzo reale. Gli arsenali inoltre pieni di trircini; e tutti gli oggetti necessari all'armamento d'una Botta. Tutto disposto in perfetto ordine. Questa dunque la disposizione degli edifici attorno al palazzo del re. Ma chi avesse attraversato ì porti esterni in numero di tre, trovava un muro circolare che andava cominciando dal mare, e che distava in ogni parte stadi cinquanta dalla zona più grande e dal porto. Questo muro rinserrava in un unico settore l'ingresso del canale con l'ingresso proveniente dal mare. Questo muro, nella sua intera estensione, dava ricetto a molte case assai fitte. In quanto poi al canale d'ingresso e al porto più grande, era rigurgitante dì navi e di mercanti provenienti da tutte le parti. E quest'assembramento produceva suono di voci, rumori d'ogni genere, tumulto, di giorno e di notte.
Ho finito di trattare della capitale e dell'antica dimora riservata ai sovrani press'a poco com'era stato riferito un tempo a Solone. Si tratta ora di descrivere la condizione naturale del restante paese e le caratteristiche della sua organizzazione. Intanto, é fama che il paese tutto fosse molto elevato e scosceso sul mare; invece la regione intorno alla capitale era tutta piana; cingeva la città, e a sua volta era circondata in giro da monti che giungevano fino al mare; pianura levigata e tutta eguale. Oblunga nell'insieme la forma; da una parte, estesa per tremila stadi; nella parte centrale, elevata e lontana dal mare, per duemila stadi. La pianura, in tutta l'isola, era orientata verso il Sud; quindi riparata a tramontana dai venti settentrionali, In quanto alle montagne che la cingevano, la moltitudine, l'immensità e la bellezza ne venivano celebrate in confronto a tutte le montagne che ci sono ora. Su quelle montagne villaggi in grati numero, ricchi di abitanti; e fiumi e laghi e prati, sufficienti per fornire alimento ad ogni genere d'animali, domestici o selvatici. E boschi per ogni genere di alberi e in quantità immensa; il legno conveniente a tutti i lavori, abbondante ad ogni particolare uso. Questa pianura, dunque, per opera della natura, come anche per le cure di molti re in secoli molti, presentava le seguenti caratteristiche. Il territorio, nella sua parte principale, veniva ad essere un quadrilatero: angoli retti, forma allungata. Dove la forma faceva difetto s'era provveduto alla regolarità per mezzo d'un canale che cingeva la piana tutta quanta. La profondità, la larghezza e la lunghezza di questa fossa sembrerebbero incredibili, trattandosi d'un lavoro fatto da mani dall'uomo; tanto più se lo si confronta, nella sua imponenza, agli altri lavori di questo genere. In ogni modo, bisogna pur dire quello che abbiamo udito. La fossa era profonda un pletro; larga d'ogni parte uno stadio; siccome poi d era stata scavata intorno alla piana tutta quanta, la lunghezza dell'intera fossa risultava di diecimila stadi. Raccoglieva le acque che discendevano dalla montagna, faceva il giro tutt'intorno alla pianura, giungeva di qua e di là verso la città e da questa parte veniva lasciata defluire verso il mare. A monte di questo canale, canali minori, larghi circa cento piedi, tutti in linea retta; incisi lungo la pianura, erano rivolti verso il canale maggiore derivante verso il mare. Ciascuna di queste fosse minori distava cento stadi l'una dall'altra. Nelle località per dove si conduceva giù il legname dai monti verso e la capitale, e per dove si ricevevano, per mezzo di barche, gli altri prodotti di stagione, erano stati tagliati canali navigabili di raccordo con gli altri canali, in direzione obliqua l'uno con l'altro, e rivolti verso la capitale. Del resto due volte all'anno quegli uomini godevano il raccolto della terra: d'inverno, in quanto usufruivano delle acque meteoriche; d'estate invece adoperavano le acque offerte dalla terra, derivando le linfe dai canali d'irrigazione. In quanto al numero degli abitanti, viventi nella pianura, in rapporto alle necessità belliche, si erano regolate le cose in modo che ciascun settore potesse fornire un capitano. L'estensione d'ogni singolo distretto era dieci volte dieci stadi, in tutto sessantamila distretti. Si diceva che il numero degli abitanti della montagna e della restante regione fosse enorme; distribuiti per gruppi di località e di villaggi, si raccoglievano tutti nei detti settori di leva, sotto gli ordini dei vari capitani. Era disposto che ogni capitano fornisse per scopi bellici il sesto d'un carro da guerra, fino al numero di diecimila carri; così pure, due cavalli e relativi cavalieri; inoltre, una coppia di cavalli, a prescindere da quelli del cocchio, e insieme un soldato, addestrato per combattere a piedi, armato di piccolo scudo; come pure l'auriga dei due cavalli e un combattente fermo sul carro stesso, Inoltre, due opliti, arcieri e frombolieri due per ciascuno; ciascun capitano, ancora, tre soldati armati alla leggera, abili a scagliare pietre e armati di giavellotti; poi quattro marinai, fino a completare la ciurma di mille duecento navi. L'organizzazione bellica dunque per la città, ove avevano sede i re, era questa; per le altre nove provincie, vi erano altri criteri che sarebbe lungo perseguire.
Segue ora l'ordinamento delle gerarchie e delle cariche pubbliche, disposto fin dalle prime origini. Ciascuno dei dieci re aveva nel suo settore e nella sua città completo dominio sulle persone; il potere legislativo quasi completamente nelle proprie mani. li re poteva punire e mettere a morte chiunque volesse. In quanto invece ai reciproci rapporti e alla coordinazione del governo, vigevano i decreti di Poseidone, conforme alla tradizione tramandata per iscritto in colonna d'oricalco per cura dei primi re. Questa colonna si trovava al centro dell'isola nel tempio di Poseidone. Ivi alternativamente ogni cinque e ogni sei anni, i re si radunavano rispettando così l'alterno ciclo dei pari e del dispari. In tale assemblea decidevano sui comuni interessi; facevano indagini per stabilire se qualcuno avesse violato la legge e prendevano opportuni provvedimenti giudiziari. Ogni volta che dovevano pronunciare una sentenza del genere l'uno con l'altro si scambiavano segni di fede nel modo che ora dirò. C'erano liberi al pascolo alcuni tori nel santuario di Poseidone; i dieci re dunque restavano soli, innalzavano preghiere al Dio pere ché concedesse di catturare quella vittima che più gli fosse gradita. Allora i re si volgevano alla caccia. Non avevano armi di ferro; di legno e soltanto reti. Quindi trascinavano di fronte alla colonna quel toro che fossero arrivati a prendere; e sulla sommità lo sgozzavano, fedeli alle scritture. Nella colonna, infatti, oltre alle leggi, era una formula d'imprecazione che sanciva tremende maledizioni a chi non obbedisse alle leggi stesse. In conseguenza, quando, ossequenti alle leggi, avevano sacrificato il toro e tutte le parti dell'animale erano state purificate, i dieci re, ciascuno per proprio conto, riempivano un cratere e vi gettavano dentro grumi di sangue coagulato. Il resto gettavano nel fuoco, dopo aver fatto purificazioni sulla colonna. In un momento successivo, attingevano con fiale d'oro dal cratere, versavano ogni cosa nel fuoco e pronunciavano giuramento di giudicare secondo lo spirito delle leggi scritte nella colonna, pronti a punire chiunque nel passato le avesse violate; così pure, reciprocamente, nel futuro, nulla, per quanto stava nel loro volere, avrebbero violato di quelle scritture; a questo solo patto o avrebbero esercitato il dominio o avrebbero obbedito ad b eventuale comando. conformità allo spirito di paterne leggi. Dopo queste imprecazioni, fatte da ciascuno per sé e per la propria discendenza, bevevano il sangue e riponevano la coppa nel santuario del Dio. Ciò fatto, attendevano a rifocillarsi e ad altre operazioni. Veniva intanto la tenebra e il fuoco che aveva servito ai sacrifici età ormai freddo. Allora tutti indossavano magnifica veste, color indaco cupo, e sedevano per terra, sui resti del fuoco che aveva servito al giuramento. A notte fatta, spegnevano ogni fuoco nei pressi del tempio. E venivano giudicati e giudicavano nel caso che uno accusasse un altro di qualche illegalità. Una volta pronunciata la sentenza, la scrivevano, appena ci fosse Ilice, in una tavola d'oro e l'offrivano a ricordo insieme alle vesti.
C'erano molte disposizioni di legge in rapporto alle attribuzioni dei singoli sovrani. Le più importanti: non portare le armi l'uno contro l'altro; prestarsi tutti assiduo aiuto, nel caso che fra loro Stessi qualcuno facesse prova di destituire in qualche città un collega di stirpe sovrana; decidere in comune sui piani di guerra come già i predecessori e cosi pure sugli altri eventi; concedere sempre l'egemonia alla stirpe di Atlante. Il re non aveva facoltà di dare morte a nessun personaggio di famiglia regale, qualora non fossero consenzienti la metà dei dieci re. Iddio dunque raccolse e rivolse contro le nostre terre questa potenza così grande e così organizzata, esistente allora in quelle regioni. Eccone pressa poco, com'è fama, la ragione. Per molte generazioni, fino al giorno in cui ebbe potere fra e quei dinasti la natura del Dio, rimasero fedeli alle leggi in armonia spirituale con la Divinità di cui erano affini. I disegni che quelle menti venivano formulando, tutti erano conformi a verità, sotto ogni aspetto generosi e grandi. Con mite cuore, secondo prospettive spirituali, risolvevano i problemi che via via si presentavano, tanto negli interessi politici quanto nei reciproci rapporti. Per conseguenza, ogni cosa avevano in disprezzo; unica eccezione, la virtù; portavano, quasi fosse un peso ma senza difficoltà, quel cumulo d'oro e quelle ricchezze immani. Anzi, dovizia non faceva ebbri i cuori; non li faceva molli l'abbondanza in cui vivevano; in causa del denaro di cui erano in possesso, non perdevano il dominio di sé e non cadevano in errori. Con lucida visione nel profondo dei cuore temperato in armonia, comprendevano che tutti questi possessi s'accrescono nella mutua amicizia aiutata da virtù; si dissolvono invece quando l'uomo attribuisce troppo valore e con troppa ansia li perseguiva allora non solo ricchezza, insieme con quella anche virtù siffatte a rovina. Nutrendo in sé questa convinzione e mantenendo intatta la divina scintilla della propria natura, questi dinasti videro che ogni cosa di cui prima si fece cenno per incremento fioriva.
Quando invece la parte di Dio diveniva irrita, commista, più volte, a mortale innumere elemento; quando costume mortale arrivava a imporre fra questi dinasti il proprio dominio: allora finalmente non furono più in grado di sopportare l'attuale fortuna; allora volsero a indegna condotta. In questo momento, chi li avesse osservati e fosse stato capace di visione profonda, avrebbe avuto una sola impressione: quegli uomini erano deformi. Avevano perduto il tesoro più prezioso fra quanti ne possedevano. Certo, chi non è in grado di scorgere vita vera, rivolta a felicità, avrebbe giudicato che proprio in quel momento fossero straordinariamente belli e felici. E invece uomini tutti pieni d'ingiusta imperialistica avidità e di prepotenza.
Il Dio degli Dei, Zeus, colui che, secondo leggi, quale re governa, poteva certo osservare queste condizioni, e s'accorse che stirpe fornita di eccellenti qualità si trovava in sciagurata condizione. Decise allora d'imporre giusta pena, allo scopo d'indurre in quelli senso di resipiscenza e di misura. Raccolse allora gli Dei tutti nella loro dimora stupenda, posta al centro di tutto il cosmo e che consente dì guardare da posizione dominante su tutto ciò che partecipa al divenire. Li raccolse dunque e prese la parola ... _________________ Per trasformarsi in libere sorgenti
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Inviato: Mar 19/Giu/2007 9:56 Oggetto: |
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Altri riferimenti ad Atlantide dal passato.
A 2500 anni dalla stesura del Timeo e del Crizia di Platone, la ricerca di Atlantide non si è ancora spenta. Atlantide si sarebbe trovata nell'oceano Atlantico centro-settentrionale, al di fuori delle Colonne d'Ercole (quindi tra l'Europa e l'America) e sarebbe stata sommersa da un cataclisma almeno 9000 anni prima di Cristo, forse per la caduta di un asteroide nell'oceano. I miti tradizionali su Atlantide la definiscono una avanzatissima civiltà antidiluviana, la favolosa civiltà delle "Sette isole del Mare di Occidente", retta da una "Schiatta Divina" nella "Età dell'Oro", e sarebbe riferibile ad una colonia extraterrestre, gli antenati dell'odierna umanità, successivamente imbarbaritisi e dispersi da catastrofi naturali a carattere planetario.
Non solo Platone o gli egiziani si riferivano ad Atlantide; gli Aztechi dicevano di provenire da Aztlan, un luogo posto ad oriente, nell'Oceano Atlantico; gli Olmechi parlavano di Atlaintika, i Vichinghi di Atli, i Celti di Avalon (sostituite la v con la t), i Fenici e i Cartaginesi, di Antilla; i Berberi di Atarantes e gli Irlandesi di Atalland. Nel testo epico Bhagavata Purana, in cui si narra della lotta del re Salva contro il dio Krishna. Salva si era procurato un Vimana, grazie all'aiuto di un certo Maya Danava, qualificato come "abitante di un sistema planetario chiamato Talatala".
Nelle leggende del nord Europa vi è un riferimento alle quattro isole a Nord del mondo, da cui provennero i Tùatha Dé Danaan.
Dhyani Ywahoo, una Cherokee della ventisettesima generazione, che condivide la saggezza ancestrale tramandatale dai suoi avi, racconta che, molto tempo addietro, esseri provenienti dalle Pleiadi giunsero nelle cinque isole di Atlantide e vi si insediarono. Nell'ultimo periodo di Atlantide gli abitanti abusarono dei loro poteri e divennero corrotti. A causa di tali cattive azioni l'isola sprofondò e gli antenati dei Cherokee orientarono la prua ad occidente, verso il continente americano. Nella mitologia greca, le Pleiadi erano le sette figlie di Atlante.
Esoterismo ed Atlantide
Deve essere menzionata, anche se la storia non è verificabile, la "Storia delle Sette Isole del Mar d'Occidente" degli Eleusini Madre, una tradizione esoterica arcaico-erudita, che divide l'esistenza di Atlantide in due blocchi storici principali:
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Primo impero di Atlantide, che va dal 92000 a.C. al 19200 a.C. circa. Durante questo periodo, negli anni che vanno dal 19175 a.C. al 18987 a.C. si sarebbe avuta la "Grande Guerra Galattica", conclusasi con la sconfitta dell'Impero Galattico ad opera di altri esseri intelligenti presenti sulla Terra chiamati "Inumani".
Secondo impero di Atlantide, che va dal 18900 a.C. al 9528, che vide il tracollo della civiltà atlantidea.
Esisterebbe un terzo periodo atlantideo, successivo però alla distruzione.
Secondo gli Eleusini, gli antichi progenitori di Atlantide sarebbero provenienti da un pianeta del sistema stellare Tau Ceti, il cui nome è Phikkesh Tau, che intorno al centosedicesimo millennio a.C., avrebbero scoperto il volo spaziale ed iniziato l'esplorazione del Cosmo, ed intorno al 92000 una spedizione di Phikkesh Tau penetra nel sistema solare e ne colonizza alcuni pianeti, tra cui la Terra. Manipolando geneticamente una scimmia e attraverso una fusione del suo DNA con quello extraterrestre, i coloni crearono l'homo sapiens che avrebbe popolato in seguito l'intero pianeta.
Tutte fantasie? Probabile. Ma, a prescindere dai testi esoterici, la possibilità che Atlantide sia veramente esistita è sempre più verosimile e l'umanità dovrebbe riappropriarsi di quella fetta scomparsa e dimenticata del suo passato. _________________ Per trasformarsi in libere sorgenti
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Inviato: Mar 19/Giu/2007 9:59 Oggetto: |
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LE MAPPE DI PIRI REIS
Il ritrovamento in Siberia di mammuth congelati perfettamente conservati con cibo ancora fresco nello stomaco ha fatto pensare agli scienziati ad un congelamento rapido, avvenuto nel giro di poche ore o giorni. Quale evento può essere accaduto per giustificare questa improvvisa glaciazione? L'Autore pensa ad un evento cosmico o al passaggio di un enorme asteroide o pianeta che pur senza colpire la terra ne ha alterato il percorso della normale orbita, o un "piccolo" asteroide precipitato nell'oceano, che oltre alla distruzione di Atlantide e alle inondazioni delle altre regioni costiere ha determinato un rapido squilibrio nel moto di rotazione della terra. Tale variazione ha diminuito l'esposizione solare della Siberia e dell'Antartide, che prima dell'evento erano, si suppone, regioni fertili e forse sedi di civiltà.
L'ipotesi della civiltà antartica è sostenuta dal Dr. Graham Hancock, che ha notato come alcune carte geografiche risalenti al 1513, del cartografo Piri Ibn Haji Mehmet, Reis (ammiraglio) della flotta turca e vissuto all'epoca di Solimano il Magnifico, mostrassero anche il continente antartico, che fu ufficialmente scoperto solo nel 1818.
In queste carte, analizzate dal Dipartimento Tecnico dell'aviazione U.S.A. nel 1960, l'America meridionale e l'Africa sono riprodotte nella giusta longitudine, cosa alquanto strana perché solo nel XVIII secolo si realizzarono strumenti di misura per tale precisione; inoltre, le coste del Sudamerica comprendono la Terra del Fuoco, le isole Falkland e il profilo dell'Antartide, sconosciuti alla loro epoca. I contorni del continente antartico appaiono delineati e dettagliati più precisamente dei contorni del continente americano appena scoperto.
In una mappa è addirittura dettagliata la Baia della Regina Maud, in Antartide. E questi contorni si riferiscono al continente Antartico PRIMA che fosse coperto dai ghiacci! Quante probabilità esistono che un cartografo disegni casualmente e dettagliatamente la costa frastagliata di quella baia e dell'entroterra? Molto poche.
Sembra che bisogna andare almeno 6000 anni indietro nel tempo per trovare le coste antartiche libere dai ghiacci. Il cartografo cinquecentesco riferisce di aver utilizzato un vasto numero di carte sorgente, alcune compilate da esploratori contemporanei, tra cui Cristoforo Colombo, che si spinsero fino in Sud America, altre erano invece carte risalenti al 400 a.C. o a tempi più remoti, provenienti da Alessandria d'Egitto e presumibilmente ricavate da carte molto più antiche.
Inoltre nelle mappe di Piri Reis vi sono alcuni errori minori "sospetti". Si ripete due volte il corso del Rio delle Amazzoni e viene ignorata l'esistenza del Rio Orinoco. Il primo errore viene attribuito dal Dr. Hapgood al fatto che l'ammiraglio ha copiato il fiume dell'Amazzonia due volte da due carte distinte. In uno dei due sbocchi al mare si riconosce il delta del fiume con l'isola di Marajo al suo interno; l'altro sbocco è privo di delta e di isola per cui doveva trattarsi di una carta di 13.000 anni fa, quando l'isola di Marajo era unita al continente e il Rio Orinoco non si era ancora formato. Ma, poiché prima del 4000 a.C. non esisteva nessuna civiltà in grado di arrivare a tanto, l'unica spiegazione plausibile è quella di ipotizzare l'esistenza, a quelle epoche remote, di qualche civiltà altamente sviluppata di cui la storia non porta memoria. Atlantide?
L'Autore pur condividendo alcune teorie sulle carte di Piri Reis non è d'accordo con l'ipotesi di Hapgod, riferita e sostenuta da Hancock, che ipotizzava lo "scorrimento della crosta terrestre", che diversamente dalla lentissima "deriva dei continenti", fu un rapido scorrimento dell'Antartide, circa 30 gradi di latitudine verso sud, in poche migliaia di anni. Il Dr. Hancock, come archeologo, preferisce spostare le masse pietrose dei continenti mentre l'Autore, che lavora nel settore dell'elettronica, delle onde elettromagnetiche (e gravitazionali), dei fotoni, ritiene possibile spostare anche le orbite dei pianeti. E pensa di avere ragione: in tale modo è possibile spiegare l'improvviso congelamento dei mammuth siberiani. Certo, possiamo essere colpiti da un asteroide, e basta guardare la luna per capire con quale frequenza, (e questo rende da pazzi il discorso "Calcoliamo la posizione di Sirio 10 milioni di anni fa..."), e bisogna tener conto della deriva del polo Nord magnetico terrestre, già molto distante dal polo Nord geografico, che deriva 10 o 100 metri per anno, e che finirà col capovolgersi completamente in un lontano futuro. Che ciò sia avvenuto, è rilevabile dalla magnetizzazione delle rocce laviche, che hanno "registrato" la direzione del campo magnetico nelle epoche in cui solidificarono.
Il campo magnetico terrestre.
Ma il "campo magnetico terrestre" è sicuramente di origine endogena? Si tratta cioè di una enorme sfera ferrosa incandescente (il nucleo), polarizzata magneticamente (senza sapere come e quando tale magnetizzazione sia avvenuta), che ruota di moto inerziale eterno all'interno della Terra, o invece è lo stesso nucleo ferroso, che assieme a tutta la Terra, risponde selettivamente a particolari radiazioni cosmiche? Probabilmente, anche le orbite delle galassie o delle stelle o dei pianeti o delle lune sono quantizzabili in un universo frattale...
Il vulcanesimo potrebbe infatti trarre la sua energia da particolari (e intense) microonde cosmiche che eccitano particolari molecole del magma freddo, per esempio lo zolfo (o i suoi composti), che innalzando la sua temperatura fino a divenire un gas, cede parte del calore al magma, che fonde. La visione "ufficiale" dice invece che il magma fuso, proveniente dal centro della terra (dove è incandescente da 5 miliardi di anni), e sollecitato dal moto della deriva dei continenti, abbia delle particolari vie, i vulcani, da cui sfogare le sovrapressioni. Francamente, all'Autore questa sembra una visione alquanto "meccanica" e primitiva. Con questo l'Autore vuole dire che la conoscenza chimico-fisica interna della Terra è molto limitata, e avanza l'ipotesi certamente valida che la Terra, essendo completamente immersa nei campi di energia cosmica, è stimolata da certe radiazioni, provenienti dalle stelle, radiazioni che sono la causa delle reazioni chimico- fisiche terrestri.
L'Autore pensa comunque che questo Dr. Hancock (e le presenti considerazioni) faranno crollare qualche castello in aria...
Bisognerà infatti aspettare fin dopo il 1960, che fosse cioè pronta la cartografia "radar" degli USA, perché qualcuno vedesse, nelle mappe del 1513 del cartografo Piri Reis, la precisa rappresentazione dell'Antartide, libera dai ghiacci com'era fino a 6000 anni fa (vedi foto).
Si tenga presente che il continente antartico fu ufficialmente scoperto solo nel 1818.
Oltre i 6.000 anni indietro nel tempo c'è il buio della preistoria, e l'immaginario collettivo richiama alla mente un uomo primitivo, il cavernicolo, che si perde nella notte dei tempi. Oggi, l'Autore ha una ragionevole convinzione che Atlantide sia realmente esistita e la sfinge marziana può essere una testimonianza di ciò, e vi sono varie altre tracce di Atlantide disseminate nei miti dell'antichità e nei residui della storia e dell'archeologia. E vi sono anche molti riferimenti ad esseri, assurti poi a divinità, di provenienza extraterrestre, quali lo Jahveh ebraico, gli Oannes dei Sumeri o il Quetzalcoatl dei Maya. _________________ Per trasformarsi in libere sorgenti
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Inviato: Mar 19/Giu/2007 10:17 Oggetto: |
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Il mito di Atlantide e le visioni di Edgar Cayce
I toltechi (popolazione messicana) sostenevano di discendere da una terra denominata Atlan o Aztlan (è solo una coincidenza la somiglianza dei nomi?).
I Dakota (popolazione americana) sostengono che un tempo abitavano in un isola che sorgeva più a ovest della loro odierna nazione, un isola che poi fu sommersa.
Nelle isole Antille, una leggenda narra di una distruzione in tutto e per tutto simile a quella che si riscontra nei racconti di Platone e Cayce.
Anche nel Galles si tramanda una leggenda simile.
Nel libro sacro dei Maya (altra popolazione sudamericana, controversa e misteriosa) si narra di una catastrofe, datata con precisione (i Maya erano degli esperti i termini di datazione), nella quale scomparve una civiltà.
Quindi abbiamo diversi elementi, senza alcun nesso geografico, a meno che non si ammettesse davvero l'esistenza di una grande isola al centro dell'Atlantico, che fungesse da ponte tra il vecchio ed il nuovo continente. Ammettendo che tale isola sia esistita, che tipo di civiltà vi era? Che grado di evoluzione aveva raggiunto? Queste domande sono in parte soddisfatte dalle risposte che si possono evincere dalle "letture" di Cayce.
L'importanza dell'esistenza di Atlantide
Perché potrebbe essere oltremisura interessante appurare o meno l'esistenza di Atlantide? Per un semplice motivo: è ragionevole pensare che questa grande civiltà, nel giorno della catastrofe perse contemporaneamente tutti i sui abitanti? Nessuno si salvò? Nessuno per caso fortuito si trasse in salvo? Nessuno fu in grado di - malgrado la tecnologia che pare avessero - prevedere la catastrofe e approntare qualche rimedio? E' difficile ammettere che quel lontano giorno, tutto il sapere di una grande civiltà si perse, tutti i suoi abitanti morirono. In termini statistici è illogico. La statistica, si sa, è l'unica certezza di cui si dispone quando si sconoscono le regole che presiedono a determinati eventi. Cioè, in un determinato numero di casi, molto vicino alla totalità degli stessi, un determinato evento è prodotto da una determinata causa. Quindi, esaminando le più gravi catastrofi di cui abbiamo memoria, nessuna di queste ebbe una forza distruttiva tale da porre nel nulla ogni forma di vita, qualche superstite c'è stato sempre, eccezion fatta per alcuni incidenti aerei, che per loro natura e per il ristretto numero dei soggetti interessati risulta più facile il prodursi di un esito totalmente fatale. Quindi, ammettendo che da Atlantide qualcuno si salvò, è interessante sapere dove andò a ripararsi e presso quali popoli trovò rifugio?
Gli sfuggiti alla catastrofe: i segreti archivi
Secondo i resoconti di Edgar Cayce, non tutti gli abitanti di Atlantide morirono nella catastrofe. Alcuni fuggirono su imbarcazioni, altri - prevedendo i funesti eventi - si erano già trasferiti altrove, ma dove? Appare ragionevole supporre che, trovandosi Atlantide nell'Atlantico, i superstiti della catastrofe trovarono rifugio presso le coste che si affacciavano su quel mare. Ma non solo, Cayce afferma che essi trovarono rifugio in Spagna, Portogallo, Francia e Britannia, ma anche in Egitto e addirittura in America centrale (Maya). Secondo Cayce, previdenti ed evoluti com'erano, gli Atlantidi superstiti portarono con se degli archivi che sistemarono presso i luoghi in cui trovarono rifugio. Uno di questi (sarebbero tre) si troverebbe sotto le zampe anteriori della Sfinge di Giza, recenti studi sismografici, hanno si rivelato la presenza di crepe sotto le zampe, ma non delle vere e proprie stanze. Tra l'altro Cayce aveva previsto ciò per la fine dell'anno 1999. Un altro segreto archivio, sarebbe stato conservato al sicuro ad Atlantide, nella speranza di un suo risorgere dalle acque. L'ultimo archivio pare sia stato sepolto nello Yucatan, in pieno territorio Maya. _________________ Per trasformarsi in libere sorgenti
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Inviato: Mar 19/Giu/2007 10:18 Oggetto: |
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Ma chi era Edgard Cayce??
Il personaggio di Edgar Cayce è forse poco noto, ma la stravaganza delle sue capacità e l’incredibile loro efficacia basterebbero a porlo in un ruolo di primo piano tra i personaggi più affascinanti del secolo appena trascorso. Edgar Cayce nacque nel 1877 in una fattoria a Hopkinsville, nel Kentucky, negli USA. La sua prima esperienza “stravagante” risale all’età di sette anni, quando, in un bosco, come egli raccontò, udì la voce di un fantasma (anche se sarebbe più corretto parlare di un angelo) dirgli: “Le tue preghiere sono giunte alle mie orecchie. Che cosa vorresti da me?” Egli aveva risposto: “Potere aiutare gli altri, specialmente i bambini ammalati.” Questo desiderio fu esaudito: il primo bambino malato ad essere curato fu… sè stesso. Accadde, infatti, che, colpito con violenza da una palla da baseball, il giovane, portato a casa per le cure, avesse indicato alla madre, in uno stato di semitrance, tutte le istruzioni necessarie per la preparazione di un impiastro medicamentoso. Il rimedio fu assolutamente efficace ed il bambino guarì rapidamente. Da quell’occasione in poi, i suoi poteri iniziarono a manifestarsi con maggiore frequenza e potenza. Convinto che questi poteri avessero origine divina, Cayce iniziò ad adoperarsi per alleviare le sofferenze dei malati. Il suo “metodo” di cura era piuttosto semplice: Cayce si stendeva sul divano di casa e, in uno stato di parziale incoscienza, come quello in cui entrano alcuni medium durante le sedute spiritiche, descriveva la malattia del proprio “paziente” e l’occasione in cui l’aveva contratta. Nulla poteva fermare la missione di Cayce, neanche la distanza: se infatti un suo paziente si trovava a grande distanza, Cayce, dopo essere entrato nello stato di cui sopra, viaggiava come in una “proiezione astrale”, raggiungendo e riuscendo a comunicare col malato. Nonostante molti studiosi dubitassero di questi suoi effettivi viaggi, la descrizione minuziosa dell’ambiente visitato durante il “viaggio” e le straordinarie conoscenze mediche che Cayce snocciolava durante le sue “sedute”, conoscenze che assolutamente non possedeva in stato di coscienza, riuscivano a far tacere tutti i suoi detrattori, che, come vedremo, non mancarono mai. Molte ed incredibili furono le sue guarigioni, basterà ricordarne alcune. Un giorno, egli perde inspiegabilmente la voce, forse a causa di una laringite. Ogni tentativo di cura appare inutile. Il sogno di diventare un predicatore svanisce miseramente, mentre l’incredibile rapidità dello svilupparsi del suo handicap attira la curiosità del grande ipnotizzatore Hart. Sotto ipnosi, il ragazzo, in uno stato di potentissima trance, non solo parlava perfettamente, ma dimostrava impressionanti capacità diagnostiche. Visto che le cure tradizionali non parevano funzionare, Nostro decise di autocurarsi, come aveva già fatto da bambino. Caduto nel solito stato di semicoscienza, Cayce diagnosticò il proprio problema come “paralisi delle corde vocali dovuta a tensione nervosa”; subito dopo diede ordine al proprio organismo di accrescere l’afflusso di sangue alla regione interessata: in pochissimo tempo, Cayce guarì completamente. In un’altra occasione restituì la vista al figlio, che l’aveva persa in un incidente ed al quale i medici volevano asportare un occhio. In un’occasione Cayce prescrisse ad un suo paziente, tale James Andrews, un estratto di una pianta chiamata clary, pianta che nessuno aveva mai sentito nominare; alla fine, il paziente stesso scoprì che quel medicinale era stato messo scoperto in Francia sessant'anni prima da un medico parigino ma era stato poi accantonato. Ancora, un’altra volta consigliò ad un suo assistito un farmaco chiamato Codiron, fornendo il nome e l’indirizzo dell’industria chimica di Chicago che lo produceva. L’ammalato interpellò l’azienda e si sentì rispondere che il farmaco era stato preparato da pochissimo tempo, registrato meno di un'ora prima e che pertanto era ancora tutto quanto segreto. Cayce intuì come la sua capacità diagnostica dipendesse dalla capacità di individuare la relazione del male con quanto accaduto al paziente nelle sue vite precedenti. Ad un uomo che si era rivolto a lui, ad esempio, comunicò che, nella precedente esistenza, egli si era chiamato Barnett Seay, che era vissuto ad Henrico County e che aveva combattuto tra le file dei sudisti durante la guerra di secessione americana. Successive ricerche storiche dimostrarono che in effetti un Barnett A. Seay, vissuto ad Henrico County, aveva realmente combattuto in un reggimento di sudisti come portabandiera. Quello che stupisce di più, delle cure miracolose di Cayce, era il fatto che esse fossero (quasi) tutte ottenute con metodi naturali, quelli che oggi definiremmo come omeopatici, quindi infusi di erba e sostanze disponibili naturalmente, il tutto abbinato ad un sano esercizio fisico. Cayce era un accanito lettore della Bibbia ed era animato da un forte spirito idealista; egli rifiutò di arricchirsi con queste sue facoltà ed, anzi, lavorò sempre disinteressatamente, e senza posa, sino alla morte, avvenuta nel 1945. Oltre ad essere un guaritore, Cayce era anche un veggente. “All’inizio del secolo questo pioniere non riconosciuto ha parlato dell’energia atomica, del pianeta Plutone, non ancora scoperto, della televisione, delle ghiandole endocrine, del raggio laser e dell’aura”, scrive l’astrologa francese Dorothée Koechlin de Bizemont nel libro Les prophéties d’Edgar Cayce. Si dice avesse predetto il crollo del mercato azionario del 1929, la Seconda Guerra Mondiale, l’eruzione dell'Etna (avvenuta 1991) e quella del Vesuvio (nel 1944), il terremoto in Turchia; profetizzò che tra il 1959 ed il 1998 l’emisfero occidentale della Terra sarebbe stato teatro di violente eruzioni e di un cambiamento della crosta terrestre, che il ghiaccio dei poli si sarebbe sciolto, cambiando il clima e che, nel 1998, Los Angeles, San Francisco e New York sarebbero state distrutte dai terremoti. Tutte queste profezie, Cayce riteneva provenissero da una sorta di “inconscio collettivo”, da lui chiamato Akasha, “ciò che la tradizione occidentale denomina il Libro della Via, o la Memoria dell’universo”, come spiegò alla moglie Gertrude. Ma era anche un formidabile “retroveggente”, un veggente che vede ciò che è già accaduto: per esempio, sostenne che in Perù fosse esistita una civiltà antecedente agli Incas. Questo fatto fu provato, in seguito, dalla scoperta, in Perù di alcuni manufatti e reperti che rimandavano, effettivamente, ad una cultura più antica di quella degli Inca. Di Cayce, lo scrittore Werner Keller disse: “Cayce è stato in grado di sollevare la cortina del tempo dai secoli più remoti. Si metteva a dormire e risaliva indietro nella storia a suo piacere.” Tuttavia, un’altra e ben più importante è la “retroveggenza” che fece conoscere Cayce anche in questi panni: egli, infatti, sostenne di conoscere molti particolari della civiltà scomparsa di Atlantide, essendone stato sacerdote. Quando Cayce cadeva in trance aveva frequenti visioni del continente perduto di Atlantide, che descriveva con incredibile quantità di particolari, fornendo molti dettagli sulla capitale, Poseidìa e sulla altre città del continente. Molto di ciò che Cayce vedeva nei propri “viaggi” riguardava l’ordinamento sociale, religioso e scientifico degli atlantidei, che avrebbero conosciuto l’energia atomica ed avrebbero costruito macchine volanti antigravità. Cayce conosceva tutto questo perché sosteneva di essere stato un sacerdote di Atlantide, aver assistito impotente alla distruzione del continente perduto, avvenuto a causa dell’uso sconsiderato delle energie. “Atlantide era stata già annientata due volte, la prima a causa di un’esplosione dovuta ai prodotti utilizzati per sterminare gli enormi animali che infestavano la Terra, la seconda per via di un potentissimo cristallo che concentrava l'energia solare sul continente e che un giorno ci fece saltare tutti in aria... Avevamo molti terribili cristalli che traevano energia dalle stelle. Ma quando violammo la Legge dell’Uno, cioè la fratellanza universale, ci distruggemmo...”, raccontò. “I superstiti scamparono in Egitto, dove i loro successori edificarono la Grande Piramide, e in Messico e in Perù, dove costruirono dei templi che erano un pallidissimo ricordo della civiltà perduta...” Cayce previde che e rovine sottomarine di Atlantide sarebbero state scoperte fra il 1968 ed il 1969 al largo dell’isola di Bimini. Sarà un caso che in quegli anni gli archeologi J.Mayol e Manson Valentine scoprirono, nella zona di cui sopra, una scalinata ed una strada lunga 100 metri, composta da enormi blocchi di pietra disposti ordinatamente uno in fila all’altro; la scienza vuole spiegarla come una formazione naturale, ma gli esoteristi le considerano come le vestigia di una civiltà perduta, forse proprio Atlantide. Ancora, Cayce sosteneva di aver veduto, ancora più indietro nel tempo, la storia primigenia dell’umanità, l’età in cui l’uomo “vagava come uno spirito sulla Terra”, prima di assumere una forma materiale, causa un progressivo imbarbarimento; da questa caduta sarebbero nate cinque razze, la bianca, la gialla, la nera e la rossa, la atlantidea. Come detto, Cayce ebbe moltissimi detrattori, soprattutto fra i medici. L’unico ad appoggiarlo in parte fu il medico omeopata Wesley Ketchum, che ricorse all’aiuto del guaritore un centinaio di volte, dopo che Cayce aveva risanato una sua paziente malata di mente. Proprio Ketchum ha presentato all’American Society for Clinical Research, prestigioso comitato di studi medicina, tutte le cartelle cliniche dei pazienti guariti con l’aiuto del veggente. Le letture di Cayce, le sue preveggenze sui pazienti e le sue retroveggenze e profezie, sono custodite in Virginia, da un’associazione di suoi fans, l’Association for Research and Enlightenment. A questi si è rivolta Dorothée Koechlin de Bizemont per potere catalogare e schedare buona parte degli scritti, in seguito pubblicati in Francia: “8000 circa sono a carattere medico e psicologico e gli altri trattano di storia, scienza, esoterismo, archeologia, politica, economia, per un totale di 14256 messaggi...” Proprio in questa incredibile quantità di scritti appare agli studiosi come il punto debole di Cayce: statisticamente, infatti, qualche centinaio di diagnosi e previsioni effettivamente indovinate a fronte di oltre 14.000 messaggi rappresentano una percentuale di successi decisamente bassa, spiegabile con una buona dose di fortuna. Fra meno feroci detrattori c'è il giornalista americano Martin Gardner: “Su Edgar Cayce non c’è molto materiale serio e obiettivo... Io l’ho conosciuto, era un uomo garbato e gentile e sincero. Ma sono assolutamente scettico sulle sue doti. Il suo bagaglio di conoscenze era dovuto alle sue letture e agli scambi di vedute con gli amici. Tutte queste informazioni Cayce le dimenticava a livello cosciente e le recuperava sotto ipnosi. La sua filosofia era un guazzabuglio di cristianesimo, astrologia, piramidologia, teosofia e tradizioni occulte. Quanto alle diagnosi, molte di queste venivano formulate in presenza di osteologi e omeopatici, che lo aiutavano. Fu proprio questa collaborazione che influenzò le sue diagnosi e le sue terapie. Sebbene migliaia di persone credessero di essere state guarite, molte diagnosi iniziali di Cayce erano completamente fuori strada.” Tra i più accaniti suoi nemici, c’è il professor Joseph B. Rhine, che si dimostrò scettico dei poteri di Cayce dopo che questi aveva diagnosticato alla figlia dello studioso un male sbagliato. In conclusione, Cayce è una figura assai misteriosa e particolare, che divide e che affascina, come, del resto, accade per molti personaggi “particolari”. _________________ Per trasformarsi in libere sorgenti
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anamaya Nobile


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Inviato: Mar 19/Giu/2007 11:01 Oggetto: |
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