dess Grande capo


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Inviato: Mar 19/Giu/2007 10:59 Oggetto: |
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a proposito di Olga, propondo alla lettura un pezzo che secondo me, merita attenzione
Cielo, cielo...Manconi
Marco Travaglio
C’è un sottosegretario, fra i 102 membri del governo Prodi, che ogni giorno che Dio manda in terra, feste comandate incluse, è costretto a vergare almeno una lettera ai giornali o ai telegiornali per precisare, rettificare, dichiarare, spiegare, sottilizzare in merito all’indulto. Il suo nome è Luigi Manconi, ex lottatore continuo, sociologo prestato alla politica, già leader dei Verdi, attualmente accasato presso i Ds con i gradi di sottosegretario alla Giustizia (è uno dei vice-Mastella, per intenderci). Appena un tizio uscito dal carcere commette un nuovo reato - la qual cosa, per disgrazia delle vittime e dell’onorevole Manconi, accade piuttosto di frequente - il sottosegretario si precipita, qualunque cosa stia facendo in quel momento, ad afferrare un telefono per dettare una dichiarazione all’Ansa o un computer per vergare una vibrante nota di puntualizzazione, al fine di dimostrare che l’indulto non c’entra, o comunque che il birichino, presto o tardi, sarebbe uscito lo stesso.
è sempre molto piccato, il Manconi. Piccato e pignolo fino alla pedanteria. Piccato, pignolo, pedante e anche molto stupefatto all’idea che qualcuno possa pensarla diversamente da lui. Chi dissente dall’indulto, per esempio, lui lo definisce "autoritario", il che spiega la sua febbrile inquietudine esternatoria dell’ultimo periodo: pare, infatti, dagli ultimi sondaggi, che i contrari all’indulto, dunque autoritari, si aggirino fra il 95 e il 98 per cento degli italiani. Un vero e proprio accerchiamento.
Se a ciò si aggiunge che, purtroppo per lui, in Italia esistono ancora dei giornali e dei giornalisti liberi (pardon, "autoritari") che informano i cittadini sulle conseguenze dell’indulto, ecco spiegata la frenetica grafomania che ha tarantolato il Manconi a partire dal 27 luglio 2006, quando il Senato diede il via libera definitivo al colpo di spugna. Da allora sono usciti di prigione - al momento in cui scrivo questo articolo (22 ottobre) - 24 mila detenuti in meno di tre mesi, e 900 sono già rientrati dietro le sbarre per essere nel frattempo tornati a delinquere ed essere stati presi. Nell’annunciare il dato, decisamente allarmante, il Tg2 parla di "moltissimi recidivi". Non l’avesse mai fatto. Manconi inserisce il pilota automatico e scrive immantinente al direttore Mauro Mazza per chiedere "che quel titolo venga rettificato nelle successive edizioni del suo telegiornale". Perché "moltissimi" non si può dire. Bisogna dire pochissimi, anzi, meglio: "non moltissimi" "appena il 3,6 per cento". E dire - è solito aggiungere Manconi - che "le percentuali di recidiva dopo amnistie e indulti sfiorano di solito il 70 per cento". Ma bene, ma bravo, ma complimenti: alle 900 vittime degli altrettanti recidivi, tutte persone che senza indulto non avrebbero subìto alcun reato (alcune sarebbero addirittura ancora vive), il sottosegretario risponde che sono state fortunate. Invece di un solo delitto, avrebbero potuto subirne anche due o tre, se gli indultati avessero voluto. Invece han fatto i bravi, almeno per ora. E bisogna ringraziarli per la moderazione. A questo proposito, l’insigne sociologo autopromosso al rango di giurista ignora un paio di particolari: è impossibile sapere quanti indultati tornano a delinquere, per la semplice ragione che la gran parte dei reati rimane impunita, senza un colpevole, e dunque non tutti i recidivi vengono scoperti e riarrestati; ed è ridicolo tracciare bilanci (tipo "moltissimi" o "pochissimi") dopo appena tre mesi dall’apertura delle porte delle carceri. Diamo tempo alle truppe di organizzarsi, poi tireremo le somme. Visto che l’indulto è stato varato in tutta fretta e praticamente a costo zero, cioè con stanziamenti risibili per l’assistenza e il reinserimento, la stragrande maggioranza degli scarcerati non ha altra prospettiva che tornare a delinquere. Si è adottata, per il sovraffollamento carcerario, la soluzione più comoda, quella applicata nelle scuole per gli alunni indisciplinati: chi disturba, fuori. "Tanto - ripete Manconi - sarebbero usciti comunque fra tre anni o meno". Pregevole argomentazione, che ricorda quella di un giovanotto il quale, avendo ammazzato l’anziano padre, si difese dinanzi al giudice dicendo: "Vostro onore, cosa vuole, tanto il vecchio sarebbe morto comunque".
è una vera fortuna che Manconi sia passato ultimamente dai Verdi ai Ds. Perché il suo indulto comprende, oltre ai reati di Tangentopoli, a quelli fiscali e a quelli finanziari, anche gli omicidi colposi da amianto e da infortunio sul lavoro, sui quali gli ambientalisti che si rispettano manifestano di solito una certa sensibilità. Ora, chi ha ammazzato i lavoratori in fabbrica per mancanza di misure di protezione o di sicurezza o di tutela della salute, ha lo sconto di tre anni assicurato: cioè, visto che le pene per queste cosucce sono già molto basse, non rischia nemmeno un giorno di prigione, neppure nella forma virtuale delle condanne sospese con la condizionale o tramutate in affidamento al servizio sociale. Col risultato che, se prima i colpevoli preferivano risarcire le vittime in cambio del patteggiamento, oggi non hanno più alcun interesse a patteggiare, né tantomeno a risarcire. Che le vittime gli facciano causa civile, se hanno il coraggio: se ne riparlerà fra dieci o quindici anni, se saranno ancora vive.
Strepitosa anche la giustificazione manconiana per l’inserimento nell’indulto degli altri reati dei colletti bianchi: concussione, corruzione, finanziamento illecito, frode fiscale, bancarotta, abuso, turbativa d’asta, falso in bilancio (o quel che ne resta), aggiotaggio, voto di scambio politico-mafioso e così via. Eccola: "Tanto, per quei reati, in carcere non c’era quasi nessuno. Noi l’indulto l’abbiamo fatto solo per i poveri cristi". Ma è appunto per questo che, se davvero l’indulto era fatto per sfoltire le carceri, è incomprensibile l’inclusione dei reati che non "producono" detenuti e dunque non contribuiscono minimamente al sovraffollamento carcerario. Il fatto che non li abbiano esclusi dimostra che i destinatari del provvedimento non erano (almeno non solo) i poveri cristi. Quanto poi ai "poveri cristi", forse la moglie dell’edicolante assassinato a Napoli - secondo l’accusa - da due indultati freschi di scarcerazione avrebbe qualcosa da obiettare. E anche i genitori dei due bambini assassinati da Luigi Chiatti, il "mostro di Foligno", che grazie all’indulto - checché sottilizzi e precisi Manconi - uscirà tre anni prima intorno al 2020, ma fra breve comincerà a usufruire anticipatamente dei permessi premio e poi delle misure alternative al carcere. Per non parlare delle centinaia di migliaia di vittime dei vari Tanzi, Cragnotti e furbetti di ogni genere, i cui processi sono destinati a concludersi con pene puramente virtuali.
L’espressione "furbetti" è un’altra parola che mette Manconi di cattivo umore. Quando qualche giornale si azzarda a scrivere la verità, e cioè che furbetti e furboni la faranno franca (così come l’ottimo Cesare Previti, che dall’indulto ha avuto in omaggio la fine degli arresti domiciliari), lui prende subito carta e penna per scrivere che non è vero. Si rassegni, è così. Lo si sapeva fin da subito, l’avevano preannunciato tutti quelli che s’intendono della materia. Volendo, si poteva evitarlo: bastava escludere dall’indulto i reati dei potenti. Ma poi l’inciucio con Forza Italia, che fa molto comodo anche agli amici di Consorte e di tutta la consorteria, sarebbe saltato per aria. E si sarebbe dovuto ricorrere a soluzioni più serie, come quelle proposte da Gerardo D’Ambrosio e da altri pericolosi esperti, subito isolati e zittiti da Manconi come propalatori di "dati insensati, falsi, falsissimi", roba da "fantagiustizia", da "rappresentazione trucido-esorcistica davvero sgangherata". Di esperti, invece, il dicastero della Giustizia pare piuttosto sprovvisto. Tant’è che Mastella è ministro e Manconi è sottosegretario. La strana coppia - previa visita a Regina Coeli in compagnia di Andreotti, quando don Clemente si era esibito nel canto di ’O sole mio - aveva annunciato che l’indulto avrebbe liberato "12-13 mila detenuti" al massimo, tant’è che progettava una bella amnistia dopo l’estate per completare l’opera. Senonché, in tre mesi, di detenuti ne sono usciti 24 mila: il doppio del previsto. Una cifra totalmente fuori controllo, che sfiora la metà della popolazione carceraria, riversata in poche settimane sulle strade di tutta Italia. Tanto per dire in che mani siamo.
Ora che persino Fassino - dopo aver visto gli ultimi indici di sgradimento della maggioranza - s’è pentito dell’indulto, il sottosegretario Manconi dev’essere ancor più nervoso di prima. C’è da prevedere un intensificarsi esponenziale di letterine ai giornali e ai telegiornali. E sarà meglio pubblicargliele senza contraddirlo, onde evitare crisi di nervi. Già un paio di mesi fa pareva proprio sull’orlo, quando scrisse sull’Unità che i giornalisti che si azzardavano a criticare l’indulto perché salvava i furbetti denotavano scarsa "deontologia professionale" e, per molto meno, su altri temi, sarebbero stati "denunciati all’Ordine dei giornalisti". Un autentico libertario, mica come quegli "autoritari" dei suoi critici.
Tornano alla mente gli strani discorsi che il giovin Luigi, all’epoca capo del servizio d’ordine di Lotta continua, fece nel gennaio ’73 sui Quaderni Piacentini firmandosi prudentemente "Marcello Manconi" a proposito dell’uso della violenza: "Il proletariato" non può fare a meno, in uno scontro che inevitabilmente procede verso la guerra di classe, di avere propri reparti avanzati che gli consentano di affrontare il nemico su ogni terreno" A ogni fase dello scontro fra le classi corrisponde un grado specifico di violenza esercitata dalle masse, ed è questo che impone anche alle avanguardie l’esercizio di una quota determinata di violenza organizzata e diretta". Non è ben chiaro se già allora progettasse l’indulto. è piuttosto chiaro, invece, che progettava un po’ di terrorismo, una "quota determinata", una sorta di modica quantità per uso personale. E non si limitava a progettarla, se è vero che a Torino partecipò a un assalto contro una sede del Msi, e quando arrivò la polizia se la diede a gambe, ma fu colpito da un proiettile vagante nel bel mezzo di una natica mentre saltava su un tram per darsela a gambe.
Tracce di indulto si rinvengono, invece, in una canzone scritta da un anonimo compagno di Lotta continua e divenuta un inno di battaglia dell’organizzazione. S’intitola Liberare tutti ("parole e musica del proletariato"), risale al 1971 e diceva così: "Ci son tanti compagni / di cui siamo privati /perché questa giustizia / li vuole carcerati. / Eppur son fianco a fianco / con altri proletari / che passano la vita / nei penitenziari. / Si stanno organizzando / per far delle prigioni / una base di lotta / contro i padroni. / Per questo hanno bisogno / anche del nostro scudo / se noi lottiamo fuori / per loro sarà un aiuto. / Liberare tutti / vuol dir lottare ancora / vuol dire organizzarsi / senza perdere un’ora./ E tutti i riformisti / che fanno i delatori / insieme ai padroni / noi li faremo fuori. / Porci padroni / voi vi siete illusi / non bastan le galere / a tenerci chiusi. / Facciam vedere / ai nostri sfruttatori / che per ognuno dentro / mille lottano fuori. / Siam tutti delinquenti / solo per il padrone / siamo tutti compagni /per la rivoluzione".
Là dove non poté il Manconi rivoluzionario, ha finalmente potuto il Manconi sottosegretario. E anche questa è fatta.
http://www.linus.net/hdoc/articoli/articolo.asp?idarticoli=270&startposition=6
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